
Palazzo Ducale, la storia cambia volto – Prima parte
Grazie all’analisi delle foto ad alta risoluzione del Palazzo Ducale, disponibili sul sito del Ministero della Pubblica Istruzione e al supporto dell’intelligenza artificiale, il dott. Giuseppe Magnini ha scoperto alcune inesattezze nella descrizione storica del palazzo risalente al 1932, rendendo così necessaria una revisione e un approfondimento dei dati
Nel 1922 avvenne un evento che verrà ricordato per sempre nella storia della città di Corato, l’innalzamento della falda freatica portò all’indebolimento delle fondamenta di alcuni edifici del centro storico, portando al loro successivo abbattimento per disposizione del Genio Civile di Bari.
Tra i tanti palazzi abbattuti in quel periodo in piazza del Popolo, oggi piazza Di Vagno, c’era un palazzo definito Ducale (datato 1619) di un’importante valore storico-artistico.
Oltre alle numerose fotografie giunte fino a noi che documentano il prima, il durante e il dopo l’abbattimento di Palazzo Ducale e della chiesa del Monte di Pietà, una preziosa e accurata descrizione del palazzo ci è stata invece offerta da Francesco Saverio Grossi in uno scritto del 1932, a dieci anni di distanza dai crolli.
Il Grossi lo descriveva come un palazzo di tre piani fuori terra, di cui il primo ed il secondo piano erano completamente rivestiti da un regolarissimo bugnato a punta di diamante, come il Palazzo Patroni Griffi (De Mattis) ed aggiunse che:
“…agli angoli del palazzo, a 6 metri da terra, sulla facciata di via Roma, vi erano due cariatidi, statuette alte 80 cm, raffiguranti guerrieri in corazza; con braccia e gambe nude nella posa di sorreggere con la testa e con le mani la fabbrica soprastante, sulla quale estendeva una balconata per tutta la lunghezza della facciata”.
Attraverso lo studio di alcune foto si è scoperto che una delle due cariatidi o telamoni (come quelli di Castel del Monte) si trovava ad angolo tra via Roma e piazza del Popolo fu recuperato ed oggi è esposto all’ingresso del Museo della Città e del Territorio ed è completamente nudo e privo della testa e delle braccia, con un medaglione appeso al collo e le mani poste sulle gambe, alla base vi è incisa la data 1619, mentre in altre foto si è notato che l’altro telamone aveva le braccia orientate verso l’alto ed era posto all’altro angolo del palazzo sempre su via Roma in corrispondenza delle facciata principale della chiesa del Monte di Pietà. Grazie ai particolari di queste foto, ad entrambi i telamoni, con l’utilizzo di AI si è effettuata una ipotetica ricostruzione sia della testa che delle braccia.
La descrizione del Grossi continua: “Di un certo rilievo era anche il portale principale che, in occasione della demolizione della fabbrica, fu smontato e salvato dalla distruzione. Esso era formato da un architrave decorato da sculture ornamentali sostenuto da una coppia di lesene da cui sporgevano due medaglioni eroici dal diametro di 80 cm, raffiguranti, quello di sinistra, un busto virile sbarbato, con il capo cinto da una corona d’alloro (oggi esposto in una sala del Museo della Città e del Territorio) e quello di destra, un altro busto, ma di un cavaliere vestito di corazza, dal volto fiero, ornato di baffi e pizzo, con la corona ducale in testa”.
Secondo recenti evidenze e attraverso la simbologia classica ed iconografica, ai due medaglioni, che raffigurano figure maschili con copricapi differenti, è stato possibile attribuire significati distinti legati sia al potere che al merito.
La figura di destra indossa una corona di tipo regale o nobiliare, caratterizzata da una struttura rigida e decorata. Questo attributo simboleggia l’autorità, la sovranità e il potere politico o dinastico, ed è il segno distintivo di chi esercita il comando su un territorio o su una comunità.
La figura di sinistra indossa una corona di foglie di alloro (laurus nobilis), simbolo universale fin dall’antichità greco-romana di vittoria, gloria, sapienza e onore immortale.
Mentre il primo medaglione pone l’accento sulla potestà e sul rango, il secondo valorizza il merito, il talento e il successo culturale e poetico, richiamando l’ideale dell’uomo illustre, del sapiente o dell’eroe civile.
L’accostamento delle due figure il re e l’eroe/sapiente ai lati del portale d’ingresso del Palazzo Ducale suggerisce la volontà della famiglia proprietaria di rivendicare una doppia eccellenza, il potere politico-nobiliare e la virtù morale e intellettuale.
Si tratta di una dichiarazione di prestigio raffinata, il portale non solo protegge la dimora, ma celebra una stirpe in continuità sia con la tradizione regale, forse a richiamare un legame feudale o di lealtà alla corona e sia con l’eccellenza intellettuale del mondo classico. Insieme, le due figure incarnano l’ideale del principe o del signore rinascimentale perfetto, capace di unire la forza del comando alla nobiltà dello spirito.
