Le storie di Cataldo Nesta e Felice Scaringella, due coratini deportati nei lager nazisti

La Redazione
Soldati americani liberano i prigionieri del lager di Allach

In occasione del Giorno della Memoria in cui si in commemorano le vittime dell'Olocausto, il prof. Pasquale Tandoi ci consegna il racconto delle tragiche esperienze di due coratini deportati nei campi di concentramento nazisti

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In occasione del Giorno della Memoria in cui si in commemorano le vittime dell’Olocausto, l’appassionato e studioso di storia Pasquale Tandoi ci consegna il racconto delle tragiche esperienze di due coratini deportati nei campi di concentramento nazisti.

«È il mio piccolo contributo al Giorno della Memoria – scrive Tandoi – al ricordo degli orrori dei lager nazisti dove furono sterminati non solo milioni di ebrei, ma anche partigiani, oppositori politici, omosessuali, zingari, minoranze etniche, testimoni di Geova. E dove furono deportate anche molte altre centinaia di migliaia di persone, semplici civili, che dovevano lavorare per l’industria bellica tedesca.

Nelle mie ricerche su “I Coratini e la seconda guerra mondiale” mi sono imbattuto in alcune scarne notizie su due nostri concittadini, Cataldo (Aldo) Nesta e Felice Scaringella, che furono deportati nei campi di concentramento nazisti. Queste, in breve, le loro tragiche esperienze».

L’esperienza di Cataldo Nesta.

«Era nato a Corato il 3 agosto 1924. La sua famiglia era emigrata a Torino e qui Aldo aveva cominciato a lavorare come panettiere. Scoppiata la guerra, fu inviato, giovanissimo militare di leva, sul fronte jugoslavo. Poi arrivò l’8 settembre e l’Italia precipitò nel caos. I nostri eserciti sui vari fronti rimasero, nello sbandamento generale, senza direttive. Per migliaia e migliaia di soldati fu il “si salvi chi può”. Aldo Nesta cercò, probabilmente, scampo tentando di ritornare al paese natio, a quella Corato che ormai si trovava nell’Italia liberata. Ma nel maggio 1944 fu catturato dai tedeschi a Folignano, un paese collinare in provincia di Ascoli Piceno.

In quella zona le truppe naziste, nel corso della ritirata verso Nord, si resero responsabili di rappresaglie ed eccidi, con il presupposto di eliminare ogni forma di resistenza. La caccia ai partigiani non rappresentava solo la lotta contro un nemico combattivo ma anche il disperato tentativo di procurare uomini all’esercito repubblichino e forza lavoro da inviare in Germania. Nel Maceratese e nel Piceno il movimento resistenziale ebbe poi l’appoggio, la protezione, la solidarietà dei contadini e della popolazione civile, attraverso forme variegate di aiuto.

I contadini ospitarono e nascosero i renitenti, i soldati sbandati ed i giovani diretti in montagna, offrirono cibo e vestiario alle bande partigiane nascoste nelle boscaglie vicine, offrirono riparo agli evasi dai campi di internamento, italiani e stranieri. Ma Aldo Nesta non riuscì a sfuggire alla rete dei rastrellamenti tedeschi.

Una volta catturato, venne trasferito alla Risiera di San Sabba, a Trieste, per circa un mese. La Risiera di San Sabba fu l’unico esempio di lager nazista in Italia. Gli occupatori nazisti, dal settembre 1943 all’aprile 1945, utilizzarono il grande complesso di edifici dello stabilimento per la pilatura del riso, dapprima come campo di prigionia provvisorio e poi come Polizeihaftlager (Campo di detenzione di polizia).

Nella risiera vennero soppresse e bruciate fra le tre e le cinquemila persone (triestini, sloveni, croati, friulani, istriani ed ebrei), ma di gran lunga maggiore fu il numero di prigionieri smistati verso altri campi di sterminio o di lavoro coatto.

Aldo Nesta fu deportato a Dachau, a circa 20 km da Monaco. Qui giunse il 2 giugno 1944, gli venne assegnato il numero di matricola 69794 e fu classificato come Schutzhäftlinge (prigioniero per motivi di sicurezza). In seguito venne trasferito prima ad Allach, sottocampo di Dachau, poi, tra il 16 e il 17 luglio 1944, a Markirch (oggi comune francese in Alsazia), dove fu contrassegnato con il numero di matricola 23611.

Di fronte all’avanzata delle truppe alleate e delle altre forze di liberazione, il campo fu abbandonato e Aldo Nesta il 4 ottobre 1944 fu di nuovo trasferito nel sottocampo di Dachau Allach.

Quello di Dachau fu soprattutto un campo di sterminio per mezzo del lavoro nel settore bellico. Vide impiegati migliaia di deportati nei vari sottocampi (uno dei più tristi fu proprio il sottocampo di Allach). Resta ancora aperta la questione dell’uso delle camere a gas a Dachau, che alcuni storici revisionisti sostengono non essere state mai impiegate. (Ho visitato personalmente il campo di Dachau ed ho visto sia la camera a gas che i forni crematori).

Se indubbiamente Dachau non fu un campo di sterminio per gli ebrei e non impiegò le tecniche di annientamento di massa di Auschwitz, non c’è dubbio che detenne prigionieri molti ebrei e che il trattamento dei deportati fu particolarmente spietato.

