«Grazie per averci salvati». Un coratino premiato al Giro d’Italia

Valeria Diaferia
«Grazie per averci salvati». Un coratino premiato al Giro d'Italia

Michele Colella, operatore coratino di Autostrade per l’Italia, è stato premiato durate la tappa molfettese del Giro d’Italia insieme ai colleghi Luciano Di Nuzzo e Nicola Fabriani

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«Penso che sia stato il Prefettona chiamare Autostrade spa per chiedere aiuto. Era il pomeriggio del 18 gennaio,nintorno alle 15.30 ci hanno chiamati perché di tenessimo pronti: c’era la probabilitàndi dover partire. Alle 18.30 la conferma. E via».

Comincia così il racconto di Michele Colella, l’operatore coratinondi Autostrade per l’Italia premiato durate la tappa molfettese del Giro d’Italianinsieme ai colleghi Luciano Di Nuzzo e Nicola Fabriani: hanno soccorso lanpopolazione dei piccoli centri abitati nella provincia di Pescara rimasta isolatanper giorni a causa della neve.

A consegnare loro ilnriconoscimento Andrea Spinello, dirigente del compartimento di polizia stradalenper la Puglia.

Cosa avete trovato quando sietenarrivati?
n«Sul posto c’erano gli uomini della polizia e delle guardie forestali che cinhanno portati in zona per andare a spalare la neve con una fresa. Ci hannonmesso a disposizione una persona del posto che conosceva la strada: abbiamoncominciato a lavorare intorno a mezzanotte.
Prima di partire con Luciano e Nicola avevamo già preparato tuttonquello che pensavamo potesse servire: motoseghe, corde, benzina, gasolio. Sapevamonche da lì in poi non ci sarebbe stato più niente».

Quanti giorni è durata?
n«Non ricordo esattamente. Cinque giorni, dal 18 al 24 se non sbaglio. In questingiorni ci hanno permesso di ritornare a casa, la domenica, per prendere unncambio di vestiti».

Perché avete ricevuto questo riconoscimento?
n«Grazie a Michele Colella per la sua azione e attenzione e per aver trasferito una immagine positiva della Azienda» si legge sulla targa. «È stato un pensiero della nostra società, forse motivato dallanriconoscenza espressa nei nostri confronti dalle persone che abbiamo salvato.nMolti di loro hanno recuperato i nostri numeri e ci hanno scritto: “grazie Michele,ngrazie Luciano per averci salvati”. Questa notizia è arrivata al direttore e ci ha voluto ringraziarenper il volto dell’azienda che noi abbiamo portato lì».

Come avete saputo del premio?
nMichele sorride e poi risponde. «Andavo in giro con la barba, la porto da quandonsono tornato, e mi dicevano: “fatti la barba che devi essere premiato”. Non hondato peso a quelle parole. Poi ci hanno chiamati e ci hanno consegnato unanlettera dove ci hanno invitati a presentarci per la premiazione».
Quando l’emozione aumenta, le parole non bastano più. Michele prendenil cellulare e decide di raccontarci la sua esperienza attraverso le immagininche vi mostriamo nella galleria fotografica. Con il dito comincia a scorrere,nripercorre quei momenti drammatici e quelle vite incrociate.

I soccorritori, vestiti di arancionene immersi nella neve
n«In un primo momento stavamo andando a Rigopiano ma a causa di una bufera cinhanno dirottato verso un altro luogo. I vigili del fuoco, la guardia forestalene il 118: dovevano andare a soccorrere una donna in dialisi ma il gatto dellennevi si era rotto. Erano rimasti bloccati. Stavamonandando lì con una guida del posto, durante la notte. Eravamo quasi arrivati enall’improvviso avemmo un problema ad uno degli pneumatici: abbiamo dovutonsostituirlo, con togliendo e rimettendo anche le catene. Per velocizzare intempi la squadra dei soccorritori ha voluto continuare a piedi per quasi 3nchilometri: era importante arrivare dalla signora.

