Theatre Action, l’urlo ​degli operatori del Comunale​: «Il teatro non è un monumento ai caduti»

Angela Iannone
Theatre Action

L’urlo disperato degli artisti, delle maschere e degli operatori del teatro comunale di Corato si fa vivo, forte e determinato a riprendersi il suo posto in una società che li ha emarginati, dimenticati e sfrattati

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Un sipario chiuso, la platea deserta, immersa in un silenzio assordante. Sul palco nessuno sale ormai da mesi. Quel palco che ha raccolto i sogni, le ambizioni di tanti giovani artisti che lo hanno attraversato per danzare, cantare, recitare, interpretare e, soprattutto, emozionare. Poi, una porta chiusa, dolorosamente. E da allora, solo sconcertante sfiducia.

Quella dei teatri di tutta Italia è stata una delle prime porte a chiudersi e l’ultima a riaprire, senza alcuna certezza, né garanzia.E così vien da chiedersi, come nella notte oscura del II atto di Macbeth di Shakespeare: “A che punto è la notte?”.

In questa emergenza nazionale si è parlato tanto di chiusura delle scuole, delle università, delle palestre, delle discoteche e dei musei, ma poco di chiusura dei teatri che, nonostante l’illusoria riapertura secondo il decreto del 15 giugno, sono immersi ancora nella disperata impossibilità di ripartire. Eppure, mai come ora, il teatro è necessario per la società, per fornire un nuovo punto di riferimento per ritrovare se stessa attraverso la forza della parola, dell’emozione e di quella alchemica interazione tra la vita dello spettatore e quella del personaggio sul palco. Il teatro parla alla testa e all’anima, scuote le coscienze e, come scriveva Leo De Berardinis, “toglie la vigliaccheria del vivere e la paura del diverso, dell’ignoto, della vita e della morte”.

E così, l’urlo disperato degli artisti, delle maschere e degli operatori del teatro comunale di Corato si fa vivo, forte e determinato a riprendersi il suo posto in una società che li ha emarginati, dimenticati e sfrattati. In piazza Marconi venerdì sera ha avuto luogo “Theatre Action”, un progetto, un’azione sociale a cura delle maschere e degli operatori del Teatro dei Borgia con il patrocinio del Comune di Corato, che hanno riaperto “simbolicamente” il teatro.

In uno scenario magico, esoterico, nella soffusa atmosfera di una platea ricreata appositamente all’esterno del teatro, nel rigoroso rispetto delle norme previste dal decreto anti covid (circa 90 i posti previsti, mantenendo la distanza minima di un metro l’uno dall’altro), sotto un cielo illuminato dalle Pleiadi di agosto e lo sfondo della porta del teatro così ostinatamente chiusa, gli spettatori hanno gremito la piazza, muniti di mascherina per assistere ad una performance divisa in due atti, in cui si sono unite esperienze di arte visiva e recitazione.

Nel primo atto, gli artisti Federica Buonsante e Alessandro Vangi hanno portato in scena il tema dello “sfratto dal teatro” sviluppandolo con una serie di interviste condotte dagli artisti ai cittadini, dai sei anni in poi, durante le passeggiate nel centro storico della città.

«Abbiamo posto ai cittadini tre domande in particolare. La prima è stata quella legata allo sfratto” -racconta Federica Buonsante -. Premesso che il nostro amico attore Valerio Tambone avesse perso la casa, abbiamo chiesto all’intervistato di esprimere delle parole di conforto in merito alla sua situazione di perdita della casa e del lavoro: tu cosa faresti se da un giorno all’altro perdessi il lavoro e poi la casa? Dal momento che il teatro era la sua casa, cosa diciamo al nostro amico Valerio adesso che una casa non ce l’ha più?. La seconda domanda era specifica e personale, e riguardava l’esperienza del teatro da spettatore: Tu ci sei mai stato a teatro? Cosa hai visto? La terza più evocativa, legata all’esperienza estetica: cosa ti porti dentro dall’ultima volta, che sia un immagine, un colore, una sensazione o un’emozione. Raccolti i dati abbiamo fatto un lavoro di pulizia e selezione delle parti salienti e più interessanti ed in seguito costruito un filo narrativo.

Quei pezzi di interviste sono diventati dialoghi inconsapevoli tra i vari cittadini, che poi sono diventanti vere e proprie scene sonore, integrate dalla parte visual: un attore con il suo cartone, sfrattato che ricorda ed rievoca i momenti salienti dell’essere a teatro con le voci del pubblico. Lui è lì, seduto a commentare la sua condizione. È stato un lavoro intenso, un processo creativo interessante quello tra me e Alessandro. Ne siamo grati e soddisfatti».

