Nobel per la Fisica a Francis Halzen, nel progetto IceCube anche il ricercatore coratino Marco Scarnera

Ventotto anni, un dottorato all’Università cattolica di Louvain, in Belgio, e un lavoro nel progetto IceCube ideato dal premio Nobel Francis Halzen. «Quando abbiamo sentito il suo nome eravamo euforici e increduli»

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Quando il nome di Francis Halzen è risuonato durante l’annuncio del premio Nobel per la Fisica 2026, nell’Università cattolica di Louvain, in Belgio, c’era anche un giovane ricercatore coratino a festeggiare.

Marco Scarnera, 28 anni, sta svolgendo il suo dottorato nel gruppo di fisica delle astroparticelle dell’ateneo belga, impegnato nell’esperimento IceCube Neutrino Observatory: lo stesso progetto scientifico che è valso ad Halzen il più prestigioso riconoscimento internazionale per la fisica.

Il legame tra il Nobel e l’università in cui lavora Scarnera non è soltanto scientifico, ma affonda le radici nella storia dell’ateneo belga. «Il professor Halzen si è laureato e dottorato nella nostra università (prima della scissione), la stessa università di Georges Lemaître, che nel 1927 diede vita alla famosa teoria del Big Bang».

Oggi professore all’Università del Wisconsin-Madison, Halzen ha conservato, come racconta Marco, stretti rapporti con l’UCLouvain e con la professoressa Gwenhaël de Wasseige, responsabile del gruppo di ricerca di cui il giovane coratino fa parte. Lo stesso Halzen ne ha più volte sottolineato il «lavoro straordinario».

«Abbiamo seguito tutti assieme l’annuncio dell’assegnazione del premio in diretta, come ogni anno» racconta Marco. «Quando abbiamo sentito il nome del professor Halzen eravamo euforici e increduli. Questo riconoscimento dà una nuova spinta a tutto il nostro campo di ricerca, oltre a fornire credibilità a questo nuovo modo di fare astronomia».

Il Nobel riconosce il contributo di Halzen alla realizzazione di IceCube, un osservatorio scientifico costruito sotto i ghiacci dell’Antartide per studiare i neutrini, particelle minuscole che attraversano continuamente lo spazio e la materia. È un progetto al quale collaborano oltre 450 scienziati provenienti da 57 centri di ricerca di tutto il mondo, con l’obiettivo di comprendere l’origine di alcuni dei fenomeni più energetici dell’Universo.

Ma cosa sono esattamente i neutrini? «Sono particelle elementari quindi, assieme all’elettrone, fanno parte dei “mattoncini” indivisibili che formano la materia», spiega Scarnera. «Un neutrino può attraversare grandissime quantità di materia e viaggiare per migliaia di anni luce di distanza senza essere mai assorbito o influenzato (o almeno non troppo) da quello che ha incontrato sulla sua strada. Quindi se riusciamo in qualche modo a catturarlo, può portarci informazioni e indizi del luogo in cui ha avuto origine, dato che è arrivato da lì indisturbato».

Per intercettare queste particelle è stato costruito IceCube, un enorme rivelatore grande un chilometro cubo, sepolto sotto il ghiaccio del Polo Sud. «È anche detto “telescopio di neutrini”, perché esattamente come un normale telescopio è usato per osservare l’Universo che ci circonda. Però, a differenza dei telescopi classici, non cerca la luce proveniente dalle stelle, ma queste “particelle fantasma”».

Una tecnologia che ha aperto nuove possibilità nello studio del cosmo, permettendo agli scienziati di cercare risposte a interrogativi rimasti a lungo irrisolti.

«Per secoli abbiamo osservato il cosmo soltanto con la luce. Negli ultimi anni abbiamo sviluppato dei nuovi “occhiali” per osservare il mondo che ci circonda, come i rivelatori di onde gravitazionali e di neutrini. Con questi strumenti possiamo vedere parti di universo che la luce da sola nasconde, come il cuore di una stella o le vicinanze di un buco nero. IceCube è uno dei protagonisti di questa nuova astronomia».

