Il sorprendente bosco di Acquatetta e il barranco del Cavone

Ad oggi, qui l’acqua, come su tutta la Murgia, continua ad essere ben nascosta, ma insieme a lei tante altre cose, celate all’interno e negli immediati dintorni del Bosco di Acquatetta, uno dei più grandi di Puglia per estensione, con oltre 1.000 ettari

Felice Miscioscia per Murgia a Pedali
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Acquatetta, etimologicamente “acqua protetta”, o meglio, “acqua nascosta”, chissà, forse un probabile riferimento ad un’antica sorgente poco visibile.

Ad oggi, qui l’acqua, come su tutta la Murgia, continua ad essere ben nascosta, ma insieme a lei tante altre cose, celate all’interno e negli immediati dintorni del Bosco di Acquatetta, uno dei più grandi di Puglia per estensione, con oltre 1.000 ettari, un numero che purtroppo viene continuamente ritoccato a causa degli incendi.

Rimboschimento “artificioso” di alloctone conifere, impiantato sul finire degli anni ‘50 per scopi antierosivi e idrogeologici, come altri già visti e citati (Cecibizzo & co.), questo polmone verde sull’altopiano murgiano si adagia a cavallo tra Minervino e Spinazzola, in una zona aspra ed impervia, con taluni richiami toponomastici religiosi (“Vallone del Monaco”, “Salita del Monaco”), segno dell’antica proprietà dei terreni, ascritta alla comunità monastica di Santangelo in Vulture.

Senza eccessive divagazioni storico-geografiche, buttandosi a capofitto nella selva, il bosco ci spalanca il suo cuore più selvaggio, tra folta vegetazione e cave di bauxite latenti che bucherellano il terreno (anche antecedenti a quelle più celebri), tra le discese ardite e le risalite, citando Battisti, ardui sentieri e perfide pendenze. Un prorompente e prolungato contatto con la natura che fa da preludio ad una vista meravigliosa, dal crinale montuoso sino alle valli della Basilicata, giocando a individuare quanti più dettagli possibile: col Monte Vulture si vince facile, il Castello di Monteserico è già più complicato, il Ponte dei 21 Archi si fa riconoscere anche da lontano, nella sua avvenente particolarità architettonica.

Basta sedersi sulla panchina panoramica e stare lì fermi, con calma, a osservare l’orizzonte.

Prima di uscire dalla selva però c’è qualcos’altro, qualcosa che incuriosisce ma intimorisce allo stesso tempo, attirandoci verso l’orlo del baratro. È la grande dolina carsica del Cavone, col suo barranco profondo oltre 70 metri, che rivela ai tremebondi e scrutanti occhi le ime fattezze del sottosuolo, sempre ben saldi e attenti a non avvicinarsi troppo.

Ci sarebbe altro da raccontare, le incisioni rupestri, il Sacrario (appena fuori dal bosco) in memoria delle 22 vittime trucidate dai nazisti durante la Seconda Guerra Mondiale, ma per oggi basta così. Il consiglio è di ammirare tutto ciò dal vivo, concedendosi una bella mattinata in escursione in questo luogo altomurgiano, selvaggio e prodigo, appunto, di piacevoli sorprese nascoste.

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