«Sembrava fosse caduto un aereo». Massimo Mazzilli racconta il 12 luglio che ha segnato per sempre Corato

A dieci anni da quella tragedia, il sindaco dell’epoca ripercorre quei momenti in un’intervista in cui ricorda la corsa verso i convogli distrutti, il lavoro instancabile dei soccorritori, la responsabilità di guidare la macchina dell’emergenza e la straordinaria risposta di una città che seppe reagire con dignità e solidarietà

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Dieci anni non bastano per cancellare il frinire delle cicale, il caldo, la polvere, il silenzio e i rumori del 12 luglio 2016.

È la giornata in cui due convogli della Ferrotramviaria si scontrarono frontalmente, tra Corato e Andria. Un incidente costato la vita a 23 persone, il ferimento di altre 51, e che ha segnato per sempre la storia del territorio.

C’è chi quella tragedia l’ha vissuta da familiare, da soccorritore, da superstite. E c’è chi, in quel momento, portava sulle spalle la responsabilità dell’intera comunità.

Massimo Mazzilli era il sindaco di Corato. Fu tra i primi ad arrivare sul luogo dell’impatto, coordinò il centro operativo comunale nelle ore più drammatiche dell’emergenza e, nei mesi successivi, rappresentò la città ai tavoli istituzionali chiamati a sostenere le famiglie delle vittime.

A dieci anni da quella tragedia, Mazzilli ripercorre quei momenti in un’intervista in cui ricorda la corsa verso i convogli distrutti, il lavoro instancabile dei soccorritori, la responsabilità di guidare la macchina dell’emergenza e la straordinaria risposta di una città che seppe reagire con dignità e solidarietà.

Massimo Mazzilli, il 12 luglio 2016 lei era sindaco di Corato. Dopo dieci anni, se chiude gli occhi, qual è la prima immagine che le torna in mente di quella giornata?

«Quando percorrevo quel tratto tra gli ulivi per raggiungere il luogo dello scontro, ancora non vedevo i convogli, ma già vedevo i rottami. È l’immagine che continua a tornarmi in mente ancora oggi.

Da lontano distinguevo quei colori – il giallo e il nero, l’azzurro e il bianco – completamente confusi tra loro, perché i treni erano ormai aggrovigliati. Con la fretta di arrivare il più vicino possibile, a un certo punto mi resi conto di essere praticamente tra le lamiere. E oltre alle lamiere, purtroppo, c’era un corpo.

Ricordo un poliziotto della Polizia di Stato. In quel momento erano ancora in pochi sul posto. Si accorse della mia reazione, perché istintivamente mi portai entrambe le mani al volto. Con grande umanità cercò di allontanarmi e mi disse: “Sindaco, lei non deve stare qui. Ci sono cose che non è abituato a vedere”. Lo ringraziai, ma gli risposi che il mio dovere era restare lì.

L’altra immagine che porto dentro è quella dei vigili del fuoco del distaccamento di Corato. Era una delle giornate più calde che io ricordi, con temperature altissime. Si battevano come eroi tra quei rottami, cercando di capire se ci fossero ancora persone intrappolate e aprendosi un varco tra le lamiere per proseguire le operazioni di soccorso.

Quando arrivarono le altre squadre e poterono finalmente fermarsi qualche minuto, li ricordo seduti sotto un ulivo, completamente sfiniti. Erano costretti a bere, a riprendere fiato, ma continuavano a smaniare per tornare subito a lavorare. È un’immagine che mi è rimasta impressa quanto quella del primo impatto».

Nelle prime interviste che le furono fatte dalle televisioni nazionali e internazionali sul luogo del disastro lei disse: «È come se fosse caduto un aereo». Perché usò proprio quell’immagine?

«Quando ricevetti la telefonata della dottoressa Di Lauro della Protezione civile regionale mi trovavo in piazza Di Vagno, dove stavo controllando l’andamento dei lavori, come facevo ogni mattina. Mi disse: “Sindaco, abbiamo avuto notizia di uno scontro tra treni della Bari Nord. Non sappiamo ancora bene dove sia avvenuto, ma dovrebbe essere nei pressi di Corato. Ti chiedo di attivare il Centro operativo comunale di Protezione civile e, se possibile, di raggiungere il posto”.

In quel momento pensavo di trovare due treni semplicemente entrati in collisione. Immaginavo certamente una situazione grave, soprattutto per i macchinisti e per chi era alla guida dei convogli, ma non uno scenario di quelle dimensioni. Infatti, ancora prima di vedere i treni, mi trovai tra i piedi il pantografo e altri pezzi della cabina di guida. Fu una cosa che mi colpì molto, perché significava che i rottami erano stati proiettati a decine di metri di distanza.

Quando finalmente arrivai davanti ai convogli vidi un ammasso di lamiere completamente contorte e incastrate tra loro, sollevate per metri. Era impossibile distinguere dove finisse un treno e dove iniziasse l’altro. L’impulso fu proprio quello di dire: “Non è uno scontro tra treni”. Era un disastro ferroviario che ricordava l’immagine di un aereo precipitato, con i rottami sparsi ovunque per centinaia di metri. È per questo che usai quelle parole.»