Il secondo atto ha visto la mirabile interpretazione di un intreccio di monologhi da parte dell’attore Valerio Tambone. Dalle origini del teatro greco in onore di Dioniso, ad Aristotele a Giorgio Gaber, passando per Shakespeare. 2500 anni di teatro in crisi, risolta da Achille Campanile. Le paure, i sogni, la dedizione, l’utopia possibile di una civiltà migliore.

Le maschere del teatro, nella loro silenziosa missione di accompagnatori del pubblico a teatro, hanno fatto da guida al cittadino nella sua importante professione: spettatore, perfino attore della sua città. Oggi, alla luce di una rivalutazione del senso missionario del Teatro, Karl Valentin avrebbe istituito il Teatro dell’obbligo.

«La condizione di sfratto teatrale accomuna tutti gli artisti, attori, operatori di teatro, tecnici. È triste non sentirsi tutelati e, a tratti, non essere creduti dalla società e dalle istituzioni, in quanto lavoratori – dichiara l’attore Valerio Tambone -. Allora mi chiedo e chiedo ai cittadini: perchè se un operaio, un impiegato, un qualsiasi altro lavoratore, perde il lavoro viene aiutato, compreso e sostenuto, mentre a noi nessuno crede? Anche noi abbiamo una famiglia, anche noi siamo produttori di qualcosa, di arte e cultura. Spesso siamo sovrastimati sul palco e sottostimati fuori dalla scena. L’obiettivo cardine di Theatre Action è quello di far comprendere che nonostante tutto noi ci siamo a colmare quel vuoto sempre più grande e costante che si sta creando tra attore e spettatore.

I testi portati stasera sono un vero e proprio cocktail di storia del teatro. Ho immaginato di celebrare il 2554esimo compleanno del Teatro. Attraverso un un excursus letterario, ho realizzato una lectio magistralis che parte dalle origini degli agoni teatrali greci in onore di Dioniso, quando nascono anche quei sentimenti di catarsi ed emozione, che sono le chiavi di lettura del Teatro e i segreti per lasciarsi invasare dallo stesso.

Anche se vogliono renderci semplici paladini della cultura, perche ci limitiamo a parlare e portare sul palco questioni umane, noi siamo anche esseri umani e lavoratori. Prima delle istituzioni, questo è cio che devono capire i cittadini. Ci sono tanti sacrifici, fatica, crolli emotivi dietro la preparazione di uno spettacolo, tantissima gente che lavora dietro le quinte, dai tecnici di luci e suoni, alle sarte, alla pulizia e manutenzione, alla segreteria della vendita dei biglietti.

Il teatro non è un monumento ai caduti. Per questo vogliamo agire, in qualsiasi modo. Per fare teatro non bisogna andare per forza a teatro. Noi ora vogliamo portare la nostra arte fuori dalle mura del teatro, diffonderla, farla conoscere! Per me il teatro è come l’ Angelo dell’Annunciazione che, presentandosi a Maria, stabilì ciò dovesse fare: portare in grembo Gesù e accudirLo, ma stabili anche una condanna, ovvero la morte di Suo Figlio. Il Teatro è croce e delizia. In questo momento sto cercando di reinventarmi, sto cercando una nuova dimensione perchè sento di aver esaurito una parte della mia relazione con il teatro. È un padre di cui mi sento orfano».

Un grande lavoro di squadra, ci tengono a sottolineare gli organizzatori dell’evento, preparato e allestito in soli venti giorni.

«Le norme restrittive previste dal decreto ministeriale non consentono la riapertura a tutti i teatri – afferma Alexander Larrarte, curatore d’arte e operatore del Teatro di Corato -. Il progetto, dunque, si svolge nella Poetica degli Ultimi come la definivano De Andrè e Pasolini. Siamo lavoratori silenziosi che consentono l’avviamento della macchina del teatro, ma siamo poco valorizzati e ascoltati. Per questo abbiamo voluto creare un’azione sociale, perchè il Teatro è un’arte pubblica aperta a tutti, ma anche sociale, capace di coinvolgere, far riflettere la società, facendola sentire parte attiva della cultura del paese. Tuttavia, è anche necessario che l’arte diventi impegnata e si ritorni ad occupare quei luoghi-contenitori di cultura aperti e chiusi della nostra città”.

Quali sono le soluzioni che possono rilanciare la cultura e l’attività del Teatro di Corato?

«Bisognerebbe maturare una visione nuova del Teatro e della cultura in genere, creare spazi per accoglierla attraverso laboratori, spettacoli, quotidiani, non occasionali ed educare i cittadini in maniera costante, per intraprendere un vero percorso di crescita.- afferma Larrarte- La questione non è incentrata solo sulla differenza tra teatri piccoli o grandi, importanti o meno importanti, bensì ciò che si decide di fare in quegli spazi. Ci sono teatri piccoli che hanno grandi potenzialità. L’importante è non dimenticarsi di mettere al centro l’essere umano.

