Con l’Adisco la “cultura del dono” riparte dai giovani. Le foto

Cenzio Di Zanni
Con l'Adisco la «cultura del dono» riparte dai giovani

L’assessore ai servizi sociali, Adele Mintrone ha salutato l’iniziativa come «una prassi lodevole, perché innesca una sinergia tra scuola e associazioni di volontariato e porta fra i giovani la riflessione sul dono»

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Lo sanno tutti: il cordone ombelicale viene tagliato appena dopo il parto. Non tutti sanno, però, che il cordone è il filo a cui è appesa la vita di chi soffre di leucemie, come di altre malattie del sangue. E non solo. E che sulla ri-nascita che il cordone può assicurare – grazie alle cellule staminali di cui è ricco il suo sangue – si batte l’Adisco (Associazione donatrici italiane sangue cordone ombelicale), presente in città con uno dei cinque centri di raccolta più attivi fra i 14 disseminati lungo tutta la Puglia.

Sabato scorso, l’associazione coratina guidata da Luisa Belsito ha incontrato gli studenti del liceo artistico Federico II per «Diversamente abili… ma più abili nel donare». L’iniziativa, giunta alla seconda edizione, punta a sensibilizzare i più giovani alla «cultura del dono» e, per l’occasione, gli studenti disabili del corso di Design della Ceramica – coordinati da Donatella Di Bisceglie – hanno donato all’Adisco i manufatti in ceramica realizzati con le loro mani per contribuire alla raccolta fondi.

Perché donare il cordone? A spiegarlo è stato un docente d’eccezione: Michele Santodirocco, responsabile medico dell’unica banca del cordone della nostra regione, che dal 2008 ha sede nell’ospedale “Casa sollievo della sofferenza” di San Giovanni Rotondo. «Il sangue cordonale – ha detto il medico – è utilizzato principalmente per il trapianto di cellule staminali nei pazienti che non hanno un donatore di midollo osseo compatibile».

I casi vanno dalle leucemie ai linfomi, fino alle «altre malattie non maligne del sangue, come la talassemia»</em>; ma l’impiego di quelle cellule staminali si è rivelato utile nella terapia di alcuni tumori dell’età pediatrica, come il neuroblastoma, o in alcune malattie genetiche. Grazie alle unità di sangue conservate nella città di San Pio, dal 2008 al 2014 è stato possibile salvare la vita a 10 persone in più parti del mondo, fra Usa, Francia o Israele. «Considerato che non sempre si riesce a trovare un donatore compatibile, si tratta di un risultato straordinario della banca pugliese», così Santodirocco ha espresso la sua soddisfazione.

Gli usi alternativi. Ma la ricerca s’è spinta fino ad usi «alternativi», ormai collaudati, soprattutto «nella rigenerazione cellulare e dei tessuti. Dal sangue cordonale – ha aggiunto il medico – si ottiene un gel piastrinico che viene impiegato in ortopedia, nella chirurgia plastica o nella terapia delle ulcere cutanee, e addirittura per la ricrescita dei capelli».

Lo stato della raccolta in Puglia e a Corato. Come gli impieghi, anche i numeri della raccolta lasciano ben sperare. Fino al 2014, nella nostra regione sono state raccolte circa 14mila unità di sangue cordonale, di cui 1600 «bancate». Lo scarto è giustificato dalla necessità che ogni unità (pari a circa 120 cc) abbia almeno 1miliardo e 200milioni di cellule, «perché per effettuare un trapianto c’è bisogno di una determinata quantità di staminali per ogni chilo del ricevente. Ecco perché è ancora più importante la donazione» ha sentenziato il medico. Nella “classifica regionale”, Corato si piazza fra i cinque centri che fanno il 67% della raccolta: «In soli due anni, dal 2013, abbiamo raccolto più di 300 unità – ha sottolineato la presidente Belsito -. Quelle bancate sono circa il 10%, in linea con la media nazionale».

I casi consentiti in Italia. Per l’occasione, Santodirocco ha fatto il punto sul quadro normativo. Nel nostro Paese è vietata la conservazione autologa. La legge consente la conservazione di cellule staminali da cordone in favore di persone diverse da quelle da cui le cellule sono prelevate. Tuttavia, restano salve le ipotesi di «donazione dedicata»: nel caso di un neonato con patologia in atto al momento della nascita o in epoca prenatale, oppure di un consanguineo con patologia in atto al momento della raccolta o pregressa, se risulta appropriato l’utilizzo di quel tipo di staminali.

È pure permessa la conservazione «dedicata» se in una famiglia vi sia il rischio di avere figli affetti da alcune malattie genetiche per le quali risulti appropriato l’utilizzo di quelle cellule.

«È il caso della sindrome di Down – ha commentato l’esperto -, perché chi ne è affetto ha maggiori probabilità di sviluppare una leucemia».

I commenti. «Siamo felici di questa giornata all’insegna del dono. La scuola – dice Monica Tommasicchio, docente del liceo e socia Adisco – dev’essere un luogo in cui interagire con il sapere ed educare i ragazzi alla cultura dell’ascolto e della solidarietà». Dal canto suo l’assessore ai servizi sociali, Adele Mintrone – che è anche tra i fondatori dell’Adisco coratina – ha salutato l’iniziativa come «una prassi lodevole, perché innesca una sinergia tra scuola e associazioni di volontariato e porta fra i giovani la riflessione sul dono».

L’assessore ha espresso apprezzamento verso «l’attività di divulgazione dei volontari» e il lavoro «dei medici e ricercatori pugliesi. Intelligenze da valorizzare – ha commentato – perché aiutano a capire, a motivare alla donazione e a dare una speranza in più».

Al fianco dell’Adisco coratina, inoltre, non sono mancati i rappresentanti di altre associazioni attive nel terzo settore, come Nunzia Bevilacqua per l’associazione Bice Fino, Massimo Martinelli per l’associazione Cataldo Leone, Nicola Longo per il Rotary e Angela Quinto per la Fidapa.

Intanto, chi volesse incontrare l’Adisco può farlo tutti i martedì mattina, dalle 10 alle 12, nelle corsie del reparto di ginecologia e ostetricia dell’ospedale Umberto I. Perché la donazione è innanzitutto conoscenza.

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