Quel che resta di un tetto
n«Qui cosa vedete?» ci chiede Michele. Niente a parte la neve, verrebbe da dire,nforse solo una macchia scura. «Quella è una casa, il tetto della casa – spiega Michelen– E dentro c’erano due anziani. Non potevano telefonare nemmeno al figlio perchénera in una missione speciale e non poteva essere rintracciato.
Erano circondati da una muraglia di neve, in preda all’agitazione.nPer alleggerire la tensione abbiamo cominciato a scherzare. Solo quando siamonriusciti a tirarli fuori dalla mansarda abbiamo visto che ci avevano preparatondei panini, con il loro pane ammuffito e con il loro salame: l’hanno tagliato enci hanno detto «adesso mangiate. L’unica cosa che ci dispiace è che la nostrancasa adesso la lasciamo in mano ai ladri». Subito dopo si sono messi anpiangere.

Tanta neve
n«Eravamo sistemati in un campo, lì ci davano le coordinate e ci dicevano cosandovevamo fare. La neve non si poteva buttare più da nessuna parte era tuttonpieno. Arrivavano i camion, la caricavamo e la portavano via. Non sapevamo più comenaltro fare, era tanta, troppa. Il giorno dopo siamo andati in un altro luogo, dove era morto unnuomo il lunedì. L’avevano adagiato nel ghiaccio, fuori, non potevano portarlonda nessuna parte. La gente che non sapeva come fare, era senza riscaldamento.

La paura
n«Il penultimo giorno ci avevano affiancato un altro ragazzo del posto pernandare a pulire un bivio che metteva in collegamento due paesi. Lì abbiamontrovato un giovane di 22 anni che stava andando a comprare il latte a suonfiglio. Si vedeva solo bianco, percorrevamonsentieri in cui da un lato c’era la montagna e dall’altro lo strapiombo. L’automobilenche usavamo “andava sempre dritto”, le curve non riusciva a farle. Dietro dinnoi c’era un trattore che spianava la strada per consentirci di scendere ensoccorrere, creava quella che chiamiamo “piazzola”. La strada era una sola ma le persone da tirar fuori erano tante. Quandonsiamo arrivati lì di notte, abbiamo visto solo neve. Quando è arrivato ilngiorno abbiamo visto case crollate, fili elettrici penzolanti, un disastro.nSiamo riusciti a non arrenderci solo pensando alle persone che avevano bisognondi noi».

Cosa si prova nel ricordare questa esperienza?
n«Abbiamo cercato di dare il meglio che si poteva dare. Ricordo che non avevamonfame, eravamo presi dall’adrenalina. La gente si sentiva persa, non riusciva ancapire e a fare niente, sia per se stessa che per gli altri. Non vedevano viandi uscita, nei loro occhi si scorgeva la tristezza di chi aveva perso ogninsperanza. Questa esperienza mi ha riempito il cuore, dei volte delle tantenpersone che abbiamo incontrato e con cui ancora ci sentiamo: mi sono sentitonutile. E così è stato anche per Luciano e Nicola con cui da subito c’è subito grandenaffiatamento: siamo partiti senza sapere molto e per fortuna abbiamo portatoncon noi il necessario.

C’è un’immagine che più di altre porti con te?
n«Si, quella di una fattoria per cui non c’era più nulla da fare. Quando siamo arrivatinlì abbiamo spento i motori, non si sentiva niente, solo strani versi. Era tuttoncrollato, c’erano solo animali morti o che stavano morendo. L’unica cosa vivente che abbiamo visto è stato questo scoiattolo.nPoi un cane che ha iniziato a seguirci».

Perché voi?
n«Non lo so. Ce lo siamo chiesti. Penso che chiunque tra noi, in quellencondizioni, avrebbe saputo dare il meglio. Ad ogni modo sono contento enorgoglioso di rappresentare la nostra azienda che, con questo riconoscimento, hanvoluto ricordare quei momenti, quelle storie, quelle vite. Adesso spero solo di poterntornare in quei luoghi e da quelle persone, senza neve».

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