È proprio in questo campo che lavora Scarnera. Il suo progetto di dottorato si concentra sulla ricerca di neutrini provenienti dai cosiddetti lampi gamma (Gamma-Ray Bursts, o GRB), fenomeni associati ad alcune delle esplosioni più energetiche dell’Universo. Per individuarli, il giovane ricercatore combina i dati raccolti da tre osservatori: IceCube, Antares e KM3NeT.

«Nel nostro gruppo di ricerca lavoriamo tutti nell’analisi dei dati raccolti dai due esperimenti. Il focus principale è lo sviluppo di strumenti di analisi statistica dell’enorme mole di dati raccolti, per ricercare il segnale di neutrini provenienti da varie sorgenti astrofisiche, come buchi neri supermassicci al centro di galassie attive, eruzioni solari oppure supernove».

Tra gli ambiti di ricerca del gruppo belga c’è anche lo studio dei neutrini a basse energie, particolarmente difficili da individuare. Il gruppo è inoltre tra i pochi in Europa a poter lavorare con i dati sia di IceCube sia di KM3NeT, un osservatorio collocato nelle profondità del Mediterraneo, al largo della Sicilia.

Il percorso che ha portato Marco a lavorare in uno dei gruppi internazionali impegnati in queste ricerche è cominciato tra Andria e Ruvo di Puglia. Prima gli studi all’ITIS di Andria, dove un professore gli ha trasmesso la passione per la fisica, poi la scelta di trasferirsi, al terzo anno, al liceo scientifico di Ruvo per approfondire la materia.

Dopo il diploma ha studiato Ingegneria Fisica al Politecnico di Milano, svolto un tirocinio al Parlamento europeo e proseguito la formazione in Fisica nucleare e subnucleare all’Università di Bologna. Durante la preparazione della tesi magistrale ha trascorso due mesi al Fermilab, laboratorio di ricerca nei pressi di Chicago, lavorando all’analisi dei dati del rivelatore Icarus, ideato dal premio Nobel Carlo Rubbia. Terminati gli studi, l’inizio del dottorato all’UCLouvain, nella città belga di Louvain-la-Neuve.

«Sono ogni giorno estremamente grato alla mia famiglia, che mi ha dato la possibilità di studiare lontano da casa, anche se questo ha significato allontanarsi dagli affetti. È emozionante poter lavorare ogni giorno sulle proprie passioni in un contesto internazionale, che ti porta a confrontarti con centinaia di persone da tutto il mondo. A volte ci si sente un piccolo ingranaggio, ma in questi momenti, si capisce quanto sia importante il contributo di ciascuno».

Nonostante la distanza, il legame con Corato resta forte, anche attraverso piccoli gesti della quotidianità. «Le radici le porto sempre con me e si può vivere lontano da Corato senza smettere di sentirsi coratino: basta un mercato domenicale, qualche connazionale e un bel mazzo di cime di rapa, arrivano direttamente dalla nostra Puglia».

Sul futuro, Marco non si sbilancia. «Per ora il mio obiettivo è portare a termine il progetto di ricerca. Non so dove mi porterà questa strada: ogni tanto valuto l’idea di tornare in Italia, ma la ricerca è in crisi ovunque, con stipendi molto bassi e spesso fuori dalle priorità del Paese, quindi la vedo difficile».

Ai giovani che vorrebbero intraprendere la stessa strada rivolge infine un consiglio che nasce dalla propria esperienza.

«A chi sogna di fare questo mestiere direi di lasciarsi guidare dalla curiosità. Sono sempre stato uno studente nella media e penso che ci siano ricercatori molto più bravi di me, ma mi sono sempre impegnato e lanciato, cercando mille occasioni che mi permettessero di uscire e scoprire il mondo».

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Commenti

  • Aldo Addario (utente non verificato)

    Complimenti

  • carluccio (utente non verificato)

    orgogliosi di voi!
    grazie coratolive che ogni tanto ci ricordi che esistono anche nostri concittadini con cui congratularsi e ai quali augurare sempre nuove vette!