Poi il Grossi, continua la descrizione citando che: “nell’architrave della finestra centrale del secondo piano vi era al centro un Trigramma di San Bernardino, con agli angoli due medaglioni, chiusi in riquadri e fermati da quattro chiodi romani, raffiguranti dei busti virili di età molto giovane con corazza, ma senza alcun ornamento sul capo”.
Osservando bene le foto, tale architrave si trovava invece a sinistra sulla prima finestra del primo piano e grazie ad altre foto (collezione Rino Scarnera) è possibile osservare tale architrave quando fu smontato e recuperato.
Inoltre Grossi descrive anche uno stemma e una lapide con un’iscrizione, presenti sull’architrave del portale d’ingresso. La lapide misurava 60 x 30 cm, mentre lo stemma era molto più piccolo, oggi scomparsi entrambi, ma grazie ad una foto ad alta risoluzione del portale è stato possibile ingrandire i particolari dello stemma e della lapide e con un po’ di intuito e attraverso un lavoro di ricostruzione con l’intelligenza artificiale è stato possibile rivedere lo stemma e l’iscrizione, trascrivendola con delle opportune correzioni e aggiunte (in maiuscolo) che il Grossi aveva omesso e che hanno portato ad un nuova traduzione:
“In Lapide Hoc Parvo Stringuntur Lilia (PLURA) – De Franza, ut plures Haec Tenet Una Domus – Quatuor Hi Fratres et Mens in Quatuor Una Unde – Est Productum Fratribus Omne Bonu(M) – Lilia Qui Pingit Pacem Mostrare videtur – Qua vivet Fratres Usq3 Tegentur Humo – Et Si Coniuncti Pingunt Haec Lilia Fratre(S)- Ius Est, Ut (VI) invictus (IVNCTIS) (VNA) Sit Aula Viris”.

Tale iscrizione è stata tradotta dalla prof.ssa de Ceglia e recita:
Su questa piccola pietra sono uniti più gigli di Francia, come quest’unico edificio accoglie più persone, quattro questi fratelli e una sola mente in quattro, onde è prodotto ogni bene per i fratelli. Chi rappresenta gigli sembra mostrare la pace, nella quale vivranno i fratelli finché non saranno coperti dalla terra e se i fratelli uniti rappresentano questi gigli è giusto che per uomini fortemente uniti ci sia una sola residenza.
Quindi oltre alla presenza di quattro fratelli che vissero nel palazzo, l’iscrizione descrive anche la conformazione dello stemma in pietra (ricostruito con IA) che si trovava al di sopra della lapide. Infatti dalle foto si vede che lo stemma aveva la forma di uno scudo a punta con tre gigli scolpiti, uno nella parte superiore e probabilmente due nella parte inferiore, di cui uno (a sinistra) risulta coperto da uno strano oggetto.
Il Grossi invece interpretò la parola De Franza come il cognome della famiglia che aveva realizzato il palazzo o i suoi primi proprietari, ma con questa nuova trascrizione e traduzione è emerso che quel De Franza si riferirebbe invece al giglio di Francia (fleur de lis) che è una specifica dell’araldica per differenziarlo dal giglio di Firenze.
Inoltre anche il prof Tandoi in un suo libro aveva anticipato i suoi dubbi, scrivendo: “Sui De Franza vi sono scarne notizie e nel catasto onciario del 1754, vi era un solo capofamiglia con quel cognome: Giuseppe, 39 anni, sposato con la magnifica Marianna D’Ambrosio. Abitavano in una casa palaziata consistente in più camere soprane e sottane nella strada della Porta Nuova, che aveva sotto tre magazzeni affittati come stalle. L’indicazione stradale non consente di stabilire con certezza che abitassero nel Palazzo Ducale. Comunque, al di là del titolo di magnifico, non è che fossero proprio ben messi economicamente. La casa era ipotecata per 500 ducati alle monache di San Benedetto, 30 ducati al convento dei padri francescani e 20 ducati a tale Carlo Mastropietro. Tutto qui. Nessun’altra proprietà”.

Quindi, ipotizzando che i De Franza non c’entrino nulla con il Palazzo Ducale, quale famiglia potrebbe averlo edificato e chi erano i quattro fratelli descritti nell’epigrafe?
Commenti
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Caro Prof. Magnini, questo articolo mi è piaciuto davvero molto. Non solo perché è scritto benissimo, con quella chiarezza che rende piacevole anche la storia più complessa, ma soprattutto perché racconta la tua curiosità e quella sana ostinazione che ti impedisce di accontentarti delle versioni già confezionate.
