Il “Figlio dell’Aria”, Arthur Strohschneider, sospeso nei cieli di Corato nel 1923

Un contributo di Giuseppe Magnini
Dallo studio delle notizie di cronaca del passato e grazie alle straordinarie foto storiche della collezione di Rino Scarnera, emergono spesso vicende poco conosciute, piccoli gioielli di memoria locale che devono essere raccontare perché fanno parte della nostra storia.
Una delle vicende più affascinanti e curiose svoltasi a Corato nel 1923, riguarda l’esibizione di Arthur (detto Arturo), il funambolo che per decenni ha tenuto il mondo intero con il naso all’insù.
Conosciuto anche con titoli altisonanti come “Il Figlio del Cielo” o “il Sovrano dell’Aria”, Strohschneider fu una vera e propria celebrità mondiale di inizio Novecento. Capace di esibirsi nelle piazze di tutto il mondo, da New York a Buenos Aires, dalle principali capitali europee fino a Pietroburgo. Nel primo ventennio del ‘900 scelse anche la Puglia per una serie di tappe che sorpresero e atterrirono gli spettatori dell’epoca, del tutto disabituati a simili spettacoli d’audacia estrema.
Durante le sue esibizioni la gente si riversava in strada, si accalcavano lungo le vie, si sporgevano dai balconi e occupavano ogni finestra e angolo possibile. Quando l’artista saliva sulla fune, sospeso a decine di metri d’altezza senza alcuna imbracatura di sicurezza, sulla città calava un silenzio surreale a cui facevano seguito dei lunghi applausi.
È risaputo che a Corato, durante l’amministrazione del sindaco Vincenzo Ripoli, lo spettacolo di Arturo Strohschneider avvenne su corso Mazzini, ma quali furono i palazzi da cui venne teso il lungo e robusto cavo d’acciaio?
Grazie all’elaborazione con l’Intelligenza Artificiale di due foto d’epoca della collezione di Rino Scarnera, eseguita da Giuseppe Magnini, si sono potuti migliorare alcuni dettagli da cui è stato possibile individuare con precisione dove venne allestito nel 1923 lo spettacolo di Strohschneider.
Nelle due foto è possibile notare sullo sfondo il campanile della Chiesa Matrice dove in cima vi erano delle persone che assistevano allo spettacolo. In una foto Strohschneider percorre la fune in sella ad una bici mentre nell’altra ha sulle spalle sua moglie.
Da questi particolari e dalla forma delle cornici dei finestroni in primo piano, si può affermare che l’angolo del palazzo della foto è quello Palazzo Lops, che si trova tra piazza Cavallotti e corso Mazzini, mentre per quanto riguarda l’altro palazzo, dove fu collocato l’altra estremità del cavo, in base all’altezza e all’angolazione della foto da cui fu scattata, risulta essere il palazzo adiacente alla Banca Popolare di Puglia e Basilicata.
Per l’occasione, in altre città, furono molte le foto d’epoca scattate, dove si poteva notare che Strohschneider era incurante del vuoto: saltava, eseguiva capriole, fingeva improvvisamente di inciampare e cadere (facendo sobbalzare i presenti), si travestiva e arrivava persino a consumare una cena frugale seduto su una sedia in bilico sulla corda.
Inoltre da alcune testimonianze di giovanissimi coratini dell’epoca e oggi anziani è emerso che quello strano cognome impronunciabile, fu poi trasformato in un simpatico nomignolo in vernacolo, diventando “Arturo Strascinat” e sono in molti a ricordarlo ancora con quel soprannome.
Chi era Arthur Strohschneider?
Nato a Trieste nel 1885 e spentosi nel 1952 all’età di 67 anni, Arthur era un figlio d’arte, cresciuto in una dinastia di funamboli di origine boema. Suo padre lo mise sulla corda per la prima volta a soli 9 anni e da quel giorno non volle più scendere.
Un giornalista dell’epoca calcolò che Strohschneider passasse soltanto tre mesi all’anno con i piedi effettivamente per terra. L’artista stesso amava confermare questa statistica con un sorriso: “Tre mesi dell’anno solamente li passo sulla terra e vivo nella mia villa di Leitmeritz in Boemia, dove me la passo tra la pesca e la caccia compiendo ancora qualche affaruccio commerciando in ciprini pesci dorati”.
La vita da “Sovrano dell’Aria” non era però priva di drammatici incidenti. Durante la sua carriera Strohschneider sperimentò anche il volo in mongolfiera, subendo un gravissimo infortunio all’osso occipitale a causa del malfunzionamento del pallone. Anche le esibizioni sulla fune lasciarono il segno sul suo corpo, il braccio sinistro subì ben 11 fratture, rendendogli col tempo i movimenti dell’articolazione della mano estremamente difficoltosi. Eppure la sua forza d’animo rimase intatta.