Le prime dichiarazioni ai giornalisti sul luogo del disastro

In quelle prime ore ci fu una decisione che spettava solo a lei come sindaco e di cui avvertì tutto il peso?

«Quella è probabilmente la situazione che mi ha segnato di più. Mentre i nostri uomini erano già al lavoro – la polizia locale, i vigili del fuoco, la vigilanza privata, i primi operatori sanitari – io sentivo tutta la responsabilità di quello che stava accadendo.

È bene che questa cosa venga ricordata. Fino a quando, a tarda sera del 12 luglio, ci ritrovammo in Prefettura a Bari, alla presenza dell’allora presidente del Consiglio Matteo Renzi, del prefetto e di tutte le autorità coinvolte, la responsabilità operativa sul territorio era in capo al Centro operativo comunale di Corato.

Solo in quel momento, con il verbale firmato dal segretario generale e dal prefetto della Bat, ci fu il passaggio formale di consegne. Fino ad allora tutte le attività sul campo facevano riferimento al nostro centro operativo comunale, naturalmente con il supporto e il coordinamento della protezione civile regionale e nazionale, perché nel frattempo era stato dichiarato un evento di Protezione civile nazionale.

La responsabilità era enorme, perché le emergenze cambiavano continuamente. La prima era capire se ci fossero ancora persone che potevano essere salvate. Quello scenario, purtroppo, diventò abbastanza chiaro già intorno alle due del pomeriggio. Io dico sempre che chi poteva essere salvato quel giorno fu salvato. Questo grazie alla prontezza dei soccorsi, nonostante il luogo fosse difficile da raggiungere.

Subito dopo, però, si aprì un’altra emergenza. Sul luogo dell’incidente c’erano ormai centinaia di operatori: soccorritori, vigili del fuoco, forze dell’ordine, sanitari, volontari. Anche loro avevano bisogno di assistenza. Bisognava garantire acqua, cibo, servizi igienici e tutto ciò che serviva per permettere loro di continuare a lavorare.

Ricordo di aver dato immediatamente disposizione alla nostra Asipu di portare sul posto i bagni chimici. Allo stesso tempo organizzammo la distribuzione di cibo e acqua, almeno fino a quando non entrò pienamente in funzione tutta la macchina della Protezione civile regionale e nazionale.

Ci fu una straordinaria gara di solidarietà. Ricordo i tifosi dell’Andria che arrivarono con dei furgoni distribuendo bevande ai soccorritori. Ricordo imprenditori coratini che caricavano sui propri mezzi prodotti freschi e li portavano direttamente sul luogo dell’emergenza. La città mise a disposizione tutto quello che aveva».

Pur nel dolore, Corato mostrò in quella giornata e nei giorni successivi il suo volto migliore. C’è un gesto di solidarietà particolare che l’ha colpita e che ricorda ancora?

«Furono talmente tanti che sarebbe difficile sceglierne uno. Quello che ricordo è la reazione complessiva della comunità. Ci fu una risposta immediata, fatta di spirito di sacrificio e di volontariato, in un momento in cui il dolore era palpabile. Tutti fecero tutto quello che potevano.

Non ci furono polemiche, non ci furono “ma”, non ci furono “se”. Ognuno cercò semplicemente di dare il proprio contributo. Ricordo i tanti concittadini, ma anche persone arrivate da Andria e da altri comuni, che si presentarono spontaneamente nei pronto soccorso per donare sangue, senza che nessuno glielo avesse chiesto. Credo che in quei giorni le nostre comunità abbiano davvero mostrato il loro volto migliore».

Massimo Mazzilli con i familiari di Francesco Ludovico Tedone

In quel giorno incontrò tanta gente, tante famiglie delle vittime, a cominciare da quelle della nostra città. Che ricordo le pesa ancora nel cuore di quegli incontri e che rapporto poi è nato con queste famiglie?

«Quel rapporto è proseguito per molti mesi. Ricordo innanzitutto la tragedia di Teresa Balducci, una nostra dipendente comunale. Suo marito era uno dei macchinisti deceduti nello scontro. Quel giorno non l’avevo incontrata direttamente, ma conoscevo Teresa per quella che era sempre stata: una persona gioviale, accogliente, molto attiva e premurosa nel suo lavoro.

Mi raccontavano che tutti cercavano di rassicurarla, perché lei voleva raggiungere il luogo dell’incidente. Era difficile trattenerla. In qualche modo sentiva che il marito era coinvolto. Poi si seppe che quel giorno si trovava a lavorare perché aveva sostituito un collega: non era nemmeno il suo turno. Ricordo anche Vincenzo e Angela, i genitori di Francesco Tedone, e Franco Caterino per il figlio, anche lui tra i macchinisti che persero la vita.

Con molte di quelle famiglie il rapporto è rimasto vivo anche dopo il momento dello sgomento, dell’emergenza, dei funerali e di tutto quello che seguì, compresa la visita del presidente Mattarella all’istituto di medicina legale del Policlinico di Bari.

