Giorgio D’Introno svela Monet: è lo sceneggiatore del nuovo film della Nexo Digital

© Giorgio D’Introno
L’intervista ad un coratino che lavora nello spettacolo dal 2003. Corato? «Rimane il mio luogo di nascita, ci vive tutta la mia famiglia. Tornerò per il prossimo Natale, come faccio sempre per fuggire dai ritmi delle grandi città»
È una penna coratina quella che ha scritto il nuovo film prodotto da Ballandi Arts e da Nexo Digital, “Le Ninfee di Monet: un incantesimo di acqua e luce”. Lo firma Giorgio D’Introno, 42enne che lavora nello spettacolo dal 2003.
La redazione di CoratoLive.it lo ha raggiunto telefonicamente alla vigilia del debutto sul grande schermo del film: sarà nelle sale dal 26 al 28 novembre in collaborazione con Timvision Production. Attraverso la narratrice Elisa Lasowski e gli interventi dello scrittore Ross King, della fotografa Sanne De Wilde e della giardiniera della Fondation Monet Claire Hélène Marron, il film mescola fiction e immagini di repertorio per ricostruire la parabola artistica e umana dell’artista francese che ha fatto scuola.
«Dopo aver frequentato il liceo scientifico ed essermi laureato in lingue e letterature straniere, ho iniziato muovendo i primi passi direttamente nei progetti, senza un vero e proprio studio specifico nel settore» racconta. «Tutto è nato grazie alla mia passione per la letteratura e per la scrittura in generale. Il percorso in questa professione è iniziato durante il periodo che ho trascorso negli Stati Uniti, lì dove ho avuto la possibilità di lavorare a prodotti completi, di mettere la mani sulle telecamere e poi sulla fase di montaggio. Ho lavorato su prodotti di vario tipo, anche in teatro con spettacoli dal vivo. Ho realizzato un documentario sugli astrattisti afroamericani, con la partecipazione di Spike Lee che ho avuto il piacere di conoscere».n
Che tipo di rapporto hai con Corato?
Rimane il mio luogo di nascita, quello in cui mi sono formato come persona, è il luogo in cui vive tutta la mia famiglia. Ci torno per il prossimo Natale, come faccio sempre per fuggire dai ritmi delle grandi città che per lavoro mi tocca frequentare, Roma e Milano principalmente. È la mia cura contro lo stress e il mio modo di ritrovare le miei origini. Ammetto che, guardandola con gli occhi di un immigrato di ritorno, non sempre tutto quello che vedo mi trova d’accordo. Abbiamo bisogno di un senso civico più accentuato. In Italia, e ancora di più al sud, ho la sensazione – e la temo – che questo senso civico si stia perdendo.
Come sei arrivato a scrivere un film su Monet?
Il percorso che mi ha portato a Monet è stato particolare: ho scritto una serie televisiva per Sky Arte che si chiama “Il mistero dei capolavori perduti” e tra gli artisti trattati c’era anche lui. La fortuna ha voluto che Nexo digital fosse talmente interessata a Monet al punto da voler girare un lungometraggio su di lui e confermare la squadra che già aveva lavorato per Sky Arte: oltre a me che avevo scritto la puntata c’è il regista Giovanni Troilo, pugliese anche lui, e il montatore Antonello Pierleoni. È stata una fortunata congettura astrale.n
Quanto lavoro c’è dietro questo film?
Tanto, un lungo periodo di studio e ricerca. È stato un lavoro di squadra, abbiamo passato due anni insieme a Monet. Lo abbiamo conosciuto intimamente, andando al di là dei suoi quadri, di tutte le opere che ha dipinto. È rimasto da parte l’aspetto mondano e “gossipparo”, lasciatemi passare il termine. Ci siamo avvicinati all’artista ma soprattutto all’uomo. Questo ci ha dato la possibilità di avventurarci verso una scrittura ed una resa nelle immagini che non fosse la solita. L’obiettivo era capire cosa lo spingeva a realizzare delle opere così particolari rispetto al periodo in cui dipingeva.n
Che tipo di uomo è Monet?
In fin dei conti è un uomo come tutti gli altri, con le sue debolezze, i suoi limiti, le sue ossessioni che vanno al di là della pittura. Un po’ particolare, come tanti artisti. La cosa che sorprende è che sia riuscito a realizzare le sue opere in un momento storico così particolare. Era cocciuto, ravvicinato, convinto di voler lasciare un segno nell’arte. Quest’ultimo è l’aspetto che più ammiro della sua personalità.n
Nel trailer del film si sente dire che quelli di Monet sono “gli occhi migliori di tutta la storia dell’arte”. Perché?
Sì, è quello che pensano in molti, che lui avesse un occhio quasi soprannaturale, che vedesse la luce in maniera diversa, una percezione diversa dello specchio luminoso.n
È un film che piacerà solo agli appassionati di arte?
No, proprio perché è la storia di una vita, è il romanzo di un uomo che – nonostante le cadute e le difficoltà – finisce sempre a rialzarsi ed ottenere risultati migliori, tra cui quella che si può ammirare a Parigi nel Museo dell’Orangerie.n
Stai già lavorando ad un prossimo film?
Sì, ad un progetto di scrittura molto più complesso e lungo, una storia vera di un uomo imprigionato in Africa. Per ovvie ragioni adesso non posso parlarne in maniera approfondita, coinvolge molti aspetti della vita italiana ma anche tante istituzioni estere. Perché questo progetto veda la luce ci vorranno almeno due anni, è una sfida complessa. Non si tratta di un documentario, il tipo di scrittura che da sempre sento nelle mie corde, proprio per questo è una sfida che non vedo l’ora di affrontare.
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