Proviamo a metterci nei panni di quel bambino

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Facciamo uno sforzo e proviamo a metterci nei panni di quel bambino di sette anni che lunedì scorso percorreva via San Magno accanto a sua madre.

A quell’età il mondo è ancora un’automobile guidata dagli adulti: sono loro che conoscono la strada. Sono loro che tengono stretto il volante, evitando gli ostacoli. Loro sanno cosa fare quando qualcosa va storto. Poi una pietra si solleva dall’asfalto e si schianta contro il vetro anteriore, facendolo esplodere. La mamma si spaventa ma in qualche modo riesce a tenere il controllo e accosta come può. Nel giro di pochi secondi, il mondo degli adulti frantuma il suo parabrezza rassicurante mostrando qualcosa che un bambino ignora ancora: non sempre chi vede una persona in difficoltà sa mostrare un simulacro di compassione.

Passa un’auto. Poi un’altra e altre ancora. Ma nessuno rallenta. Nessuno tira giù il finestrino, nonostante sul ciglio della strada ci fossero una donna visibilmente scossa con un bambino e un’auto con il parabrezza infranto. A quel punto il bambino avrà pensato che quello scorrere di macchine somigliasse un po’ a quel gesto che vede fare a tanti adulti con il telefono in mano, quello strisciare il pollice verso l’alto sulla finestrella luminosa come se volessero togliere una macchia che non viene via. E quello che vedeva sulla strada erano pollici dietro i vetri, pollici sui volanti, pollici che registravano la scena per un istante e subito la lasciavano indietro.

Poi uno si è fermato. Finalmente, avrà pensato. Come al catechismo! Il buon samaritano di via San Magno, l’uomo disposto a interrompere la propria giornata per entrare, anche soltanto per cinque minuti, in quella improvvisamente deragliata di due sconosciuti. E invece no.

L’aiutante aveva individuato un’emergenza più urgente: il modo in cui l’auto era stata accostata. Allora il nostro gigione si è preso la briga di fermarsi, di tirar giù il finestrino e riempire la donna di improperi e insulti, come se lo spavento appena vissuto non fosse completo anche senza il suo contributo non richiesto.

Dopodiché ha ripreso il suo cammino, con la frustrazione gratificata e l’anima fuori servizio.

Quel bambino forse non conosce ancora la parola algoritmo, ma lunedì ne ha visto uno attraversare via San Magno. Ha visto la realtà scorrere via come un feed trascinato da un pollice. E se il pollice si è fermato è stato solo per insultare, dettare le regole, distribuire torti e ragioni, godere per qualche istante della propria presunta superiorità.

A questo punto ci vorrebbe qualcuno che gli spiegasse che ha ragione lui, non noi, e che tutto quello in cui crede non è un esercizio di stile per sognatori. E io sento qui il dovere di farlo.

Vedi, caro bambino, per anni noi adulti ci siamo raccontati che i social ci avrebbero cambiati, che prima o poi la vita sarebbe finita dentro lo schermo. Ci sbagliavamo solo sul verso: è lo schermo che è uscito ed è diventato la nostra vita e ha foderato di ovatta i nostri sensi. Noi adulti siamo diventati insensibili. E della categoria peggiore, gli insensibili inconsapevoli.

Siamo arrivati al punto che nel giro di qualche secondo ci commuoviamo davanti alla scena di un bambino sotto le macerie di Gaza e subito dopo ci lasciamo istruire da qualcuno su come rassodare i glutei, e un attimo dopo ci scandalizziamo per un gelato ruvese da 95 euro. L’atrocità e la sciocchezza abitano nello stesso rettangolo luminoso, una sopra l’altra, separate dallo scrollare distratto di un dito. Ogni emozione cancella la precedente prima che possa trasformarsi in un pensiero, figuriamoci in un gesto. Ma ci basta mettere un cuoricino sotto una fotografia per sentirci sensibili senza doverci fare carico di niente.

Anche la tua storia è finita dentro un feed. Ha raccolto commenti, indignazione, accuse alle istituzioni, alle forze dell’ordine, ai lavori stradali, alla maleducazione, ai giovani, agli anziani e all’umanità intera. Poi è stata spinta verso il basso da un’altra notizia, da una nuova polemica o dal prossimo gelato venduto al prezzo di un gioiello.

Ma tu, caro bambino, hai ancora il diritto di aspettarti un’altra realtà, quella in cui ancora credi e che ti auguro possa accompagnarti anche da grande. Una realtà fatta di piccole cose: un piede sul freno, ad esempio, un finestrino che si abbassa e una domanda semplicissima: «Avete bisogno di aiuto?». La civiltà comincia esattamente lì, davanti a ciò che scegliamo di non scorrere oltre.

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Commenti

  • Domenico Fiore (utente non verificato)

    Ti leggo sempre volentieri ma in questo caso spero abbiano letto anche gli attori di questa incresciosa vicenda, che questo articolo possa aver smosso qualche coscienza.

    Magari, la prossima volta, andrà diversamente

  • Stefania (utente non verificato)

    Complimenti Direttore! ?

  • Ss ss (utente non verificato)

    E’chi è questo gran cafone,idiota,gretto,e tutti gli aggettivi più brutti che non si possono scrivere?.Chi è questo essere schifoso che ha riempito la signora di brutte parole?Se
    Lei lo ha riconosciuto deve denunciarlo.

  • Michele nocella (utente non verificato)

    Complimenti direttore