Strohschneider non era solo un atleta eccezionale, ma un intrattenitore carismatico e un autentico divo d’inizio secolo. Durante i suoi spettacoli l’orchestra suonava marce incalzanti e lui, con un italiano un po’ sgangherato ma estremamente amichevole, parlava e scherzava con il pubblico sottostante, rendendolo parte attiva dello show.
Il lungo bastone che usava per mantenere l’equilibrio era così straordinario che molti contadini delle zone rurali lo credevano un oggetto dotato di poteri magici.
Nelle sue tappe italiane lasciò un segno indelebile in diverse città come: Napoli (dove fu ribattezzato affettuosamente “Arturo ’ncopp’ô filo”), Bologna (si esibì in Piazza Aldrovandi correndo, ballando e tirando al bersaglio su un filo di rame), Modena (una corda di 80 m fu tesa direttamente tra il Duomo e il Palazzo di Giustizia), Faenza (stupì tutti camminando bendato e con i piedi chiusi in un sacco dopo aver finto di essere ubriaco sul filo) e poi anche a Parma, Perugia, e Rimini.
Mentre in Puglia tra Corato, Ruvo, Terlizzi, Bitonto e Bari: lasciò ricordi memorabili richiamando spettatori da ogni parte.
La grandezza di Arturo Strohschneider non risiedeva solo nella sua audacia, ma soprattutto nel suo cuore d’oro. Nonostante la fama internazionale, l’artista gestiva l’attività in modo familiare: affiggeva personalmente i manifesti d’annuncio per le strade delle città, con l’aiuto della moglie e della figlioletta.

La sua generosità era leggendaria, una parte cospicua e ingente degli incassi dei suoi spettacoli a pagamento, insieme alle offerte raccolte tra il pubblico durante le serate, veniva sistematicamente devoluta in beneficenza ai Comuni ospitanti e agli istituti caritatevoli locali per sostenere i più bisognosi.
Ma questa è solo una delle tante storie d’altri tempi fatta di coraggio, poesia d’alta quota, sorrisi sospesi nel vuoto e profonda solidarietà umana che meritava di essere raccontata e per tramandarla alle nuove generazioni.
Commenti
-
Bellissimo articolo e foto!
Complimenti Dott. Magnini!
Tutto molto affascinante ? -
che bello doveva essere assistere ad una esibizione del genere, chissà quanta trepidazione, quanta gioia, quanto stupore poteva generare un artista così, chissà in quanti racconti sarebbero tornate le sue gesta, ingigantite dalla immaginazione, mirabolanti, stupefacenti, mozzafiato, chissà quanti uomini gravi avrebbero anche loro trattenuto il fiato e quante donne sarebbero venute meno … …. oggi non ci si stupisce più di nulla, tutto è banale, scontato, già visto, già sentito …
-
Bella storia! Complimenti ?
-
Straordinario! Super interesting article!!!!!! Graziella WELL DONE!







Tre mezzi in fiamme nella notte in via Bovio, incendiati anche due cassonetti