Il casato Lamonica: storia di una famiglia e dei suoi possedimenti

A cura di Marina Labartino
L’evento Cortili Aperti, organizzato dall’ADSI, sezione pugliese di Dimore Storiche Italiane, in collaborazione con la sede locale dell’Archeoclub d’Italia Aps padre Emilio D’Angelo, avente per tema “Architetture di famiglia: dai palazzi urbani alle residenze di campagna”, ci offre l’occasione per ripercorrere i passaggi più salienti della storia di un longevo casato dell’alta borghesia coratina e di alcuni suoi possedimenti.
Si ringrazia la famiglia Lamonica, in particolare il dott. Vito, la moglie prof.ssa Mariagiulia Casalino e la giovane Giulia, per le notizie fornite e per averci accompagnato di persona in questo meraviglioso viaggio nel tempo e nei luoghi.
La Famiglia Lamonica
Alla fine del 1500 il chirurgo Vito Antonio La Monica si trasferì a Corato e qualche anno dopo iniziò la sua fortuna. Il figlio del Duca di Carafa si era gravemente ammalato e ridotto in fin di vita. Risultati inutili i rimedi di altri medici, convocati per riportarlo in salute, il chirurgo La Monica riuscì a farlo guarire completamente.
Il Duca, in segno di gratitudine, gli concesse, oltre a denaro e vasti terreni, anche l’uso dello stemma: il leone rampante con stella filante sovrapposta alla corona nobiliare, nonché il diritto di sedersi nella “Prima Piazza”, insieme ad altri notabili di Corato che partecipavano al “pubblico Parlamento”, l’importante organo decisionale del futuro cittadino dell’epoca.
Da quel momento la famiglia rientrò a pieno diritto tra i “Magnifici” della città e i suoi discendenti potettero usare l’appellativo di “don”, titolo onorifico attribuito a persone degne di rispetto o di alta estrazione sociale, da apporre prima del proprio nome; privilegio caduto in disuso in tutta Italia nella seconda metà del XX secolo.
Numerosi e di pubblica rilevanza furono i legami che si instaurarono tra la famiglia La Monica e il territorio locale. Grazie alle ricerche profuse dai discendenti, ne citiamo solo alcuni.
I La Monica furono importanti uomini politici e amministratori comunali e provinciali. Nell’elenco dei sindaci ottocenteschi troviamo: Giuseppe Lamonica (1860) e l’avv. Vitantonio Lamonica (1884/87). Quest’ultimo fu anche presidente della Provincia e donò parecchi volumi alla Biblioteca Comunale, compreso preziose cinquecentine. Il generoso gesto fu ricambiato con l’apposizione di un suo ritratto in una delle stanze della Biblioteca. L’immagine fu rimossa quando si procedette alle operazioni di restauro dell’immobile e non più ricollocata, né restituita alla famiglia.
In veste di amministratori i La Monica parteciparono all’approvazione di opere ancora presenti a Corato, come la posa del basolato in pietra vulcanica del Corso, ora vincolato da Soprintendenza, e l’avvio dei lavori di costruzione dell’estramurale.
La famiglia dette parecchi sacerdoti e canonici alla città. Tra i più rappresentativi, don Giuseppe La Monica nel 18mo secolo fondò l’Ospedale e l’Orfanotrofio. Numerosi membri fecero parte dell’antichissima Arciconfraternita del Sacro Monte di Pietà, che aveva tra i suoi scopi la beneficenza.
Secondo la leggenda alla famiglia era stata affidata la custodia del mantello di San Cataldo che, posizionato sulle spalle dei malati, li guarì dalla peste. Non vi sono però documenti ufficiali che lo confermano. Mentre è certo che il settecentesco e prezioso busto d’argento del Santo Patrono di Corato fu commissionato nel 1770 dall’allora sindaco Ottavio La Monica.
Nell’800 Luigi La Monica, oltre ad essere un grande proprietario terriero, con una visione lungimirante e all’avanguardia per l’epoca, imbottigliò l’olio prodotto nei suoi possedimenti e lo espose alle fiere di Londra e di Vienna nel 1862, conquistando premi e riconoscimenti.
Palazzo Lamonica Nuovo
Palazzo Lamonica Nuovo, prospiciente su Corso Garibaldi di fronte all’ex Convento del Divino Amore, fu edificato nel 1865 su progetto dell’architetto Caporale.
