Cinquant’anni di storia sociale a Corato nel libro di Riccardo Mazzilli

Dal “Comitato per non autosufficienti” al “Centro Aperto”

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Non è opera semplice racchiudere nelle pagine di un libro 50 anni di storia sociale nella città di Corato. In occasione del cinquantennale del “Comitato pro non autosufficienti”, Riccardo Mazzilli ha voluto ripercorrere gli anni dell’impegno dei laici nella vita sociale cittadina nel libro “Don Luca Masciavé e il volontariato a Corato – dal Comitato pro non autosufficienti al Centro Aperto”, edito da Live Edizioni.

Il libro sarà presentato per la prima volta nel Giardino dei Cappuccini, in viale IV Novembre, domani 30 giugno alle ore 19.

A dialogare con l’autore sarà il giornalista Giuseppe Di Bisceglie che raccoglierà anche la testimonianza di Lucia Scarnera, volontaria e fondatrice del Centro Aperto “Diamoci una mano” di Corato.

Una occasione per ricordare l’impegno di una figura importantissima per la città di Corato, quella di don Luca Masciavé, al quale la città ha riconosciuto l’intitolazione di una piazza.

Proprio nel declinare la figura del sacerdote, l’autore Riccardo Mazzilli, ci consegna questo pensiero.

Ci piace ricordare, del presbiterato di don Luca, due principi: “Il maggiore beneficio che si possa fare alle persone, egli diceva, non è dare loro del bene, ma far si che esse stesse siano protagoniste del bene, per facilitare il passaggio dall’ingiustizia e dalla sopraffazione alla giustizia e alla solidarietà”; e poi “ il credente deve avere un’anima da povero, deve amare il fratello, poiché è la condivisione e il servizio che devono caratterizzare il cristiano”.

È per questo che Egli, coniugando contemplazione della Parola con l’azione, fu sempre in prima linea.

Gracile nella salute, ma robusto nell’impegno; delicato e cordiale nei rapporti, ma nel tempo stesso determinato, volle dare voce “a chi non aveva voce”, trasmettendo negli altri “inquietudine” davanti alle situazioni di sofferenza, diventando “voce libera di chi non aveva voce sufficiente per farsi sentire” e forza , non per “dominare, ma neppure per lasciarsi dominare”.

L’attenzione nei confronti dell’altro da noi lo vide sempre pronto ad affermare, in modo deciso e irremovibile  il bene e i diritti degli ultimi, tanto da apparire insofferente e intrattabile, a quanti Lo considerarono “contagiato dal fuoco di Sant’Antonio”.

Era solito affermare che ”il Cristiano è colui che va controcorrente ed esclude ogni compromesso; è colui che non si tiene alla larga da ogni impegno sociale, politico, culturale; il cristiano, se ignorasse i suoi impegni temporali, trascurerebbe i suoi doveri verso il prossimo, e quindi verso Dio”.

Era interessato all’adesso, che, secondo il suo modo di vedere, non andava solo goduto, ma andava scandagliato per individuarvi i mali e combatterli.

Perciò fece breccia sui suoi giovani alunni e sui tanti laici giovani e meno giovani, amanti dell’audacia e del rischio, tanto che i primi pochi diventarono tanti.

Con questi sognatori, ebbe il coraggio e la capacità di vedere oltre l’adesso, di andare oltre l’indifferenza, dando vita al Centro Aperto, la cui denominazione “Diamoci una mano” significava, Egli asseriva, “Solidarietà, Disponibilità, Collaborazione, Servizio. Questo nome […] è un programma di vita ; esprime un impegno a lavorare da volontari e quindi gratuitamente, per contribuire a rendere la società più fraterna, costruita sulla corresponsabilità. Perché membri della stessa famiglia umana, in realtà siamo tutti corresponsabili delle sorti della società. [.. .] Se il mondo va male , se c’è gente che soffre […] , un po’ di colpa è di ciascuno di noi […]. Nessuno può dire, come Caino: Son forse io il custode di mio fratello? Sì, ciascuno di noi è responsabile dei suoi fratelli…. Certo, non potremo sanare tutti i mali del mondo, ma possiamo e dobbiamo dare il nostro contributo di mente, di cuore, di braccia”.

E la Provvidenza non lo deluse mai.

A chi gli chiedeva quali fossero le risorse economiche che Gli permettevano di realizzare le Opere Sociali che si accingeva a realizzare, Egli rispondeva: ”l’obolo della vedova di memoria evangelica! Il mio conto corrente è quello della Provvidenza. Non so se debbo chiedere scusa al Signore della mia temerarietà. Spero, invece, di farGli piacere, tenuto conto che qui si fanno soltanto i Suoi interessi. Gli interessi di quelli che soffrono, il Signore li considera suoi”.

Questi i tratti della personalità dell’uomo e presbitero don Luca che hanno determinato l’intitolazione della piazza .

E ciò, senza restare prigionieri del passato, ma per trasmettere alle future generazioni il seme di vedere oltre l’adesso, che è principio di maturazione civile e democratica.

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