
La testimonianza e la riflessione di un nostro lettore
Anziani provocati, insultati e ripresi con gli smartphone: dove finiscono il limite, la compassione e la responsabilità dei genitori?
La testimonianza e la riflessione di un nostro lettore
Ogni sera, nei pressi della mia abitazione, si ripete una scena che provoca rabbia, amarezza e un profondo senso di impotenza.
Due persone anziane vivono in un piccolo locale al piano terra, di appena una ventina di metri quadrati. Le loro condizioni fisiche appaiono precarie e non è possibile sapere con certezza se vi siano anche problemi di natura mentale. Ciò che è evidente, però, è la loro fragilità.
Con il caldo intenso di questi mesi, sono costrette a lasciare il portone aperto. Non dispongono di un impianto di condizionamento e quell’apertura rappresenta probabilmente l’unico modo per far entrare un po’ d’aria in un ambiente piccolo e soffocante.
Proprio quel portone aperto, però, sembra essere diventato il punto di ritrovo di un folto gruppo di ragazzine e ragazzini.
Arrivano quasi ogni sera. Gridano, insultano, pronunciano parolacce, lanciano oggetti e si avvicinano all’ingresso, oltrepassando talvolta quel limite sottile che separa la strada dalla proprietà e dalla dignità privata di chi vi abita.
Qualcuno, intanto, riprende tutto con lo smartphone.
La provocazione non sembra quindi avere soltanto lo scopo di suscitare una reazione. Quella reazione deve essere filmata, trasformata in contenuto, mostrata ad altri e forse pubblicata sui social nella speranza di ottenere visualizzazioni, commenti e qualche istante di notorietà.
L’uomo anziano, esasperato, cerca talvolta di inseguirli. Esce urlando, magari con un oggetto in mano, ma deambula a malapena. I ragazzi scappano, si disperdono e attendono che la situazione si calmi.
Dopo poco tornano.
Non è un confronto alla pari. Non è uno scherzo tra coetanei. È un gruppo numeroso che si accanisce contro persone chiaramente vulnerabili, consapevole che non potranno raggiungerlo, difendersi adeguatamente o reagire in modo efficace.
Eppure nessuno sembra fermarsi.
Viene allora spontaneo domandarsi dove siano i genitori di questi ragazzi. Sanno dove si trovano i loro figli ogni sera? Sanno come trascorrono il tempo? Hanno mai controllato i video presenti nei loro telefoni o nei loro profili social? Si sono mai chiesti se dietro una risata, una ripresa o un contenuto condiviso possa nascondersi l’umiliazione di una persona indifesa?
Il problema non è sostenere che in passato i ragazzi fossero tutti educati e rispettosi. Anche le generazioni precedenti hanno commesso stupidaggini, fatto scherzi e oltrepassato qualche limite.
Ma spesso, all’interno del gruppo, arrivava un momento in cui qualcuno diceva basta.
Poteva essere il bambino più sensibile, quello educato diversamente o semplicemente quello capace di rendersi conto che lo scherzo stava diventando cattiveria. Invitava gli altri a desistere e, nella maggior parte dei casi, riusciva a convincerli.
Esisteva un limite non scritto.
Qui, invece, colpisce la compattezza del gruppo. Nessuno sembra provare compassione. Nessuno appare disposto a sottrarsi. Nessuno sembra avere il coraggio di dire agli altri che ciò che stanno facendo non è divertente.
La coesione diventa così un moltiplicatore della crudeltà.
Da solo, probabilmente, ciascuno di quei ragazzi non avrebbe il coraggio di affrontare e insultare due persone anziane. Nel gruppo, invece, la responsabilità individuale si dissolve. Ognuno si sente protetto dagli altri, autorizzato a proseguire e meno colpevole perché tutti stanno facendo la stessa cosa.
Lo smartphone aggiunge un ulteriore elemento.
Un tempo lo scherzo finiva nel momento in cui finiva l’azione. Oggi può essere registrato, montato, condiviso e riprodotto decine o centinaia di volte. La sofferenza di una persona diventa un prodotto da consumare. Più la vittima reagisce, più il video appare interessante. Più urla, più aumenta la possibilità che quel contenuto venga guardato e condiviso.
La tecnologia, da semplice strumento, diventa quindi un incentivo alla provocazione.
Non si cerca più soltanto il divertimento del momento. Si cerca la scena, la reazione esasperata, il filmato da mostrare agli amici o da pubblicare. La persona provocata smette di essere percepita come un essere umano e diventa un personaggio inconsapevole di uno spettacolo organizzato a sue spese.
È questa la parte più inquietante: l’assenza di empatia.
Le condizioni delle due persone sono visibili. L’età, le difficoltà nel camminare, l’ambiente angusto in cui vivono e l’incapacità di difendersi dovrebbero suscitare prudenza e compassione. Invece sembrano produrre l’effetto contrario: proprio quella debolezza rende le vittime più facili da provocare.
Non si tratta più di semplice maleducazione. È l’incapacità di riconoscere la sofferenza dell’altro e di stabilire autonomamente un confine.
La responsabilità, naturalmente, non può essere attribuita soltanto ai ragazzi.
Quando un gruppo di minorenni trascorre sistematicamente le serate insultando persone anziane, bisogna interrogarsi anche sulla presenza educativa degli adulti. Genitori, scuola, istituzioni e comunità non possono limitarsi a intervenire quando la situazione degenera.