La ricerca sui De Franza, sull’epigrafe, sui telamoni e sui particolari perduti è affascinante. A un certo punto sembra quasi di assistere a un’indagine: una fotografia, un documento, un dettaglio, l’intelligenza artificiale e, finalmente, un nuovo indizio.Insomma, caro Professore, mentre noi guardiamo una vecchia pietra e diciamo “chissà cosa potrebbe raccontare”, tu pretendi addirittura che risponda!Complimenti sinceri per questo lavoro originale, rigoroso e appassionante. Hai riportato alla luce non soltanto un palazzo scomparso, ma una storia che sembrava ormai perduta. E adesso, naturalmente, ci hai lasciato con una nuova domanda: chi erano davvero quei quattro fratelli?
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Proviamo a cambiare completamente registro: più **poemetto da taverna medievale**, meno “cronaca storica”, con ironia più spontanea.
Udite, udite, buona gente,
che cosa ha combinato il nostro sapiente!Invece di starsene tranquillo a bere vino,
ha preso un vecchio palazzo e l’ha seguito pian pianino.Ha trovato un giglio, poi ne ha trovato tre,
un guerriero senza braccia e chissà quanti re.Ha guardato le pietre, ha scrutato le carte,
finché pure un povero telamone ha chiesto: “Basta, lasciatemi in disparte!”Ma il Magnini non demorde, cerca, confronta e ragiona,
e alla storia di Corato nuova vita dona.Il risultato, bisogna dirlo, è proprio un bel lavoro:
dotto, curioso, originale e fatto con decoro.Però una domanda ci resta, et non è cosa da poco:
chi erano quei quattro fratelli che abitavan quel loco?Professore, hai fatto il miracolo e noi ti facciamo applauso,
ma adesso trova i quattro fratres, sennò non ti diamo riposo! ? -
Articolo affascinante, senza dubbio. Ma proprio perché è affascinante, merita anche qualche domanda scomoda.
Quanto sono solide le fonti sulle quali vengono costruite alcune delle conclusioni? E soprattutto, qual è il confine tra documento storico, interpretazione e racconto tramandato da appassionati?
Grossi, Tandoi e altri autori citati hanno certamente il merito, preziosissimo, di aver raccolto memorie e notizie che altrimenti forse sarebbero andate perdute. Ma il loro entusiasmo e la loro passione non equivalgono necessariamente a una certificazione storico-scientifica delle loro ricostruzioni.
Il rischio è alquanto concreto: che un’ipotesi, ripetuta nel tempo, finisca per assumere l’aspetto di una verità; Anche l’AI, per quanto utile nella ricostruzione visiva, non può trasformare una congettura in una prova.
Insomma, ottimo lavoro di ricerca , ma proprio perche’ la storia e’ una cosa seria , ogni tanto bisogna avere il coraggio di mettere in sotto processo le proprie fonti -
Bisogna riconoscere al Sig. Magnini uno strepitoso lavoro di ricerca, entusiasmo e costanza. Ma proprio questo entusiasmo sembra ormai essersi trasformato in un formidabile generatore di racconti, rivisitazioni, spiegazioni e interpretazioni: tutto molto affascinante da leggere, ma non necessariamente altrettanto vicino a quella realtà che, in storia, potrebbe essere molto più banale e normale di quanto a lui piaccia immaginare.
E poi c’è l’uso dell’AI nelle ricostruzioni delle immagini. Il rischio è che la tecnologia, invece di aiutare la ricerca, finisca per sostituirsi ad essa, confezionando un passato più elegante e suggestivo di quello realmente esistito.
Tanta elaborazione rischia di cancellare proprio la magia dell’originale: perché alcune opere forse erano semplicemente quelle che erano, non i capolavori che oggi vorremmo fossero stati.
Il confine tra ricostruire il passato e riscriverlo è sottile. E Magnini ultimamente sembra camminarci sopra con entusiasmo da equilibrista-
Condivido pienamente questa recensione, soprattutto nel punto che considero più importante: il rischio di trasformare ciò che è stato realmente in ciò che ci piacerebbe fosse stato.
Non è affatto detto che quelle opere, quei palazzi, quei fregi e quelle decorazioni fossero originariamente così belli, raffinati, solenni e carichi di significati simbolici come oggi vengono ricostruiti e raccontati. Potrebbero essere stati semplicemente manufatti del loro tempo, magari dignitosi, magari interessanti, ma anche molto più ordinari e meno “geniali” di quanto l’interpretazione contemporanea ci suggerisca. Il passato non ha bisogno di essere abbellito per essere interessante. Anzi, forse la vera ricerca comincia proprio quando accettiamo che la realtà possa essere stata molto meno spettacolare del racconto che oggi ne facciamo.
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Tutto molto affascinante!
Grazie mille Dott. Magnini!
Ed un ringraziamento speciale alla Prof.ssa De Ceglie! -
Articolo interessantissimo come tutti quelli del signor Magnini. Circonstanziato e basato su documenti autentici, mostra inoltre che un uso intelligente dell’IA è possibile. Aspettiamo il prossimo.







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