Covid, i numeri e l’importanza di abbattere i contagi. «No psicosi, ma realtà non va edulcorata»

Coronavirus

«Bisogna vivere con prudenza: il rischio è generare comportamenti non consoni con ricadute economiche e sociali gravi»​ spiega Francesca Claps, anestesista coratina in una rianimazione Covid a Roma​

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«Dateci i numeri, dateci i numeri!» è uno dei tormentoni che (giustamente) si leva dai cittadini quando, per qualche giorno, gli enti preposti (e di conseguenza i giornali) non forniscono un aggiornamento puntuale sull’andamento del contagio in città. Poi i numeri finalmente arrivano. Col contagocce, magari rettificati dopo qualche ora per un difetto di comunicazione tra un funzionario e l’altro. Ma arrivano. E allora il ritornello diventa: «Ma no, i numeri no! Fate allarmismo!».

E via, nel mare tempestoso dei social, con commenti, dibattiti, teorie, addizioni e sottrazioni di contagi- quasi fossero fette di mortadella dal salumiere – per dimostrare chissà quale fantasiosa teoria. Opinioni sparate come cannonate – molto spesso senza neppure leggere le righe che si commentano – con l’effetto di mettere in discussione i pochi dati certi diffusi sul Covid (ecco quelli ufficiali a Corato) e rendere il quadro più confuso di quanto già non sia.

Così, mentre si resta invischiati nella diatriba su chi la spara più grossa, si rischia di dimenticare il punto fondamentale della questione: l’impellente necessità di mettere un argine al dilagare dei contagi con i buoni comportamenti di tutti.

Il perché lo spiega bene un medico coratino che da anni vive lontano dalla Puglia. La dottoressa Francesca Claps è una anestesista in servizio a Roma e ha lavorato per mesi in un reparto di rianimazione Covid. In punta di piedi e con chiarezza, la dottoressa spiega perché il fulcro del dibattito non sia tanto se “di Covid si muore o non si muore” (giusto per citare uno dei mantra più cari a chi commenta compulsivamente ogni riga), ma fa capire come la questione sia decisamente molto più ampia e coinvolga su più fronti un sistema sanitario nel quale non esiste solo il Coronavirus.

«Non abito più a Corato da circa 15 anni – scrive la dottoressa Claps – ma è il paese in cui sono nata e cresciuta e vorrei portare la mia esperienza in questo dibattito. […] L’approccio non allarmista ma prudente, caratterizzato da mascherina, distanziamento ed igiene delle mani è corretto e totalmente condivisibile. È altrettanto condivisibile la sottolineatura dell’importanza di non cadere preda di psicosi e l’esortazione ad un minimo di raziocinio. Tuttavia, non mi trovo molto d’accordo sul ridimensionamento […] basato sui numeri nudi e crudi e sulla percentuale dei ricoverati in condizioni severe sul totale dei soggetti contagiati e vorrei spiegare la mia posizione.

Sono anestesista e lavoro a Roma, in particolare ho lavorato nel mio ospedale in rianimazione Covid per 75 giorni e ciò che ho osservato è stato un numero, sul totale degli infetti, sicuramente contenuto, sia di malati ospedalizzati che di malati specificamente ricoverati in terapia intensiva. Il problema è che questi malati, se escono dall’acuzie, cronicizzano, con un recupero estremamente lento, occupando i posti di degenza anche per mesi, intasando sia i reparti a medio-bassa intensità di cura che, nella fattispecie, le rianimazioni. Succede, quindi, che in breve tempo si crea un collo di bottiglia e i pazienti covid finiscono per necessitare di gran parte delle risorse sanitarie territoriali ospedaliere, sbilanciando così la loro distribuzione a sfavore di altre categorie vulnerabili, quali i malati oncoematologici, i malati con cardiopatie, o pazienti con patologie suscettibili di trattamento chirurgico in elezione.

