A Corato gli antichi lampioni in ferro e in ghisa dell’opificio Treichler di Napoli

Silenziosi testimoni di oltre un secolo di storia cittadina, i lampioni monumentali di corso Mazzini e largo Plebiscito custodiscono dettagli, lavorazioni e testimonianze di un’epoca in cui anche l’illuminazione pubblica diventava espressione di arte e decoro urbano. Il dott. Giuseppe Magnini ne ricostruisce caratteristiche e origini, riportando alla luce anche la storia dell’Opificio Treichler

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Quando pensiamo alla scultura, la nostra mente corre subito alla lavorazione della pietra o del marmo. Esistono però forme d’arte altrettanto affascinanti che modellano il ferro e la ghisa, trasformandoli in veri e propri capolavori.

A Corato ne abbiamo di esempi di opere in ferro e ghisa, come le vecchie panchine, ma vi sono altre opere lampanti, è proprio il caso di dirlo, sotto gli occhi di tutti.

Da oltre un secolo, i magnifici lampioni storici, posizionati nei pressi delle statue dedicate a Matteo Renato Imbriani e a Giuseppe Garibaldi, illuminano corso Mazzini e largo Plebiscito, fondendo estetica e storia dell’arredo urbano.

Alla base dei due lampioni posti nei pressi del monumento dedicato a M. R. Imbriani si trova ancora oggi la targa originale della ditta costruttrice che li creò nel primo ventennio del ‘900: l’Opificio E. Treichler di Napoli. Una targa analoga, purtroppo mancante probabilmente asportata nel corso del tempo, doveva trovarsi anche alla base dei due lampioni adiacenti al monumento di G. Garibaldi, che presentano la medesima fattura.

Osservando bene i lampioni da vicino, ci si rende conto della straordinaria cura artigianale dell’epoca. Partendo dal basso verso l’alto, si può notare che il lampione poggia su un basamento sagomato in pietra chiara a pianta ottagonale, che rialza l’intero elemento dal piano stradale.

La sezione inferiore in ghisa presenta un ricco apparato decorativo in stile neobarocco/eclettico, caratterizzato da ricci, volute, foglie d’acanto ed elementi zoomorfi che fungono da piedini d’appoggio, distanziati e decorati da della frutta globosa.

La colonna principale mostra delle scanalature verticali classiche, intervallate da anelli e modanature decorative che affusolano la figura verso l’alto.

Nella parte superiore spicca un ampio cestino circolare in ferro sbalzato, impreziosito da rosette/borchie floreali e completato da staffe a ricciolo che ne sostengono la struttura inferiore e superiore. Questo elemento, doveva contenere delle piante o fiori, trasformandolo in un elemento di arredo urbano multifunzionale che univa illuminazione e verde pubblico. ​

Sopra la corona, un sistema di volute e tondini in ferro battuto sostengono il corpo illuminante apicale. Doveva essere un’unica lampada, protetta da un globo di vetro bianco opaco, sormontato da un elemento decorativo a punta che ha subito alcune modifiche nel corso degli anni. La lanterna superiore, originariamente progettata per la lampada ad arco o a incandescenza, è stata sostituita in epoca recente con una sorgente luminosa a LED per le moderne esigenze di illuminazione pubblica.

Questi storici lampioni in ghisa e ferro battuto rappresentano un raffinato esempio di arredo urbano d’epoca in stile liberty e di come l’eleganza e la qualità dei materiali erano alla base delle lavorazioni del ferro e della ghisa della fonderia Treichler.

La storia dell’Opificio Treichler

Nei primi anni del ‘900 giunsero a Napoli molti imprenditori stranieri per risollevare l’economia della città; tra questi aprirono la propria attività importanti ditte tra cui Gay-Odin, Van Bol & Feste, Caflisch, Gutteridge ed altre ancora.

Tra tanti industriali francesi, svizzeri, olandesi giunse a Napoli anche l’ingegnere Enrico Treichler di Zurigo, che si occupava dell’industria del ferro e della ghisa.

Ben presto si ambientò a Napoli rilevando la fonderia Delamorte sposando la signora Assunta D’Avanzo dei marchesi Puoti dalla quale ebbe sette figli.

La fonderia Treichler aprì la sua sede in via S. Teresa degli scalzi nei pressi del tondo di Capodimonte, una delle colline più belle di Napoli e divenne negli anni un punto di riferimento assoluto per la lavorazione del ferro e della ghisa, legando per sempre il proprio nome alla realizzazione dei primi pali della luce e degli arredi urbani.

La vera affermazione dell’Opificio Treichler fu legata al passaggio dall’illuminazione a gas a quella elettrica a cavallo tra Ottocento e Novecento. aggiudicandosi importantissime commesse per la produzione: di basi decorate con motivi ritorti, foglie d’acanto, leoni e stemmi della città di Napoli, progettati per sostenere le prime lampade ad arco ed elettriche e di balaustre alle pensiline per il tram, fino ai chioschi e ai sostegni per le gallerie commerciali ed il lungomare.

Le fusioni in ghisa dell’Opificio Treichler erano famose per la straordinaria resistenza agli agenti atmosferici e alla salsedine, unite a un gusto estetico d’ispirazione neoclassica e liberty.

Negli anni, alla guida dell’azienda subentrò il figlio Vittorio, laureato in ingegneria, in seguito la fonderia concluse il suo ciclo produttivo a causa dei cambiamenti tecnologici e industriali del secondo ‘900, ma la sua eredità è rimasta sotto gli occhi di tutti e l’Opificio Treichler rappresenta un esempio virtuoso di come l’imprenditoria partenopea abbia saputo integrarsi in tutto il Mezzogiorno, lasciando un’impronta indelebile nella storia del design urbano e dell’ingegneria del ferro in Italia e persino nelle piazze della nostra Corato.

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Commenti

  • Vincenzo Quinto (utente non verificato)

    Puntuale, preciso, utile e completo come sempre. Grazie prof. Magnini. Assessore alla Cultura subito!!!

  • Tenghiù (utente non verificato)

    Ancora grazie grazie e grazie Dottor Magnini per la sua straordinaria attenzione verso tutto ciò che riguarda la storia dellla nostra città!
    Aspetto con ansia il suo prossimo articolo!

  • Mauro Rosa (utente non verificato)

    Mauro Rosa
    Dott. Magnini, ho letto ed apprezzato il suo articolo.
    Sono una napoletana doc che soffre da sempre per l’incuria e il saccheggio a cui la nostra meravigliosa citta’ e’ sottoposta dai vari amministratori che si sono succeduti.
    Lei ha notizie dei lampioni di ghisa che illuminavano la villa comunale, sostituiti con dei tubi moderni dorati, che niente hanno a che fare con l’antica villa?
    Per me chi autorizzo’, a suo tempo, questo scempio dovrebbe essere condannato all’ergastolo!!!!

    • M.G. (utente non verificato)

      Purtroppo al momento non ho notizie dei pali da lei citati, ma potrei fare delle ricerche. M.G.