Trulli, pagliari e pagliaroni, esempi “familiari” di maestria artigianale

A cura di Felice Miscioscia
Quando pensiamo al cono, inteso come forma geometrica, il primo pensiero va chiaramente al cono-gelato, per la gioia di grandi e piccini; tuttavia c’è anche un’altra figura conica che balza alla mente, una figura familiare, atavicamente insita nella nostra tradizione culturale e architettonica territoriale: il trullo, sapiente espressione identitaria di perfezione geometrica e maestria artigianale forgiata nella pietra.
La Puglia è famosa nel mondo per i suoi trulli, grazie ad Alberobello, unicum giustamente riconosciuto patrimonio Unesco, e alla Valle d’Itria. Eppure, peccando forse di presunzione, il patrimonio tramandatoci dai mastri trullari autoctoni avrebbe poco da invidiare alle località poc’anzi richiamate, se fossimo bravi a preservarlo al meglio e a farlo conoscere fuori confine.
Il Gregorovius, storico tedesco del XIX secolo, noto per i suoi Wanderjahre in Italien, pellegrinaggi alla scoperta del territorio italiano, scrivendo del contado di Corato, ebbe a dire:
«In ogni dove sorgonsi sparse casucce curiose di forma circolare, composte di pietre calcaree sovrapposte senza cemento, con in cima una rozza croce e dette acconciamente caselle, le quali servono di dimora ai contadini».
In pratica ne aveva descritto forma, “pinnacolo” sommitale (o cocla, ormai persa nella maggior parte dei casi, con vari significati) e funzione, ovvero una dimora contadina elementare, appoggio utile nei periodi di lavorazione e raccolta per la conduzione del fondo, proliferata nel corso dei secoli di pari passo alla sempre maggiore parcellizzazione della proprietà agricola.
Trulli o casedde, solitari, in coppia o raggruppati, slanciati o più tozzi, sparsi tra gli ulivi o con vista prediletta su Castel del Monte, il maestro Muti ne sa qualcosa… ma anche pagliari, di forma uguale ma con tetto fatto di terra e paglia, e pagliaroni impropriamente detti, in quanto trattasi di trulli bifamiliari potremmo dire, di grandi dimensioni e interamente in pietra. Due esemplari sono osservabili in territorio andriese, uno in contrada San Tommaso, meno noto, e l’altro in contrada Bagnoli, ben più lampante nella sua imponente grazia, mentre scaliamo i pendii verso il maniero federiciano.
Uno spettacolo di opere disseminate sul territorio come stelle che punteggiano la volta celeste, cangianti per aspetto e dimensioni ma unite in una maestria di fondo, ormai inesorabilmente quasi persa nella pratica, decisamente da valorizzare nella storia e nell’estetica.
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