Palazzo Ducale, la storia cambia volto – Seconda parte

Nel precedente articolo sono state elaborate delle ipotesi che mettevano in discussione la presenza e la proprietà dei De Franza su Palazzo Ducale (link) in questa seconda parte si continua con l’argomentazione storica sviluppata dal dott. Giuseppe Magnini, riguardante la famiglia che potrebbe averlo edificato e chi sarebbero i quattro fratelli descritti nell’epigrafe?

1.179 8 commenti

Nel precedente articolo sono state elaborate delle ipotesi che mettevano in discussione la presenza e la proprietà dei De Franza su Palazzo Ducale. In questa seconda parte si continua con l’argomentazione storica sviluppata dal dott. Giuseppe Magnini, riguardante la famiglia che potrebbe averlo edificato e chi sarebbero i quattro fratelli descritti nell’epigrafe?

Per rispondere a tale quesito dobbiamo fare un salto indietro nel tempo agli inizi del XVII secolo, quando Corato era feudo di Antonio Carafa e di sua moglie Beatrice de Rupt che non ebbe figli e alla sua morte avvenuta nel 1611, il feudo di Corato fu devoluto al Regio Fisco. La Corte di Napoli decise di venderlo all’asta e dopo aver effettuato una relazione da parte del notaro Domenico Tandoj e una stima da parte della “commissione fiscale”, il viceré Pedro Fernandez, vendette, attraverso atto del notaio Nicola Gentile, il feudo di Corato il 20 giugno 1615 per la somma di 70.000 ducati a Francesca de Lannoy, figlia di Carlo dei Duchi di Boiano. La nobildonna nel 1598 aveva sposato un altro Don Antonio Carafa del ramo della Stadera, patrizio napoletano, III duca di Andria e VI conte di Ruvo dal 1590.

Dalla relazione del notaio Domenico Tandoj si possono recuperare delle informazioni molto interessanti sulla città agli inizi del ‘600. Infatti all’interno delle mura si descrive la presenza oltre che di 24 torri, di un castello anche di due grandi palazzi “finiti” ed un altro in costruzione. Il primo doveva essere il palazzo Griffi (Gentile) e l’altro era quello della famiglia Patroni Griffi (De Mattis), mentre il palazzo in costruzione doveva essere quello che stiamo analizzando e che fu terminato nel 1619, diventando successivamente di proprietà della duchessa Francesca de Lannoy e di suo marito Don Antonio Carafa, che con molta probabilità portarono loro a compimento.

Dallo studio dell’albero genealogico della famiglia Carafa e della famiglia Carafa-de Lannoy si è scoperto che dal matrimonio nacquero due femmine, Maria Anna, Porzia e quattro figli maschi, Fabrizio, Carlo, Vincenzo e Scipione.

Inoltre Fabrizio (30/11/1599-6/8/1626), il 6/1/1619 si sposò con Emilia Carafa, da cui ebbe 5 figli maschi: Antonio (nato nel 1619), Carlo, Ettore, Girolamo e Vincenzo.

Di cui Antonio fu V Duca d’Andria, VIII Conte di Ruvo dal 1626 e patrizio napoletano, Carlo fu VI Duca d’Andria, IX Conte di Ruvo, signore di Corato (dal 1644) e patrizio napoletano, Ettore fu IX Duca d’Andria, III Duca di Castel del Monte, XII Conte di Ruvo e signore di Corato (dal 1672), mentre Girolamo e Vincenzo furono patrizi napoletani.

Da questa analisi della famiglia Carafa-de Lannoy e dei suoi successori, si potrebbe ipotizzare che i quattro fratelli citati nell’epigrafe siano proprio i figli della duchessa Francesca de Lannoy che è stata una dei primi proprietari del Palazzo Ducale e la data 1619 potrebbe essere quella di fine dei lavori che coincise con l’anno in cui si sposò il suo primogenito Fabrizio che coincide anche con l’anno della nascita del suo primo nipote Antonio.

Per quanto riguarda lo stemma, a cui si fa riferimento nell’iscrizione, esso non appartiene né ai de Rupt, né ai De Franza, né ai Carafa e nemmeno ai de Lannoy.