Massimo Mazzilli con i familiari di Luciano Caterino

Ma c’è dell’altro. Nei giorni successivi all’incidente il Governo adottò un provvedimento che prevedeva un’indennità straordinaria per le famiglie delle vittime e dei feriti, sulla falsariga di quanto era stato fatto per il disastro aereo di Linate e per l’incidente ferroviario di Viareggio. Se non ricordo male furono stanziati dieci milioni di euro.

Io e il sindaco di Andria, Giorgino, fummo chiamati a rappresentare le due comunità nella commissione istituita presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri. Il nostro compito era confrontarci con le famiglie, raccogliere le loro esigenze e portarle a quel tavolo, dove bisognava definire i criteri con cui assegnare quelle risorse.

Per mesi siamo andati a Roma. Le persone venivano da noi perché avevano bisogno di risposte: c’erano famiglie monoreddito, situazioni personali molto difficili, persone che cercavano semplicemente di capire come andare avanti.

A quel tavolo sedevano rappresentanti dell’Inail, dell’Inps, del Ministero delle Infrastrutture, del Ministero della Salute e di altri organismi dello Stato. Più di una volta ci furono momenti di forte confronto, perché avevo l’impressione che la burocrazia fosse più preoccupata di evitare possibili abusi che di dare una risposta rapida a chi aveva subito una tragedia.

Ricordo di aver detto che si stavano chiedendo alle famiglie delle vere e proprie “prove diaboliche”, tali da rendere quasi impossibile dimostrare il diritto a quei fondi. Così facendo si rischiava di snaturare lo spirito della norma, nata proprio per fronteggiare un’emergenza. Se gli aiuti fossero arrivati dopo due o tre anni, non avrebbero più avuto lo stesso significato.

Su questo ci sono stati confronti anche molto duri. Quando veniva messa in discussione, anche indirettamente, la correttezza delle persone coinvolte, intervenivo con decisione. In più di un’occasione lo scontro fu molto forte.

Alla fine riuscimmo a definire un percorso che consentisse di assegnare quelle indennità. È stato un lavoro silenzioso, che conoscevano solo le famiglie coinvolte e i miei collaboratori».

A distanza di dieci anni pensa che Corato abbia saputo custodire la memoria di quel disastro ferroviario oppure il tempo sta facendo diventare quella data solo una ricorrenza?

«L’anno successivo al disastro, se non ricordo male, volli intitolare il piazzale antistante la stazione proprio a quell’evento, per fissare anche un luogo fisico della memoria e ricordare tutte quelle persone che avevano preso il treno da quei binari e non erano più tornate alle loro famiglie.

Credo però che sia necessario fare sempre qualcosa per mantenere vivo quel ricordo. Quella tragedia non riguarda soltanto la nostra città. È un evento che non deve ripetersi da nessun’altra parte, in Italia e nel mondo, soprattutto quando determinate cose avrebbero già dovuto essere fatte e non lo sono state.

Deve rimanere un esempio. Se ognuno svolge il proprio dovere fino in fondo e ha davvero a cuore la comunità, certe tragedie non accadono. È questo il senso della memoria: non solo ricordare chi non c’è più, ma fare in modo che ciò che è successo non si ripeta».

Massimo Mazzilli durante la fiaccolata svolta dopo l’incidente ferroviario

In particolare, che cosa vorrebbe che la città non dimenticasse mai del 12 luglio?

«Vorrei che non dimenticasse la capacità di reazione che dimostrò davanti a un evento così drammatico. I coratini, quando ci mettono il cuore – e il cuore è uno dei simboli della nostra città – sanno essere generosi, operativi e capaci di dare risposte importanti.

Se quella coscienza collettiva che si manifestò quel giorno diventasse patrimonio della comunità, forse saremmo ancora più forti. Potremmo superare le divisioni, affrontare insieme le difficoltà e guardare con maggiore fiducia al futuro.

C’è poi una cosa che ancora oggi mi dispiace. Con una delibera di giunta condivisa da tutte le forze politiche presenti allora in Consiglio comunale chiedemmo che alla città di Corato venisse conferita un’onorificenza civile. Non per celebrare una tragedia, ma per riconoscere lo straordinario spirito di comunità dimostrato in quei giorni.

La richiesta fu inviata agli uffici competenti del Ministero dell’Interno. Erano gli anni della spending review, venivano soppressi enti e commissioni e, quando conclusi il mio mandato nel 2018, quella pratica era ancora in corso. Successivamente mi risulta che sia stata archiviata.

È un rammarico che porto ancora con me, perché quel riconoscimento sarebbe servito a dare valore al sacrificio di un’intera comunità: dai primi soccorritori agli operatori sanitari, dai volontari fino ai semplici cittadini che, in quei giorni, fecero tutto quello che era nelle loro possibilità.

Credo che Corato quel 12 luglio abbia dato una straordinaria prova di sé e che questo non debba essere dimenticato mai».

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