Il committente Luigi La Monica, più volte citato, pur possedendo altri due palazzi, volle qui stabilirvi la sua residenza fino alla morte, avvenuta nel 1885, e soddisfare le esigenze dei quattro figli maschi che si divisero l’ingente patrimonio. Detto palazzo fu ereditato dai figli Pietro e Giuseppe. La dislocazione originaria comprendeva: 13 stanze da letto, sala, salone, sala di compagnia, anticamera, pozzo luce, studio, camera da pranzo giornaliera, grande sala da pranzo, dispensa, camere per le persone di servizio, cucina e anticucina.
Uno degli ambienti era destinato a Cappella, nella quale si officiavano regolarmente celebrazioni liturgiche, compreso matrimoni e battesimi. Sono stati ritrovati documenti che attestano i permessi ufficiali con cui la famiglia era autorizzata a celebrare le funzioni religiose nella propria dimora, risalenti al 1645, 1780 e 1817. Le ultime nozze tenute a Palazzo Lamonica Nuovo risalgono al 1936 quando si unirono in matrimonio Rosa La Monica e Guido Cimadomo.
Sottostante al palazzo, in una metà si trova la cantina e nell’altra metà la cisterna di acqua piovana. All’interno dell’androne, nel portone grande a sinistra, vi era la rimessa delle carrozze, mentre i cavalli venivano condotti nell’androne da un corridoio chiuso da un portoncino, sempre situato a sinistra.
Anticamente la maggior parte delle stanze erano ricoperte da raffinati dipinti murali. Oggi solo due conservano tali tracce ornamentali.
Masseria La Colonnella
Masseria La Colonnella, detta anche Cutignello o Fenegrìne di Sotto, si affaccia lungo la via Del Brigante, nei pressi di un tratto della via Francigena. È immersa in un lussureggiante oliveto. Nel giardino, oltre a varie essenze fiorite e alberi ornamentali, troneggiano due giganteschi alberi di gelso dai frutti deliziosi, neri e bianchi.
Fino alla metà dell’800 il fabbricato rientrava in appezzamento di terreno che si estendeva per circa duemila vignali, cioè 665 ettari. Dopodiché la proprietà fu divisa tra i fratelli Luigi e Giuseppe La Monica. Quest’ultimo, sposato con Angelica Martinelli di Monopoli, non ebbe figli, per cui lasciò parte dei suoi beni ai figli del fratello Luigi e parte alla vedova la quale destinò il proprio patrimonio all’erigendo Santuario della Madonna di Pompei.
Dopo queste vicende, Luigi La Monica, che nel 1885 lasciò complessivamente ai propri figli 1330 ettari di terreno, rimase proprietario di 300 ettari appartenenti a questa tenuta.
La masseria era cinta da varie coppie di pilieri chiusi da catene. Attualmente ne sopravvivono solo tre.
Fino ai primi del ‘900 i fabbricati di pertinenza della masseria erano destinati alla lavorazione delle olive. La loro costruzione iniziò nella seconda metà del ‘700 e terminò intorno al 1870.
Non era la dimora estiva di famiglia, che andava in villeggiatura prevalentemente nella villa in contrada Santa Lucia e in quella di Via Gravina.
Il corpo padronale era in origine costituito dalla parte centrale del fabbricato, a destra la residenza del torriere, a sinistra la rimessa e la cappella.
Durante la prima guerra mondiale l’edificio fu destinato a dormitorio dei prigionieri austriaci. Costoro, avendo appreso le tecniche di costruzione dei trulli, si cimentarono in questa attività, realizzando bellissimi esemplari.
Anche durante la seconda guerra mondiale la masseria fu utilizzata per fini militari. Il fabbricato, requisito dai tedeschi, divenne alloggio per gli ufficiali, mentre nel giardino antistante furono montate le tende per la truppa.
I fabbricati rurali comprendevano: frantoio, deposito di olio e formaggi, stalla, casa del pastore, piccolo ovile, stalla dei vitelli, e una grande cisterna di acqua piovana, affacciata sulla strada.
Una dimora imponente, che si integra perfettamente con il paesaggio produttivo oleario, fondamento principale dell’identità agricola coratina.
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