L’Italia è una repubblica democratica fondata sulla morte al lavoro

Geremia Acri
caporalato unsplash

Due terzi delle aziende agricole sono irregolari, più di un terzo degli operai lavora a nero. Eppure, la morte di Singh viene trattata come un caso unico, come se tutto il resto non esistesse

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L’Italia è una repubblica democratica fondata sulla morte al lavoro. Un’illazione, forse, troppo forte da lanciare, eppure riscontrabile nella realtà quotidiana. Parlare della morte di Singh subito dopo l’avvenimento avrebbe portato al solito gioco sporco dei media: narrare di qualcosa fino a quando si ha l’attenzione del pubblico su quel tema, per poi spostarla su altri più superficiali, che distrarranno il lettore per un po’.

Quello che è successo a Latina è lo specchio di una realtà molto più grande e persino più tragica di ciò che viene rappresentato. Si trasforma tutto in un gioco di tifoserie, perché più di qualcuno ha la smisurata spinta narcisistica di difendere il datore di lavoro che lo ha lasciato inerme. Si perde, come sempre accade in queste situazioni, il valore umano. Lasciare agonizzante un uomo senza prestargli soccorso è solo l’ultimo baluardo della crudeltà di cui siamo stati testimoni negli ultimi giorni, perché il problema nasce ancora prima.

Questi campi sono luoghi di incessante sfruttamento, dove l’uomo è ridotto a merce di operazioni al servizio della propria sopravvivenza estrema e dei privilegi di chi comanda. Chi paga si arricchisce sempre più e paga sempre meno per avidità di potere; chi viene pagato deve tacere perché se viene pagato, anche una miseria all’ora, non può definirsi schiavo. Poco importa se le condizioni sono lontane dall’umano, se per lavoro si soffre, e in tanti casi, di lavoro si muore. Conta solo che quella macchina produttiva non arresti il suo corso: se qualcuno viene meno lo si può sempre sostituire con un disperato, molto spesso straniero, che non ha alternative se non quella di chinare il capo per dare due soldi alla sua famiglia.

Il settore agricolo è il regno del caporalato criminale. Due terzi delle aziende agricole sono irregolari, più di un terzo degli operai lavora a nero. Eppure, la morte di Singh viene trattata come un caso unico, come se tutto il resto non esistesse e l’incidente rimane tale. Il problema è di gran lunga maggiore nella sua gravità, sistematico, ed è spesso la storia di questo paese che ha l’unico immenso cancro di non saper imparare dai propri errori.

Dall’inizio dell’anno si contano circa 400 vittime. La percentuale di rischio per i lavoratori stranieri è tripla rispetto a quella dei lavoratori italiani. Il risultato, comunque, è che entrambi sono sfruttati, perché in questo paese essere un lavoratore è paragonabile al peccato originale; il datore diventa il Dio a cui inginocchiarsi in quanto paga quello che forse oggi non basta nemmeno per un po’ di pane.

Vita e sopravvivenza sono due cose diverse: la seconda è emergenza, la prima è dignità. Quindi trattare un episodio come episodico non estirpa la questione dalla radice malata. C’è un sadismo generale che porta a credere che chi possiede ha il diritto di possedere anche la persona, di tenerla sotto scacco, di asfissiarla senza conseguenze tangibili sulle proprie azioni. Singh non è stato soccorso perché non si soccorre un oggetto: tanto demoniaco da affermare, ma bisogna avere il coraggio di dire ciò che queste persone pensano e fanno. Non parlarne significa farle agire indisturbate, e alimentare una macchina in cui le differenze sono marcate, con il risultato di creare una gerarchia di diritti e di possibilità.

In una realtà ideale, tutto questo non sarebbe ammissibile: dalla sicurezza sul lavoro al rispetto per i diritti umani, alla produzione subordinata alle capacità individuali. Il lavoro dovrebbe essere una delle tante espressioni con cui l’uomo cresce e sviluppa i suoi talenti, le sue relazioni, le sue infinite potenzialità. Abbiamo invece creato una distopia dove si lavora per produrre, e si produce per far lavorare ancora di più, con l’umano ridotto a braccia meccaniche senza cuore per garantire le richieste di un mondo assetato di materialismo.

L’uomo, della sua libertà, ci ha sempre fatto croce e delizia. La libertà associata al potere, tuttavia, crea un binomio terrificante in cui altri vengono ingabbiati, finendo per morire da morti o essere morti da vivi. Singh diventerà solo un numero, ma le voci di chi soffre non rimarranno inascoltate.

Domani, 13 luglio, ricorre l’anniversario di morte di Paola Clemente. Era il il 13 luglio del 2015 quando l’operaia agricola moriva nelle campagne di Andria. Si era svegliata alle 3 del mattino, come ogni notte, coprendo i 150 chilometri che la separavano dal suo paese nel Tarantino a bordo di un pullman. Moderno caporalato celato tra agenzie interinali e società specializzate nel trasporto. Morta di fatica. Anche a lei dedichiamo questo approfondimento. Il nostro dovere è quello di non restare indifferenti e di continuare a lottare affinché nessuno sia più considerato una semplice merce. Il valore della vita e della dignità umana deve essere al centro di ogni discussione e di ogni azione. Solo così potremo onorare davvero la memoria di Singh, di Paola Clemente e di tutti coloro che hanno perso la vita per il lavoro, trasformando il dolore in un grido di cambiamento che non può più essere ignorato.

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Commenti

  • Anonimus (utente non verificato)

    E’ vero, il caporalato è una cosa squallida, approfittano della disaperazione per fare ciò che tutti sappiamo ma leggo e sento solo le stesse cose, nessuno solleva l’ipoesi che, probabilmente, chi per primo usufruisce della disperazione per fare il prezzo d’acquisto a suo piacimento è colui che compra la materia prima, e ne compra così tanta da indurre nello stesso peccato colui che verrà chiamato assassino sfruttatore, costretto ad accettare questo rischio altrimenti il raccolto diveterà fertilizzante naturale.
    E’ il sistema sbagliato, è l’uomo sbagliato, facciamocene una ragione che il mondo andava, va e continuerà ad andare in questa direzione. Siamo tutti colpevoli dal produttore al consumatore. D’ora in avanti, quando mangerete quel bel piatto di pasta col sugo non ringraziate solo il vostro Dio ma ringraziate anche e soprattutto “i Singh e le Paola Clemente”.

  • carluccio (utente non verificato)

    d’altro canto, vi (ci) piace pagare 50 centesimi per una buatta di pomodori? si? e il divario tra quei 50 cents e quanto dovrebbe realmente costare quella buatta qualcuno lo deve pur pagare …