La paura parcheggiata sotto casa

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Provate a immaginarlo, ma provateci davvero, con tutta l’empatia di cui siete capaci: nel bel mezzo della notte un odore acre di plastica bruciata entra dagli infissi della vostra camera da letto, vi costringe ad alzarvi, ad affacciarvi e a scoprire che sotto casa la vostra auto sta andando a fuoco, divorata dalle fiamme solo perché qualcuno ha  deciso, con una certa ostinazione, che quella notte doveva finire così.

A quel punto, mentre la mente fa rapidamente l’inventario delle rate ancora da pagare, del fatto che  con quella macchina dovevate andare al lavoro, delle commissioni quotidiane e dei figli da accompagnare, la lingua italiana, così straordinaria e ricca di sfumature, si restringe improvvisamente ad un elenco di santi a cui rivolgere le giuste bestemmie.

È una reazione comprensibile. Quasi elegante, se si considera la situazione. Perché quando un pezzo della tua quotidianità diventa una carcassa annerita, mentre i vigili del fuoco spengono le fiamme e qualcuno dietro le persiane osserva la scena con l’aria di chi sta assistendo a uno spettacolo notturno non previsto dal palinsesto, è difficile pretendere un trattato di filosofia morale.

Il problema, semmai, è che questa scena a Corato non è più un episodio isolato, una stranezza della notte buona per alimentare le conversazioni del giorno dopo. Negli anni è diventata quasi una rubrica involontaria della cronaca cittadina: ogni tanto un’auto brucia, la città si sveglia con l’odore di fumo, si commenta, si discute, si cercano spiegazioni e poi, lentamente, si torna alla normalità.

E qui accade una cosa curiosa.

Perché appena si prova a capire cosa stia succedendo, spuntano immediatamente le interpretazioni più varie: c’è chi parla con tono grave di ritorsioni e criminalità organizzata, chi è convinto che si tratti di personaggi arrivati da fuori, magari da qualche città vicina, assoldati per fare il lavoro sporco e sparire prima dell’alba, e chi invece, confidando che fin dai tempi di Adamo i cretini sono in maggioranza, riduce tutto a ragazzate, bravate, noia notturna che diventa vandalismo.

Le versioni sono molte. Le certezze, curiosamente, ancora di più.

Poi però, quando si passa dalle ipotesi alle responsabilità, succede una piccola magia: la sicurezza con cui fino a un attimo prima si descriveva il presunto colpevole svanisce all’improvviso e il bersaglio diventa immediatamente un altro.

Le istituzioni. Il sindaco. I carabinieri. La polizia.

Troppi incendi, pochi controlli, troppa paura nelle strade. Ed è legittimo pretendere che chi governa e chi è chiamato a garantire la sicurezza pubblica faccia fino in fondo il proprio lavoro. Ci mancherebbe altro.

Ma resta una domanda che continua a girare nella testa con una certa ostinazione.

È davvero possibile che in una città non piccolissima, fatta di quartieri, vicinati, abitudini e occhi che osservano, nessuno sappia niente? Che nessuno abbia mai visto, mai intuito, mai sospettato qualcosa che vada oltre il commento del giorno dopo?

Una città può anche non sapere tutto, ma è difficile credere che non sappia niente.

Perché se davvero esiste qualcuno che ha visto, intuito, capito – qualcuno che nel proprio intimo sa di essere una persona perbene – forse è arrivato il momento di ricordarsi che la sicurezza di una città non si difende soltanto con le pattuglie e le sirene.

Si difende anche con il coraggio civile. Il coraggio, cioè, di denunciare.

Altrimenti continueremo a fare quello che facciamo da anni: indignarci, commentare, dare colpe, pronunciare a fior di labbra il nostro comprensibilissimo “vaffanculo” davanti all’ennesima auto in fiamme… e poi tornare a dormire.

Fino alla prossima notte.

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