Il “medioevo condominiale” della chiesa di San Vito. Le foto

© Valeria Diaferia
La chiesa «per tre quarti è frutto del pesante restauro, rimane la struttura portante» afferma la studiosa Pina Belli d’Elia
Quando un esempio del patrimonio romanico minore, una costruzione di piccole dimensioni, è collocato ai margini del centro abitato si fa presto a definirlo “medioevo condominiale”. Così è stato per Maurizio Triggiani che sabato pomeriggio ha guidato i presenti alla riscoperta artistica, culturale e storica della chiesa San Vito.
La storia
n«Non conosciamo l’anno di fondazione, probabilmente risale agli anni tra la fine del decimo e gli inizi dell’undicesimo secolo» secondo Vito Ricci, viste le scarsa documentazione rimasta, lunghe secoli.
Alcuni documenti risalenti al 1205 e al 1275 hanno lasciato ipotizzare che la chiesa fosse stata di proprietà dei templari: in entrambi i documenti la chiesa è denominata “templum”, “templi di san Viti” e “san Vito di templo”. Ulteriore elemento che andrebbe a confermare la tesi è la vicinanza della chiesa alla via Traiana e l’appartenenza all’ordine cavalleresco Giovannita (1500).
«Ma – afferma Vito Ricci – è anche vero che il termine templum era comunemente utilizzato come sinonimo del termine ecclesia (chiesa) in età medievale».
In un documento del 1373 «un’inchiesta del Papa rivela la presenza sul territorio di due chiese appartenenti all’ordine giovannita tra cui la chiesa di San Vito, ma senza la denominazione di templo».
A smentire la teoria templare infine è il documento del 1587. In un inventario dei beni, la chiesa «è descritta come circondata da frutteti e non riporta la presenza di alcuna altra struttura intorno nella quale i templari avrebbero potuto alloggiare».
Vito Ricci ipotizza che sia «nata come chiesa privata e vissuta come tale. Da un certo momento in poi – non si sa esattamente da quando – sarebbe stata acquisita dai Giovanniti tramite donazione. I legami con i templari risultano essere improbabili».
Il valore artistico dell’edificio
nPina Belli d’Elia si è occupata di descrivere la struttura architettonica della chiesa romanica a «croce contratta, i cui i bracci laterali sono formati da due archi ciechi. Si notano chiaramente le due volte a botte poggiate sui rispettivi archi ciechi».
La chiesa però «per tre quarti è frutto del pesante restauro – afferma la studiosa – rimane la struttura portante». «Numerosi sono gli elementi architettonici con destini ben più tristi rispetto a quello di essere inglobato in uno spazio urbano – afferma Maurizio Triggiani – è nostro compito salvaguardarne la profonda bellezza».
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