Avviando un processo di sperimentazione del teatro, attraverso visite guidate che lo facciano conoscere, o semplicemente ricreando un punto ristoro che consenta di prendersi un caffè nella bouvette del teatro nei minuti di pausa degli spettacoli, fa sì che i cittadini si sentano parte integrante dell’ambiente teatrale.

L’idea che il teatro chiuso, interrompa anche l’attività teatrale è solo il preludio di un fallimento, un po’ come quei siti archeologici invasi da erbacce e rifiuti, a causa della noncuranza umana».

A riguardo aggiunge Federica Buonsante: «Con il nostro progetto abbiamo imparato che il teatro deve cambiare il suo modo di entrare nella vita delle persone, dovrebbe fare più incursioni nello spazio pubblico per sensibilizzare ed avvicinare coloro che non conoscono il teatro o non possono permettersi di farlo. Il teatro deve interessarsi di più alle persone comuni, quelle appartenenti a strati sociali più bassi. Se le persone non vanno a teatro, allora che sia il teatro ad andare dalle persone.

La nostra installazione includeva molte battute in dialetto coratino, alcune davvero divertenti. Ieri mentre facevamo le prove audio un gruppo di ragazzini si è fermato incuriosito ad ascoltare. Ascoltava perché il linguaggio, le parole e lo spazio erano alla loro portata. Se il teatro è maestro di vita, allora da bravo educatore deve essere capace di parlare a chi ha più bisogno di riformarsi. Il teatro borghese non funziona più, è pura forma e virtuosismo. Ma la ragione sociale, e la narrativa pre esistente di un posto questi sono fattori fondamentali perché il teatro possa tornare ad essere ciò per cui è stato concepito all’origine: un’occasione di connessione con un mondo altro, in cui la materialità delle cose si dissolve e si espande in un Unicuum di esperienze vive e straordinarie».

«Educare il pubblico è fondamentale – aggiunge l’attore Tambone- avviando una serie di cantieri, laboratori costanti che facciano sentire i cittadini i primi veri attori del proprio teatro. Solo così maturerebbero un senso di appartenenza che li porterebbe al rispetto e alla valorizzazione del luogo e di tutti coloro che vi operano. È necessario lasciare il palco e pensare alla platea. La gente non paga solo per vedere lo spettacolo, ma per vivere lo spettacolo. Tuttavia, abbiamo anche bisogno di una data per ricominciare a riorganizzare la macchina organizzativa che vede la programmazione di spettacoli, l’allestimento delle stagioni teatrali, la vendita dei biglietti e senza una data certa tutto resta un grande buco nero».

Asserisce, infine, il regista teatrale Gianpiero Borgia: «È un fattore molto positivo la presa di coscienza da parte di giovani artisti che sono impegnati in prima persona per la realizzazione del progetto “Theatre Action”. Un lavoro di squadra che si è fatto portavoce di un grido da parte di tutti i lavoratori e operatori del teatro. È, altresì, un paradosso positivo, il fatto che in questo momento drammatico per il settore culturale, tutti gli artisti d’Italia abbiano fatto sentire la propria voce, siano nate tante manifestazioni, azioni pacifiche e nuove idee per ricrearsi e palesarsi agli occhi di una società che non ci considera lavoratori. La pandemia ha semplicemente estremizzato delle situazioni che di base c’erano già. E quello che manca è proprio un modello gestionale a cui ispirarsi per poter ricreare un teatro che deve far fronte alla modernità, affinchè i cittadini maturino un senso di appartenenza alla realtà teatrale.

Lo Stato ha fornito degli aiuti per le varie realtà artistico-culturali, facendoci sentire, forse per la prima volta, veri lavoratori al pari di operai, impiegati ecc., ma vige ancora un clima di profonda incertezza sulla ripartenza dell’attività teatrale. Le restrittive norme di sicurezza ostacolano il nostro lavoro. Ad esempio, per me è difficile continuare a proporre lo spettacolo“Medea per strada”, uno spettacolo che si svolge all’interno di un pulmino. Bisogna anche ammettere che ogni regione propone delle soluzioni coerenti a come il territorio percepisce il teatro, e per alcune regioni meridionali come la Puglia, la situazione è davvero sconcertante».

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Commenti

  • Un attento lettore (utente non verificato)

    Articolo troppo lungo, dovete tagliare

  • Antonio Caputo (utente non verificato)

    lungo, noioso e inconcludente