Invasione di pappagalli: Regione e Università avviano il piano per contenere il parrocchetto monaco

Il volatile rappresenta una minaccia in particolare per i mandorleti

3 7 commenti

Dalle palme di Molfetta ai mandorleti dell’Alta Murgia, il parrocchetto monaco – un pappagallo originario del Sud America – ha trovato in Puglia un habitat favorevole, trasformandosi in una presenza sempre più problematica per agricoltura ed ecosistemi. Per far fronte alla diffusione di questa specie aliena invasiva, la Regione Puglia, in collaborazione con l’Università degli Studi “Aldo Moro” di Bari, ha avviato un progetto di monitoraggio scientifico volto a mappare la presenza dei parrocchetti sul territorio e a elaborare un Piano di gestione ispirato alle migliori pratiche internazionali.

L’iniziativa mira a contenere l’espansione della specie, che compete con la fauna autoctona e danneggia in particolare i mandorleti, già colpiti dagli effetti della siccità e delle anomalie climatiche.

Il programma prevede una duplice azione: ricerca scientifica e partecipazione dei cittadini. L’Università di Bari effettuerà il censimento delle popolazioni e l’elaborazione delle linee guida per il controllo numerico, mentre la Regione curerà la redazione del Piano di gestione e la diffusione dei risultati a cittadini, agricoltori e amministratori locali.

Tra le attività previste figura anche un’iniziativa di citizen science, che consentirà ai cittadini di segnalare la presenza della specie attraverso un modulo online, contribuendo così alla mappatura regionale e alla raccolta dei dati di distribuzione dei nidi.

Il primo insediamento stabile del parrocchetto monaco in Puglia è stato individuato a Molfetta, nella contrada “Madonna delle Rose”. Da lì la specie si è rapidamente diffusa lungo la fascia costiera e nell’entroterra, raggiungendo Bari, Bisceglie, Giovinazzo, Palese, Santo Spirito, Bitonto, Bitetto, Palo del Colle, Binetto e Grumo Appula, fino all’Alta Murgia. Grazie alla capacità di costruire nidi collettivi di grandi dimensioni e a un’elevata velocità riproduttiva, i parrocchetti si sono adattati con successo ai centri urbani e alle campagne pugliesi, favoriti anche dal progressivo riscaldamento del clima.

La presenza dei pappagalli è diventata una seria preoccupazione per gli agricoltori, in particolare per chi coltiva mandorli. I parrocchetti si nutrono del frutto, spaccando il guscio legnoso e lasciando spesso i frutti danneggiati sugli alberi.  Secondo i dati di Coldiretti Puglia, la regione conta 19.428 ettari di mandorleti, pari al 35% della superficie nazionale, per una produzione di 264.670 quintali, cioè un terzo del totale italiano. La produzione è concentrata nelle province di Bari (148mila quintali e 12.500 ettari), Brindisi (54mila quintali e 4.500 ettari) e Foggia (21.500 quintali e 1.450 ettari), seguite da Taranto e Lecce. In totale, il 96% della superficie regionale destinata a frutta in guscio è investita a mandorlo.

L’invasione del parrocchetto monaco si aggiunge ad altre criticità legate alla fauna selvatica in espansione. In Puglia, oltre ai pappagalli, si registrano problemi dovuti alla presenza di storni, che compromettono la produzione olivicola, e di specie invasive come il granchio blu, diffuso lungo le coste adriatiche e ioniche. Secondo Coldiretti, i danni complessivi causati dalla fauna selvatica e dalle specie aliene nel territorio regionale superano i 30 milioni di euro all’anno, coinvolgendo anche cinghiali, lupi, cani inselvatichiti, lepri e cormorani.

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Commenti

  • Luigii (utente non verificato)

    Pappagalli che distruggono i raccolti e cinghiali che causano incidenti stradali (mortali) siamo messi bene.Cosa ne pensano gli animalisti

    • Luigi Murgiano (utente non verificato)

      Provo a rispondere io, che ambientalista non sono ma guardo con simpatia a chi difende ambiente e natura. Il problema dei pappagalli nasce a causa delle fughe dalle voliere, e un ambientalista non terrebbe mai un animale esotico in gabbia. Un non-animalista sì. Il problema dei cinghiali nasce per il ripopolamento per motivi venatori voluto negli anni dai cacciatori, praticamente sono stati inseriti animali alloctoni per divertimento. E un ambientalista non si diverte a sparare animali, un non-ambientalista sì. Quindi a quanto pare la colpa è di tutti tranne che degli ambientalisti. A sto punto giro la domanda: cosa ne pensate VOI RESPONSABILI?

  • Gianni (utente non verificato)

    L’unico tentativo per diminuire la loro popolazione secondo me e’ di intervenire nel periodo riproduttivo, prelevando non i nidiacei ma prima: le loro uova; con l’ausilio di montascale. Solo cosi’ si risolve. E’ la soluzione più indolore che ci possa essere.

  • nerdrum (utente non verificato)

    il problema nn è solo il parrocchetto monaco, ma anche i vari “talebani” delle associazioni ambientaliste presenti sul territorio, che nn ammettono null’altro che la protezione della specie. si è arrivati ad esecrare persino attività agricole (potature) che potrebbero interferire con la nidificazione di questi animali. siamo alla follia. i cinghiali distruggono i campi? i pappagallini raccolgono prima degli agricoltori? il granchio blu ha colonizzato i ns mari? etc. etc. nn ci interessa! retorico far passare x sanguinari chi cerca solo di difendere il proprio lavoro.

    • Kikko (utente non verificato)

      Non capisco il “talebani”.
      Me lo spiega?
      Grazie.

    • carluccio (utente non verificato)

      se solo pensi che hanno fatto diventare specie protetta anche il piccione delle rocce, sarebbero i comuni piccioni che scagazzano ovunque in città …

    • Gigi Gusto (utente non verificato)

      Prima fanno danni e poi piangono ? Siete meravigliosi! Pensateci due volte prima di immettere i cinghiali sul territorio solo per soddisfare la voglia di divertimento dei cacciatori.