Due “piroman” in meno
Poi arriva una di quelle notizie che cambiano in meglio l’umore della giornata: “ne hanno beccati due!”.
Facciamo un piccolo ripasso per chi si fosse perso le puntate precedenti.
È noto a tutti che a Corato, da anni (non mesi, anni!) il cold case per eccellenza sono le auto che bruciano. Sappiamo bene che non è una metafora, non è un modo di dire: bruciano davvero, di notte, con una regolarità che farebbe invidia a un termostato. Una sorta di abbonamento al fuoco che nessuno ha firmato ma che puntualmente viene rinnovato. Le telecamere ci sono, per carità. Ci sono sempre state. Con risultati che, fino a qualche giorno fa, avremmo definito generosamente “deludenti”.
Il fatto in oggetto risale alla scorsa notte di Capodanno: mentre mezza Corato stappava lo spumante e l’altra mezza si godeva il concerto in piazza della Bertè, due giovani concittadini (diciotto anni uno, ventisette l’altro) celebravano il Capodanno a modo loro: tanica di benzina, macchina in sosta, fiammata.
Bisogna ammettere che ci vuole un certo talento per fare quello che hanno fatto i due “piroman”. Non il talento criminale: quello, a giudicare dai risultati, scarseggia. Ma il talento per la tempistica. Perché se decidi di appiccare un incendio a Capodanno, la notte più sorvegliata dell’anno, o sei un genio incompreso o hai lasciato il cervello in frigorifero insieme al cotechino che non hai ancora mangiato.
Propendo per la seconda ipotesi.
Quattro mesi dopo, dall’analisi dei sistemi di videosorveglianza (apprendiamo con gioia essere funzionanti), gli investigatori del Commissariato li hanno incastrati. Fotogramma dopo fotogramma, dal distributore all’auto in fiamme, fino ai volti finalmente leggibili. Arresti domiciliari, procedimento avviato, onore agli inquirenti che hanno fatto un lavoro paziente e meticoloso.
E adesso viene la parte più interessante.
Nessuno sa, e sarebbe disonesto fingere il contrario, se questi due siano i responsabili di tutti gli incendi che negli anni hanno trasformato Corato in una città con un problema cronico di fahrenheit. Potrebbero esserlo. Non lo sappiamo, e probabilmente non lo sapremo presto. Personalmente ne dubito.
Quello che sappiamo è che adesso esiste un precedente. Un metodo. Una prova che la macchina (quella investigativa, non quella bruciata) può funzionare.
Se nei prossimi mesi la città dovesse tornare a dormire tranquilla e le carcasse annerite dovessero diventare un ricordo, avremo la conferma che sì, erano proprio loro i protagonisti di questa storia durata anni. Caso chiuso, archiviato, buona fortuna col processo.
Se invece – e qui chi scrive non riesce a fare l’ottimista di professione – dovesse ricominciare, almeno sapremo come rispondere. Non con lo stupore, non con l’indignazione da social, ma con il setaccio delle telecamere, gli investigatori al lavoro e la certezza che prima o poi un volto leggibile salta fuori da qualche fotogramma.
Corato ha aspettato anni per avere una risposta. Stavolta ce n’è voluta una, di risposta e due piroman agli arresti domiciliari a meditare sull’imponderabile domanda che li accompagnerà per un bel po’: ma davvero pensavamo di farla franca?
Evidentemente sì. E questo, forse, è il dettaglio più inquietante di tutta la storia.
Commenti
Analisi perfetta del nostra società, ormai ricca di apprensioni, certamente il mio pensiero retrogrado susciterà critiche, a quei “piroman” viste le numerose festività dei nostri calendari regalerei un bellissimo gadget dei vecchi tempi: una bella palla d’acciaio con una catenina il tutto dal modico peso 10/12 kg comoda anche per stare sul divano.
I sistemi di video sorveglianza privati e pubblici sono diffusi sul territorio comunale da molti anni, si poteva indagare a fondo anche in passato, non è stato fatto, perché?
Per quanto riguarda il diciassettenne dubito che col girello andava in giro ad appiccare il fuoco alle auto
Bravissimo