
Il sapiente ingegno dei manufatti rurali, scrigno di bellezza inestimabile
Il sapiente ingegno dei manufatti rurali, scrigno di bellezza inestimabile
Dietro questi manufatti si cela la sapiente opera di ingegno contadino che nei secoli ha saputo adattarsi al poco che aveva a disposizione, per trasformarlo in qualcosa di utile, all’epoca, e di bello, ai giorni nostri, agli occhi di chi sa guardare ed apprezzare la storia e la cultura locale
La pietra è un elemento atavicamente presente nel nostro territorio, sin nell’etimologia stessa della parola “Murgia”. Un materiale talvolta considerato povero che qui da noi è invece ricco di significato, plasmato e modellato sino a divenire un patrimonio storico-architettonico identitario di inestimabile valore, che trova la massima espressione, probabilmente, nelle numerose ed amate masserie, più volte analizzate, ma che pregna la nostra ruralità con tanti dettagli che magari possono, immeritatamente, sfuggire a uno sguardo superficiale.
Un muretto a secco (preferibile pariete), una cisterna (preferibile pescara), una singola pietra di confine. Spesso non ci si fa neanche caso, si tende a dare tutto per scontato. Eppure dietro questi manufatti si cela la sapiente opera di ingegno contadino che nei secoli ha saputo adattarsi al poco che aveva a disposizione, per trasformarlo in qualcosa di utile, all’epoca, e di bello, ai giorni nostri, agli occhi di chi sa guardare ed apprezzare la storia e la cultura locale.
I parieti si estendono per chilometri, basta solo distinguere quelli a secco di una volta dalle brutte copie moderne dal cuore di cemento. Pietre di confine ce ne sono tante, senza per questo sminuirne il valore; basta abbassare lo sguardo percorrendo una strada di campagna e si notano, rigorosamente con le iniziali che richiamano gli antichi proprietari dei terreni. A volte diventano veri e propri menhir di confine, come in agro di Terlizzi.
In tempi, invece, in cui il caro Imbriani non aveva ancora fatto arrivare l’acquedotto (ma in molte, moltissime zone murgiane è ancora così) e gli spostamenti non erano così rapidi, l’approvvigionamento idrico nelle campagne era assicurato proprio dalle cisterne. Pedalando sull’altopiano se ne incontrano tante, sempre nelle zone di compluvio o alluvionali, voltate a botte al loro interno, al servizio dei terreni circostanti o nei pressi di una masseria, in grado di garantirne l’autosufficienza per lunghi periodi, in un territorio avaro di acqua.
Alcune sono davvero grandi, altre sono piccoli gioiellini ben conservati (vedasi foto di cisterna in Contrada Alfieri – Ruvo), altre ancora sono tuttora dotate di pozzi di risalita con splendide norie, la cui struttura diventa una cornice per i nostri fantasiosi quadri di emozioni murgiane, sbirciando discretamente qualcosa di interessante, come Masseria Cupone in foto (agro coratino), o immergendosi in una corte di meraviglia, come a Masseria Femmina Morta, con i due pozzi gemelli.
Più insolito, invece, è il manufatto con cui si conclude l’odierna trattazione. La poca acqua disponibile serviva anche per lavare di tanto in tanto gli animali. I nostri antenati avevano pensato anche a questo. Le greggi di pecore, sporche dal pascolo, venivano radunate in un primo recinto da cui poi transitavano in una lunga vasca scavata nel suolo per finire, linde e pinte (più o meno), in un secondo recinto. Così funzionava il cosiddetto bagnolo, anche se dialettalmente rende meglio: ‘u vagne!
Quello in foto, tra i pochi rimasti, si trova in agro di Corato, in contrada Bagnoli, non a caso.
I puristi del vernacolo avranno il buon cuore di perdonare chi scrive per qualche eventuale defaillance, così come gli esperti scuseranno per sicure dimenticanze od omissioni. Si tratta solo di esigui esempi, raccontati in poche righe, per esporre le preziose gemme di questo immenso scrigno di sapiente ed ingegnosa bellezza che pervade le nostre campagne.
Commenti
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quanto pagherebbero i frequentatori della Murgia e successivamente proprietari di terreni e iazzi per aver nel proprio terreno questi manufatti….







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