
All’ombra del Bosco di Scoparella
All’ombra del Bosco di Scoparella
Questo polmone verde di vegetazione autoctona murgiana di querce roverelle (al contrario dei rimboschimenti “artificiali” di conifere), con ricco sottobosco, è meta gettonata delle nostre pedalate e di tanti escursionisti, appassionati dei suoi scorci, dei mutevoli percorsi per tutti i gusti
Per celebrare i due anni ed il 50° numero di questa rubrica, ci immergiamo nella sorprendente naturalità e negli splendidi colori all’ombra del Bosco di Scoparella, in agro di Ruvo.
Seppur inflazionato agli occhi di chi scrive, questo polmone verde di vegetazione autoctona murgiana di querce roverelle (al contrario dei rimboschimenti “artificiali” di conifere), con ricco sottobosco, è meta gettonata delle nostre pedalate e di tanti escursionisti, appassionati dei suoi scorci, dei mutevoli percorsi per tutti i gusti e delle bellezze disseminate al suo interno.
Il curioso nome “Scoparella” (e non Scoparello), derivante da una pianta – la Ginestrella – presente nel sottobosco e sovente utilizzata in passato per la fabbricazione di scope, appunto, ingloba in sé i boschi anche conosciuti come Patanella, “Jatta” e “Fenicia” ma, soprattutto, tante altre mirabilia al suo interno.
Che sia percorrendo il Regio Tratturello Canosa-Ruvo o la Ciclovia dell’Acquedotto, con qualche piccola deviazione, prima o poi si giunge al cospetto della celebre radura che ospita lo Jazzo Scoparella (o “del Demonio”, se preferite), degna di in un quadro impressionista, cuore magnetico e ammaliante della selva, con l’immane quercia secolare all’interno del classico mungituro a forma di 8 o, più poeticamente, di infinito, e con lo jazzo disposto in pendenza quasi a cingere, come in anfiteatro, il palco naturale sottostante. Tralasciando la bizzarra e per lo più folkloristica “demoniaca” leggenda, nota ai più (potete cercarla ovunque su internet), lo jazzo ci offre invece un ennesimo esempio di quello splendore architettonico rurale dei tempi che furono.
Eppure, a proposito di exploit architettonici, c’è qualcosa nelle immediate vicinanze che quasi richiama ancor di più l’attenzione. Tra i folti alberi, ecco spuntare infatti, maestoso ed imponente, il Ponte dell’Acquedotto, esteso da oltre un secolo in arcate e in lunghezza per oltre 280 metri. Percorrerlo a decine di metri di altezza sopra la lama è come compiere una passerella privilegiata, con vista cangiante a seconda delle stagioni, della veste indossata dalle querce, delle coltivazioni dei terreni osservabili in lontananza.
Ci sarebbe altro da raccontare e da vedere, ma è bene fermarsi qui, per non annoiare. Meglio far parlare le immagini, meglio assaporarne le sensazioni.
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