Difatti essendo costituito da tre gigli, disposti uno in alto e due in basso (1, 2) su di uno scudo, a prima vista sembrerebbe uno stemma angioino, anche se un po’ diverso. Infatti lo stemma angioino presenta uno scudo con due gigli nella parte superiore e uno nella parte inferiore (2, 1).

Quindi a chi appartiene questo stemma o cosa rappresentava?

Vista la mancanza di associazione a stemmi di famiglie nobiliari conosciute si potrebbe ipotizzare che non sia uno stemma di famiglia, ma potrebbe essere un epigramma celebrativo dedicato ad una famiglia composta da quattro fratelli.

Difatti nell’iscrizione, il giglio (LILIA) viene utilizzato come metafora di nobiltà, unione e appartenenza, probabilmente legato ad un contesto culturale o dinastico originario dell’Oltralpe.

Il messaggio centrale è l’esaltazione dell’unità familiare attraverso la concordia tra i quattro fratelli, pur essendo distinti, condividono un’unica mente e intenti comuni, attraverso l’armonia legata all’immagine del giglio, simbolo di pace, viene associata alla loro vita in comune e di solidarietà, perché viene sottolineato che, finché rimarranno uniti (metaforicamente insieme come i gigli che rappresentano i valori), sarà giusto e naturale che condividano la stessa casa e lo stesso destino.

In sintesi, è un monito poetico alla fratellanza e all’unità familiare, vista come fonte di ogni bene.

In conclusione il Palazzo Ducale che una volta era in piazza Di Vagno e poi fatto abbattere nel 1922 a causa di cedimenti strutturali provocati dall’innalzamento della falda freatica, era chiamato così perché tra i proprietari e residenti documentati, vi fu la duchessa di Bojano, Francesca de Lannoy (o della Noja), che sposò nel 1598 il duca di Andria, Antonio Carafa della Stadera, da cui ebbe quattro figli e da loro si è dato il via ad intera generazione di duchi e marchesi che hanno amministrato Corato.

Successivamente intorno al XVIII secolo un altro Don Fabrizio Carafa, decise di trasferire la propria residenza e di costruire un nuovo palazzo (marchesale) annesso al castello di Corato, demolendo una parte delle mura e due delle quattro torri del castello.

Ad oggi, tale edificio risulta modificato nella sua parte esterna, ma dovrebbe corrispondere a quella parte del Palazzo Gioia, prospiciente piazza Sedile, il cui portone presenta agli angoli dell’architrave due bassorilievi, dove vi sono rappresentati due bracci della stadera, che doveva far parte dello stemma della famiglia Carafa della stadera.

Da allora in poi il palazzo diventò il luogo in cui si esercitò il potere feudale dei Carafa nella nostra città, fino a quando, nel 1806, Giuseppe Bonaparte, fratello di Napoleone, emanò la legge che prevedeva l’abolizione del feudalesimo. Di conseguenza, tutti i palazzi nobiliari furono venduti a ricchi borghesi; probabilmente la stessa sorte toccò a Palazzo Ducale, tant’è vero che nel 1922, durante la sua demolizione, ne risultava proprietario il vinaio (detto anche “il polvaiuolo”) Giuseppe Nuovo, da cui derivò la sua ultima denominazione cioè Palazzo Nuovo.

avatar

Commenti

  • Vincenzo Quinto (utente non verificato)

    L’ottimo Prof. Magnini ha mantenuto al sua promessa. Aveva detto che ci avrebbe regalato altre preziose informazioni su quel meraviglioso Palazzo che ha rappresentato parecchio per la storia della nostra Corato ed ……eccoci qua, oggi, a gustarcele , ad assaporarle e a conservarle nella nostra memoria come preziose pillole di storia che giammai avremmo conosciuto se non fosse per la instancabile e minuziosa opera di ricerca del nostro Mitico Prof.

