Un angolo di paradiso “murgiano” a latitudini insolite: Torre Bucci e il suo jazzo

Un pezzo di territorio che sfugge alle grinfie dell’agricoltura moderna, sempre più dedita al profitto, per preservare, con zero resa ma con tanta passione, la memoria di quello che è stato e che è sempre piacevole raccontare

Felice Miscioscia per Murgia a Pedali
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Da quella parte del territorio coratino che volge verso il mare, il paesaggio agreste, tranne eccezioni sotto forma di ormai più rari vigneti, è fatto di oliveti a perdita d’occhio, culla dell’eccezionale Cultivar Coratina. Eppure, il panorama di queste zone, nei tempi che furono, doveva essere ben diverso, più simile ai pascoli murgiani che alle attuali colture arboree.

Non a caso, il Tratturo Barletta-Grumo conduceva le greggi sin sulle sponde adriatiche. Oltre, tuttavia, all’ “Erbal fiume silente” di dannunziana memoria, di cui oggi rimane solo il nome ma non più la forma e la funzione, resta viva un’altra testimonianza di quanto appena detto, una traccia che assume le sembianze dei parietoni di uno jazzo, di una macchia spontanea fatta di lentisco e di prugnolo selvatico, a latitudini insolite, non propriamente murgiane. Siamo infatti in Contrada Lamacupa e tutto questo si trova negli immediati dintorni dell’antica struttura denominata Torre Bucci.

Ecco quello che, presumibilmente, si trovò davanti nel 1754 Tommaso Bucci, quando decise di scendere di quota, abbandonando gli allevamenti altomurgiani di Masseria Giuncata per scendere a quote più miti ed impiantarvi l’agricoltura ed i primi oliveti, avviando quell’evoluzione paesaggistica che ha portato al moderno aspetto rurale.

I suoi eredi Francesco, Felice e Antonio hanno poi proseguito, nel diciannovesimo secolo, su questo solco, implementando il latifondo e lasciandoci ulteriori splendide tracce architettoniche (come Casino Bucci e l’attuale Villa Pellegrini). Torre Bucci era proprio la torre dei guardiani di pertinenza del Casino Bucci, da cui si controllavano al meglio i terreni sulle vallonate radure che si estendevano da Lamacupa a Lama D’Oro.

Lo jazzo era già lì, tuttavia, spettatore solido e ignaro di queste trasformazioni, ormai secolarmente privo delle sue originarie funzioni ma assurto a una sorta di naturale scrigno di meraviglia, ricco dei colori dei ciclamini e dello zafferano selvatico, dei sapori del melograno e dei fichi d’india, custodito generosamente e gelosamente nel suo aspetto dall’attuale proprietario, Ettore Bucci.

Un piccolo angolo di paradiso che sfugge alle grinfie dell’agricoltura moderna, sempre più dedita al profitto, per preservare, con zero resa ma con tanta passione, la memoria di quello che è stato e che è sempre piacevole raccontare.

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Commenti

  • Antonio Caputo (utente non verificato)

    bravi