Il parco comunale «da vivere e mangiare». Si vola alto con Elica e Giuseppe Sannicandro

Il parco comunale vola alto con Elica e Giuseppe Sannicandro

«Tutto è possibile con la “permacultura”, dipende da quali obiettivi si vogliono raggiungere, da quali esigenze è necessario soddisfare» ha spiegato Sannicandro nella sala conferenze dell’Asipu

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E’ un parco comunale da sogno quello che ha proposto ieri Giuseppe Sannicandro ai tecnici e agli amministratori della nostra città.

Filosofo prima e permacultore poi, Sannicandro ha offerto una prospettiva nuova che – come lui stesso ha sottolineato – fa rivivere le abitudini dei nostri nonni. Ricrea un ecosistema in grado di sopravvivere da solo, offrendo bellezza e cibo a bassissimo costo.

«Tutto è possibile con la “permacultura”, dipende da quali obiettivi si vuole raggiungere, da quali esigenze si vuole soddisfare» ha spiegato nella sala conferenze dell’Asipu. 

In apertura dell’incontro il sindaco Mazzilli ha fatto una premessa chiara: «vogliamo un parco che sia un “polo aggregativo”, vivibile anche come spazio in cui passare la pausa pranzo o le ore di svago. Sogniamo che ad adottarlo e viverlo siano i cittadini, di tutte le età. Per questo siamo aperti a nuove idee e accogliamo con entusiasmo iniziative come questa organizzata da Elica che mette insieme interessi e professionalità diverse (Ar_co, Open Corato e Città nuova)». 

Tra i presenti anche il consigliere Giuseppe D’Introno e una classe del “Tannoia”, una terza del corso “Costruzioni, ambiente e territorio”.

La parola “permacultura” – sconosciuta quasi a tutti – è stata creata da Bill Mollison e da David Holmgren a metà degli anni ‘70 per descrivere un sistema integrato ed evolutivo di specie vegetali ed animali perenne o auto-perpetuante, ed utile all’uomo.

Oggi si traduce in «terreni progettati coscientemente in modo da riprodurre gli schemi e le relazioni presenti in natura, in grado di generare abbondanza di cibo, fibre ed energia al fine di provvedere ai bisogni locali». Una sintesi di ecologia, geografia, antropologia, sociologia e progettazione.

L’obiettivo è progettare insediamenti duraturi, il più possibile simili ad ecosistemi naturali, tramite il riconoscimento, l’utilizzo e l’armonizzazione delle componenti del paesaggio (morfologia, clima, terreno, acqua, vegetazione, animali) sviluppando rapporti di sostegno reciproco tra gli elementi dell’ambiente e i bisogni delle persone e basandosi su uno stile di vita “non predatore” e “non parassitario”. Il risultato é un sistema di grande valore estetico, produttivo, e sostenibile nel tempo, con bassi costi di manutenzione.

Tradotto nella realtà coratina sarebbe «un parco da vivere e mangiare, il secondo spazio pubblico di questo genere creato in Italia» secondo Sannicandro. Sarebbero almeno due i principi essenziali da seguire: «fare una valutazione dei bisogni da soddisfare e reintrodurre piante scomparse dalle nostre colture».

Da una piccola riflessione sulle parole, scaturisce una filosofia ormai chiara: «Garden – fa notare Sannicandro – in inglese significa giardino ma anche orto. In Italiano invece abbiamo i due termini distinti per un solo motivo: dal settecento in poi i ricchi ebbero il bisogno di fare a meno delle piante “utili” e circondarono le loro case solo di piante “belle”».

Eppure «cosa ci sarebbe di male se le panchine del parco stessero sotto un ciliegio? Farebbe ombra e offrirebbe frutti. E che ne direste di un mandorlo? Guardarlo nel periodo della fioritura è bellissimo».

«Negli orti di Torre Palomba si potrebbe fare un primo test» suggeriscono da Città nuova.

«Diamoci da fare perché è evidente l’interesse comune di questa iniziativa» ha fatto eco Beniamino Nocca, presidente Asipu, unico rimasto in sala fino alla fine dell’intervento di Sannicandro.

L’idea convince davvero, serve però che l’entusiasmo registrato senza timore di smentita tra i presenti contagi anche chi decide. Amministratori, dirigenti e operatori, molti di loro assenti della serata di ieri.

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