Tutto questo fa sì che proprio le “altre” categorie di malati siano pesantemente penalizzate, perché si allungano i tempi di attesa per gli interventi programmati (la chirurgia maggiore richiede disponibilità di posto letto in terapia intensiva dopo l’intervento, come ad esempio accade per i cardiopatici sottoposti a cardiochirurgia o i malati sottoposti a chirurgia maggiore epatica, ecc).

In secondo luogo, il problema dei contagi non è solo legato alla saturazione delle strutture ospedaliere, nei loro differenti livelli di intensità di cura, ma è anche e soprattutto un problema di ordine matematico. In termini epidemiologici, i contagi rispondono ad una matematica che nel caso del coronavirus si è dimostrata essere, nel periodo primaverile, di ordine esponenziale. Le precauzioni sollecitate hanno il fine di disinnescare questa crescita esponenziale riducendo il famoso indice R0. Questo non tanto per ridurre il numero complessivo dei contagi, ma per proteggere dalla catena dell’infezione le categorie più a rischio di sviluppare forme gravi, quali gli anziani. In termini probabilistici, più persone sono infette in fase presintomatica (l’asintomatico totale è una cosa straordinaria, il più delle volte ci sono sintomi, anche se sfumati) più si alza il rischio di infettare anziani, malati cronici, immunodepressi, ecc.

È nostra responsabilità non sminuire il ruolo che ha il vettore umano nell’alimentare questa catena di contagi, secondo me. Quindi, per non terrorizzare nessuno, mi preme dire che i numeri hanno un loro peso, ma i positivi al tampone sono qualitativamente diversi in termini di suscettibilità a sviluppare la forma severa di malattia, quindi i contagi vanno abbattuti per abbassare la probabilità che le categorie a rischio vengano coinvolte. Quanto alla gravità, non si può paragonare la malattia indicata come covid 19 né all’influenza né ad altre polmoniti interstiziali come quella da H1N1. È una cosa molto diversa e può essere straordinariamente devastante.

Non voglio allarmare nessuno, bisogna vivere con prudenza e attenzione, ma ci sono delle realtà che non vanno edulcorate. Il rischio, sarebbe generare una serie di comportamenti non consoni con ricadute economiche e sociali gravi, cosa che purtroppo è già in parte accaduta. Qui a Roma stiamo riaprendo centri covid un po’ dappertutto e i numeri sono in crescita, spero che in un comune più piccolo e con maggiore facilità di tracciamento come Corato non ci sia lo stesso tipo di fenomeno. Ripongo fiducia – conclude la dottoressa Claps – nella lucidità e nella coscienza sociale dei miei concittadini».

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Commenti

  • Alex Supertramp (utente non verificato)

    La narrazione continua.!

  • Umberto R (utente non verificato)

    Analisi precisa ed obiettiva. Ora come non mai tocca lavorare “di squadra”.

  • Gigi Gusto (utente non verificato)

    Da una parte gente istruita, lucida, professionale e competente, dall'altra parte quattro gorilla negazionisti, no Mask, complottisti e quaquaraquà.

  • Maria P. (utente non verificato)

    Vorremmo che qualcuno ci dicesse invece che ben il 94% dei contagiati non finisce in ospedale o in terapia intensiva e senza più essere intubati come a marzo. Ma nessuno lo dice, si preferisce l'allarmismo e la paura alla responsabilità.

  • Schifata (utente non verificato)

    RISPONDO AL SIG. LUIGI MURGIANO
    Si chiama libertà di parola… Al momento dovremmo essere ancora in democrazia… (Forse),quindi se ne faccia una ragione lei e tutti i radical chic presenti in queste chat….

  • Prisco rosanna (utente non verificato)

    I numeri al lotto….che mi frega dei numeri ….avete rotto …per colpa di ste teste di …….stiamo nella merda ….vengo a casa vostra a mangiare con I miei figli…tu guarda se per sti menefreghisti devo pure aspettare per fare le visite che mi servono mettetevi le mascherine e nn rompete la minchia