La testimonianza. «Ero su quel treno. Non passa giorno in cui non ci pensi»

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La testimonianza di Giovanni, un giovane studente coratino. Il suo desiderio: «mezzi di trasporto più sicuri»
«Non passa giorno in cui io non pensi a quello che è accaduto. A cosa ho visto. Alle persone che ho soccorso. Il ricordo resta, è sempre vivo nei miei occhi».
A parlare così è Giovanni: un anno fa era sul treno che da Andria non è mai arrivato a Corato: aveva appena finito una lezione a scuola e stava tornando a casa insieme ai suoi amici. Non ancora 17enne, ebbe la forza e la voglia di raccontarci tutto quello che aveva visto e vissuto: una delle nostre pagine più intense e dolorose.
Oggi Giovanni ha quasi 18 anni e un grande desiderio: «mezzi di trasporto più sicuri e maggiore attenzione nei confronti di tutti». Ha le idee chiare. Quando gli domandiamo cosa vorrebbe dire alle istituzioni la sua risposta arriva immediata: «mi fa rabbia non vedere mantenuta una promessa essenziale, quella di garantire la sicurezza dei passeggeri.
Noi per andare a scuola, e gli adulti pendolari per recarsi al lavoro, in questi 365 giorni siamo saliti su autobus sempre stracolmi. La regola del numero massimo dei passeggeri che potevano stare in piedi veniva rispettata solo nei mezzi sostitutivi, quasi mai in quelli di linea: troppe volte abbiamo viaggiato come sardine in scatola. Questa mi sembra un’enorme mancanza di rispetto nei confronti delle vittime e dei loro parenti, oltre che dei viaggiatori in generale».
La sua vita dal 12 luglio del 2016 è cambiata. Quest’anno a scuola è stato diverso da tutti gli altri. «Su quel treno – racconta Giovanni – non ero solo, c’erano anche altri miei compagni: tante volte, tra una lezione e l’altra, ci siamo trovati a ripensare a quel giorno, a parlarne. Alcuni di noi si sono lasciati aiutare da uno psicologo. Ognuno ha reagito a suo modo. A Francesco Ludovico Tedone, nostro compagno di scuola, abbiamo dedicato anche un’assemblea di istituto: con la musica e le immagini, cercando sempre ti lasciare spazio alle emozioni».
Stamattina Giovanni tornerà su quella terra e camminerà di nuovo tra gli ulivi: «dal giorno della tragedia non ci sono più andato. Non so cosa aspettarmi – ammette – ma sento di doverlo fare. Lo vivo quasi come fosse un dovere nei confronti delle 23 persone che hanno perso la vita: al loro posto potevo esserci io. Non mi interessa ricordare l’incidente: voglio pensare agli uomini e alle donne per cui non c’è stato nulla da fare. Lascerò lì dei fiori e spero che vogliano venire con me i miei amici. Forse anche mamma e papà, nonostante il lavoro». Perché, un anno fa, quella divenne la tragedia di tutti.
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