«Amo ferocemente la vita». L’eco di Pasolini arriva in città. Le immagini

La Redazione
L’eco di Pasolini arriva in città

Lunedì, giorno del 40esimo anniversario dell’omicidio di Pasolini, qualcuno ha “riscritto” le sue parole per poi “stenderle” in piazza Buonarroti o attaccarle sulle lamiere del cantiere di piazza Di Vagno

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Parole di inchiostro nero su fogli bianchi, “stese” in piazza Buonarroti o attaccate sulle lamiere del cantiere di piazza Di Vagno: «amo ferocemente, disperatamente la vita. E credo che questa ferocia, questa disperazione mi porteranno alla fine. Amo il sole, l’erba, la gioventù. L’amore per la vita è divenuto per me un vizio più micidiale della cocaina. Io divoro la mia esistenza con un appetito insaziabile. Come finirà tutto ciò? Lo ignoro».

Le scriveva Pier Paolo Pasolini, prima della tragica notte tra l’1 e il 2 novembre del 1975, prima di morire – a soli 53 anni – per mano dei suoi assassini all’idroscalo di Ostia.

Lunedì scorso in città – proprio nel giorno del 40esimo anniversario dell’omicidio – qualcuno in maniera anonima le ha “riscritte” per lui, per ricordare uno dei maggiori intellettuali italiani del dopoguerra.

La responsabilità del delitto ricadde subito su Giuseppe, uno dei “ragazzi di vita” con il quale lo scrittore si era appartato quella notte. Pelosi, fermato poco dopo al volante dell’Alfa dello scrittore, inizialmente si dichiarò colpevole ma la sua versione non convinse.

Gli amici di Pasolini pensarono subito ad altro. Oriana Fallaci, la mattina del 2 novembre chiamò il “Corriere” e avvertì: «scrivete che sono stati i fascisti».

In seguito Pelosi ritrattò la sua ammissione di colpa, parlando di tre persone che avrebbero massacrato Pasolini. Una vicenda su cui adesso anche la politica chiede una svolta: in questi giorni decine di deputati e senatori hanno firmato perché si costituisca una Commissione parlamentare di inchiesta sul caso Pasolini.

Nel celeberrimo “Io so” affidato alle colonne del quotidiano di via Solferino, Pasolini disarma con la sua straordinaria consapevolezza del reale: «Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi. Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero».

In “Una disperata vitalità” Pasolini scriveva: «la morte non è nel non poter comunicare ma nel non poter più essere compresi». Possano arrivare presto – anche per lui – i giorni di una nuova vita.

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