  • Grazia Mangione (utente non verificato)

    Seconda puntata, stesso copione,Il problema non è l’entusiasmo del Magnini, che resta ammirevole. Il problema è quando l’entusiasmo diventa il principale motore della ricostruzione storica. Da una manciata di documenti, genealogie e vecchie interpretazioni si arriva a una storia completa, affascinante e perfettamente confezionata.Peccato che molti dei passaggi decisivi siano soltanto ipotesi costruite sopra altre ipotesi. E qui ritorna la questione delle fonti: citare altri appassionati di storia locale, che hanno raccolto con meritorio impegno racconti e interpretazioni del passato, non trasforma automaticamente quelle ricostruzioni in documentazione storica.Quando parliamo di fatti di quattro secoli fa, il problema non è soltanto “chi lo ha scritto”, ma su quale documento contemporaneo lo abbia scritto.Insomma, questa volta Magnini ha davvero dato fondo alla fantasia. Dal Palazzo ducale siamo arrivati a una sceneggiatura completa. Affascinante? sicuramente. Attendibile? un po meno

    • Cittadino Attento (utente non verificato)

      Condivido in pieno l’analisi della signora Grazia aggiungendo che questo tipo di ricostruzioni storiche , pur mantenendo un lodevole e meritevole intento divulgativo, contengono involontariamente un piccolo incentivo diseducativo alla reale lettura di fatti e eventi che, quando proposti in questo modo, tendono a romanzare un po troppo la realta’ a discapito della verita’.

    • Rina Latorre (utente non verificato)

      Siete solo bravi a criticare il lavoro degli altri, se vi sentite così bravi iniziate a produrre anche voi dei lavori di ricerca e a pubblicarli mettendoci la faccia, tutti fenomeni dietro mentite spoglie e con i commenti scritti dall’IA.

    • Grazia Mangione (utente non verificato)

      Cara Latorre, merito a chi fa ricerca, dedica tempo e ci mette nome e cognome. Ma mettere la faccia su un lavoro non trasforma un’ipotesi in una verità documentata: altrimenti basterebbe firmare un racconto per farlo diventare Storia.

      Il punto non è la passione, ma il rigore. Interpretazioni e ricostruzioni vanno presentate per ciò che sono: la firma dell’autore non le rende automaticamente vere.

      Quanto all’IA, lo scandalo non ha senso. È un semplice strumento, come la macchina da scrivere, Word o la calcolatrice. Non è il mezzo a fare la ricerca, ma chi lo usa. Nessuna avversione per la tecnologia, quindi: siamo solo curiosi di capire dove finiscano i documenti e dove inizi la fantasia.

      E sul “producete anche voi”: criticare non richiede di aver scritto un libro, così come per recensire un ristorante non serve aprirne uno. Metterci la faccia è senza dubbio un merito, ma non è una garanzia notarile sulla verità di ciò che si racconta.

  • Cinzia Ricciardella (utente non verificato)

    Qui il problema è essenzialmente epistemologico: vengono sovrapposti dati certi, correlazioni cronologiche e deduzioni fino a produrre una ricostruzione che appare documentata, ma non lo è. La coincidenza tra il 1619, il matrimonio di Fabrizio Carafa e la conclusione dei lavori non costituisce una prova causale. Ancora più problematica è l’attribuzione dei “quattro fratelli” dell’epigrafe ai figli di Francesca de Lannoy: senza un riscontro epigrafico, archivistico o notarile coevo, resta una semplice congettura. Anche l’interpretazione dei gigli e dello stemma richiederebbe un’analisi araldica e filologica verificabile. Insomma, molte tessere sono interessanti, ma il mosaico finale sembra costruito più dall’interpretazione che dalle fonti.

    • Luigi Tarantini (utente non verificato)

      Allora attendiamo un suo articolo visto che è una esperta del settore per confutare le ipotesi ricostruttive presenti nell’articolo.

    • Cinzia Ricciardella (utente non verificato)

      Non serve una cattedra da “esperto” per distinguere un documento storico da un volo di fantasia: basta il senso critico.

      La sua logica però è esilarante: se al ristorante mi servono la pasta cruda, non posso criticarla a meno che non chieda il grembiule per mostrare allo chef come si bolle l’acqua?

      Funziona davvero così? Se non hai un tomo pubblicato alle spalle devi mandare giù ogni ipotesi come fosse un oracolo divino?

      Spoiler: per accorgersi che un quadro è appeso storto non serve essere Giotto. Per distinguere i fatti dalle fiabe basta leggere senza i paraocchi.

      Ma stia tranquillo: se un giorno deciderò di scrivere un articolo, pretenderò una sua recensione. Anche da non esperto, promesso!