Don Felice, finalmente sacerdote: «Ho donato la mia vita per qualcosa di bello per cui gioire»

La prima messa di don Felice Musto celebrata nella parrocchia Santa Maria Greca
«Sento un profondo senso di gratitudine per tutti e per tutto quello che Dio mi ha donato. Grazie a tutti per affetto, stima e generosità che di cui mi avete fatto dono» afferma don Felice Musto, che sabato scorso è stato ordinato sacerdote nella chiesa San Giuseppe
«Sento un profondo senso di gratitudine per tutti e per tutto quello che Dio mi ha donato. Grazie a tutti per affetto, stima e generosità che di cui mi avete fatto dono». Parla così, con il cuore colmo di gioia, don Felice Musto, che sabato scorso è stato ordinato presbitero.
Il 28enne don Felice ha pronunciato il suo “eccomi” nella chiesa San Giuseppe di Bisceglie e ora è “sacerdote per sempre”. «Le sensazioni che ho provato sono state moltissime, belle, intense e uniche» racconta. «La grazia che si riceve e si percepisce in questi momenti come l’ordinazione o le prime presidenze eucaristiche, è tanta, sovrabbondante. Ero lì, teso ma allo stesso tempo sereno, poiché so che ho donato la mia vita per qualcosa di bello per cui gioire, per cui essere felice».
Dopo l’ordinazione, domenica scorsa don Felice – collaboratore nella parrocchia Sant’Andrea di Barletta e nella Concattedrale di Santa Maria Maggiore – ha celebrato la sua prima messa nella parrocchia Santa Maria Greca, dove la sua vocazione ha mosso i primi passi. «Durante le celebrazioni di questi giorni ho incontrato molti volti familiari, di amici e persone incontrate in questi anni tra parrocchia e seminario» aggiunge. «Tutti giovano con me per il grande amore di Dio nelle nostre vite».
Dense di significato le parole che il vescovo della diocesi, Mons. Leonardo D’Ascenzo, ha rivolto nella sua omelia a don Felice e al barlettano don Michele Piazzolla, ordinato sacerdote con lui.
«Abbiate sempre una particolare attenzione e amore per le persone più fragili e bisognose, ma fatelo da poveri, cioè gratuitamente, in modo disinteressato, come Gesù che si è fatto povero per arricchirci» ha detto l’arcivescovo.
«Noi preti non possiamo che essere come Gesù, poveri perché attenti agli altri, perché spendiamo tutto per loro, non a tempo parziale come quando si lavora in un ufficio. Il nostro non è un lavoro svolto in una azienda. Non possiamo dare cattiva testimonianza perché troppo interessati a noi stessi. Lo sappiamo bene che non possiamo. Conosciamo bene il vangelo che ci chiama ad essere servi inutili; non cerchiamo un utile, un guadagno per noi, non ci preoccupiamo di accumulare beni materiali, di avere una macchina costosa, di vestirci con capi di marca, magari con scarpe che costano quanto prendono mensilmente molti pensionati, di spendere soldi per tagli di capelli all’ultima moda. Voglio soltanto dire che, lo sappiamo, tutto questo non ci appartiene, non ci interessa, e non interessa nemmeno alla nostra gente che da noi si aspetta ben altro.
Tutti preghiamo per voi perché siate presbiteri, uomini di preghiera, a servizio della nostra gente, generosi nell’obbedienza perché liberi di spendervi per gli altri, con un cuore indiviso che ama tutti attraverso la scelta del celibato, poveri per i poveri. Tutti preghiamo perché sappiate dare il vostro contributo».
Don Felice ha raccontato il lato umano della sua vocazione in una intervista pubblicata sul nuovo numero de Lo Stradone in edicola tra pochi giorni.
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