Educare significa anche insegnare che non tutto ciò che genera una risata è divertente, che non tutto ciò che può essere filmato deve essere ripreso e che una persona fragile non è un bersaglio.
Significa spiegare che il consenso del gruppo non rende giusta un’azione sbagliata. E che avere uno smartphone in mano non autorizza a invadere la vita, la casa e la dignità degli altri.
C’è poi il problema di chi assiste.
Vedere queste scene provoca il desiderio di intervenire, ma anche la paura che una reazione diretta possa peggiorare la situazione. L’anziano stesso, esasperato, rischia di compiere un gesto impulsivo e di passare paradossalmente dalla parte del torto, mentre i ragazzi possono presentarsi come vittime dopo averlo provocato ripetutamente.
È un meccanismo perverso: si esaspera una persona fragile, si attende la sua reazione e poi la si filma.
Per questo non è sufficiente liquidare tutto come una bravata. È necessario che gli adulti presenti nel quartiere, le famiglie e le istituzioni prendano coscienza di quanto sta accadendo e intervengano prima che la situazione abbia conseguenze più gravi.
La domanda finale resta la più semplice e, allo stesso tempo, la più dolorosa: possibile che tra tanti ragazzi non ce ne sia neppure uno capace di provare pietà?
Possibile che nessuno senta il bisogno di fermarsi, abbassare il telefono e dire agli altri: «Adesso basta»?
Forse il vero problema non è soltanto ciò che questi ragazzi fanno ogni sera. È ciò che, davanti alla sofferenza di due persone fragili, non riescono più a sentire.
Commenti
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cara lettrice, potresti segnalare il problema alla polizia, anche anonimamente, corredando con più particolari possibili, magari con qualche foto o filmato … chi di smartphone ferisce …
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Sono d’accordo. Chi vede o è al corrente, e non agisce, diventa complice. Quindi va bene questo articolo, ma un’azione più concreta e tempestiva aiuterebbe i due poveri signori anziani, per i quali sono molto dispiaciuto.
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Ormai la società è alla deriva più totale. E questo è anche confermsto dal fatto che i ragazzi e soprattutto le ragazze cosiddette di buona famiglia si stiano “mischiando” con figli di famiglie che sono la vera feccia della società.
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Appunto.Non generate!!!
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Chiamate le forze dell’ordine, rinformate i figli se li hanno o i parenti di questa coppia di anziani per aiutarli a denunciare per liberarsi di questi grandissimi maleducati e incivili .
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Ma e’ un saggio su tema o una denuncia concreta perche’ non vedo nessun riferimento concreto tipo indirizzo o indicazione di quattiere.
Non basta denunciare in manniera generica. Poi mazz e panella……. -
La Russa “el diablo” ha detto che dai 14 anni sono rinchiudibili in carcere. Quindi i genitori possono non fregarsene più nulla o meglio, traducendo el diblo, non sono più responsabili.
ah ah ah ah -
prova a sehnalare il problema ai servizi sociali. l’assessore e vice sindaco addario , credo sia disponibile per un intervento. lo ha fatto altre volte.
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Mi pare un’esercitazione letteraria, anche un po’ ripetitiva. L’ autore ( o l’autrice) avrebbe fatto meglio, se fosse stato breve, conciso e compendioso ed avesse denunciato il tutto alle autorità di polizia
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Bellissimo articolo. Peccato che a leggerlo siano sempre le persone per bene e che condivideranno il pensiero. Questo articolo, nel suo contenuto, nel suo significato, non arriverà mai a quei ragazzacci e probabilmente neanche ai genitori correi di quelle irresponsabilità.
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Sono d’accordo con il sig Carluccio
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Io vorrei chiedere a chi insulta gli anziani … Ti senti realizzato orgoglioso , forte ti senti un gangster a fare questo? Ti senti un uomo con le palle?
Non aggiungo altro . -
Analisi impeccabile, forse un po’ ridondante ma certamente efficace. Confido sia stata scritta dopo aver alzato la cornetta per chiamare le forze dell’ordine.
Questa tipologia di bambini/ragazzini, presi singolarmente, ti riempiono i secchi di lacrime, sono molto più fragili delle loro vittime: in branco, invece, formano un unico cervello bacato bramoso di mostrarsi al mondo.
Dove sono i genitori? A specchiarsi sui social. C’è un disperato bisogno di attirare l’attenzione: sono genitori dei loro figli. -
In assenza delle forze d’ordine i cittadini si nascondono ? I genitori vergognosi meritano medaglie del menefreguismo Sono molti i coraggiosi da bar .
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Io lo vivo ogni sera ed è insopportabile, non si fermano ad insulti ma lanciano pietre che hanno spaccato il vetro e spezzato la maniglia , hanno preso la borsa della signora da dentro e buttata nella strada , una sera svuotarono sacchetti di farina mischiata poi con acqua ed il vecchietto la mattina alle cinque si mise a lavare la strada di nanzi all’abitazione
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che zona?
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Che vergogna!
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Caro lettore vada a denunciare.Con lei gli omertosi .Immagino siano tanti.NON VEDO NON SENTO NON PARLO.Anche loro diventeranno vecchi e le generazioni saranno più cattive.







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