La mattina del 30 aprile 1945, alle ore 9, i soldati statunitensi della 42esima Divisione Arcobaleno entrarono nel campo di Allach e Aldo Nesta, sopravvissuto miracolosamente al freddo, agli stenti, alla fatica disumana e alle violenze dei nazisti, riconquistò finalmente la libertà. È morto nel dicembre 2001.

La tragica storia di Felice Scaringella.

«Ben più tragica ed eroica la storia dell’altro coratino. Felice Scaringella, di Vincenzo, era nato a Corato il 4 gennaio 1907. Anch’egli si era trasferito a Torino, come tantissimi altri coratini, in cerca di lavoro e di condizioni di vita migliori.

Dopo l’8 settembre del 1943, aderì, già nel mese di dicembre, alla Resistenza. Partecipò alla lotta armata col nome di battaglia “Lice”. Militò nella formazione partigiana della quarta Brigata Sap che operava nella città di Torino al comando di Evasio Godi. Le Sap, Squadre di azione patriottica, formate da quindici-venti uomini, avevano il compito di far da tramite fra la città e la montagna, per fornire un supporto logistico e organizzativo sul territorio alle Brigate e per sensibilizzare l’opinione pubblica a favore dei partigiani.

Le Sap infatti agirono nei territori da cui provenivano i suoi componenti e questa caratteristica le differenziò sia dai gruppi che agivano in montagna che dai Gap, Gruppi di Azione Patriottica, che comprendevano solo comunisti.

Inizialmente svolsero un lavoro di collegamento e di sabotaggio per divenire, progressivamente, sempre più qualificate militarmente.
Felice Saringella fu catturato dai tedeschi e deportato nel lager di Mauthausen, in Austria, presso Linz.

In tutta la vasta area industriale intorno a Vienna e nell’Alta Austria furono istituiti ben 56 sottocampi. Nel 1941 Mauthausen venne catalogato da Himmler come “campo di III livello”, cioè di annientamento dei prigionieri, mediante lavoro o meno.
Nell’intensificarsi dei trasporti (prevalentemente di “politici”) da tutta Europa, numerosi furono dall’Italia i convogli di deportati arrestati in occasione degli scioperi del marzo 1944. L’11 marzo arrivò un convoglio con 597 deportati dalla Toscana, dal Piemonte, dalla Lombardia; il 16 marzo fu la volta di 563 deportati da Piemonte, Lombardia e Liguria; ai primi di aprile arrivarono altri 600 italiani dalla Lombardia. Scaringella fu deportato con molta probabilità in questo periodo.

Le condizioni del campo peggioravano a causa del sovraffollamento (84mila prigionieri in marzo) e della mancanza di cibo. Tifo, denutrizione e malattie provocarono centinaia di vittime (molte di esse sepolte in fosse comuni, perché i crematori non bastavano più allo smaltimento dei cadaveri).

Diverse centinaia di prigionieri, tra di essi un alto numero di italiani, vennero eliminati nella camera a gas del campo principale. Si calcola che siano passati per il complesso dei Lager dipendenti da Mauthausen circa 230mila deportati. I morti furono almeno 120mila. Felice Scaringella finì al sottocampo di Ebensee, aperto il 18 novembre 1943. A Ebensee furono deportati e morirono migliaia di italiani, in gran parte lavoratori arrestati proprio dopo gli scioperi del marzo 1944 nel Nord Italia.

Fu uno dei peggiori campi di tutto l’universo concentrazionario nazista. I lavori di costruzione iniziarono nella seconda parte del 1943 e i primi mille prigionieri arrivarono il 18 novembre dello stesso anno da Mauthausen allo scopo di scavare gallerie sotterranee, dove i nazisti speravano di costruire l’arma segreta che avrebbe dovuto raddrizzare le sorti della guerra di Hitler.

La giornata di lavoro nelle gallerie iniziava alle 4.30 e si scavava ininterrottamente sino alle 18. Dopo alcuni mesi i turni di lavoro duravano anche 24 ore ininterrotte. Non c’era praticamente riparo dai rigori dell’inverno austriaco e anche questo contribuì a far crescere in modo esponenziale il numero dei morti, che venivano ammucchiati in attesa del trasporto a Mauthausen per la cremazione. Il fetore era insopportabile, al pari delle condizioni materiali: abiti inadeguati – giubbe leggere e zoccoli in legno che si rompevano subito – alimentazione consistente solo in acqua in cui venivano bollite bucce di patate e 150 grammi di pane al giorno.

A capo di Ebensee fu posto Georg Bachmayer che, insieme ai suoi collaboratori, riuscì ad instaurare un vero e proprio regno del terrore basato su torture ed ogni sorta di crudeltà.

Il campo fu l’ultimo ad essere liberato, il 6 maggio 1945, da una squadra dell’esercito americano appena due giorni prima della resa definitiva del nazismo. Ma Felice Scaringella era già morto il 10 giugno del 1944».

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Commenti

  • salvatore di gennaro (utente non verificato)

    Pur se fossero tutte realtà i racconti di guerra, occorrerebbe che ci fosse un po’ più di distacco nel parteciparvi. La guerra non ha alcunchè di logico e di etico, ed anche a coloro che fanno la parte dei buoni può toccare di comportarsi da cattivi, in altre occasioni. Quando poi i resoconti sono fatti, come di consueto, dai vincitori o da coloro che si pongono dalla parte dei vincitori, l’obiettività e la serenità di giudizio non sono certo le migliori. E’ un discorso generico. Devo dire, comunque, che le biografie dei due coratini sono state presentate con molta sobrietà e stimolo all’interesse.