Il volto oltre il volto: la ricerca di Domenico Tarantini»

Recentemente ha trovato spazio la sua mostra «Inferi in Fieri», costruita attorno a una serie di autoritratti

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Il ritratto non è soltanto un volto da riprodurre. È un modo per cercare, dietro i lineamenti, qualcosa che spesso sfugge persino a chi quel volto lo porta ogni giorno. È questa la prospettiva dalla quale Domenico Tarantini guarda alla sua arte: non semplicemente quella di un ritrattista, ma di un «ricercatore», impegnato a esplorare attraverso il disegno una dimensione che ha a che fare con l’identità, la percezione e l’interiorità.

Dal 19 al 21 agosto, negli spazi di Sonder Tattoo Parlour, Tarantini ha presentato «Inferi in Fieri», mostra costruita attorno a una serie di autoritratti. Un titolo che, nella sua traduzione quasi letterale di «Inferno in costruzione», racconta già la direzione del percorso. L’inferno evocato dall’artista non è quello della tradizione teologica, ma una condizione interiore, un territorio ancora da esplorare, nel quale la ricerca procede senza una conclusione prestabilita.

L’autoritratto diventa così uno strumento di indagine. Guardarsi, rappresentarsi, provare a restituire sulla carta ciò che accade dentro significa misurarsi con un’immagine di sé che non è mai definitiva. Ed è proprio quel carattere provvisorio, suggerito dal latino «in fieri», a definire il lavoro di Tarantini: una condizione di continuo mutamento, in cui anche il tempo sembra assumere una dimensione diversa.

La mostra ha però scelto di non fermarsi alla dimensione privata dell’autoritratto. Accanto alle opere è stato proposto «Vieni che ti disegno», una sessione di ritratti aperta a chiunque volesse lasciarsi rappresentare. Un passaggio significativo: dalla ricerca su di sé all’incontro con l’altro. Il volto di chi si siede davanti all’artista diventa materia di osservazione, ma anche occasione per interrogarsi su quanto di una persona possa davvero essere raccontato attraverso pochi tratti.

È forse qui che il ritratto torna a mostrare tutta la sua forza: non la semplice riproduzione di una fisionomia, ma il tentativo, inevitabilmente incompleto, di catturare una presenza. Tarantini sembra muoversi proprio su questa soglia, tra ciò che si vede e ciò che resta invisibile.

L’artista ha affidato la realizzazione della mostra anche alla disponibilità di Taka, proprietaria di Sonder Tattoo Parlour, che ha messo a disposizione il suo studio, e al sostegno di familiari e amici. Un contesto non convenzionale per un’esposizione che, del resto, nasce da una ricerca altrettanto lontana dalle formule consuete. «Inferi in Fieri» è soprattutto una tappa di un percorso ancora aperto: perché, per Tarantini, il ritratto non sembra avere il compito di arrivare a una risposta, ma quello più difficile di continuare a fare domande.

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