Vicenda Sollecito. Quando la “verità mediatica” diventa un pericoloso tritacarne

La Redazione
Il tavolo dei relatori al convegno Lions su verità mediatica e processuale

Ieri sera il Lions Club Castel del Monte, in un incontro che si è svolto nelle sale di Corte Bracco dei Germani, ha ospitato Francesco Sollecito, il padre di Raffaele

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La grande differenza tra la verità mediatica e quella processuale può stravolgere la vita di un uomo. Figurarsi quella di un ragazzo come Raffaele Sollecito, condannato in secondo grado per l’omicidio volontario della studentessa inglese Meredith Kercher e poi assolto in Cassazione per mancanza di prove insieme alla sua fidanzata di allora Amanda Knox.

Ieri sera il Lions Club Castel del Monte, in un incontro che si è svolto nelle sale di Corte Bracco dei Germani, ha ospitato Francesco Sollecito, il padre di Raffaele. Nelle vesti di presentatore della serata, l’avvocato Michele De Benedittis.

Una storia nella storia, forse ancora più misteriosa, fatta di intercettazioni travisate, migliaia di pagine e decine di migliaia di conversazioni. La famiglia Sollecito ha, negli anni, intrattenuto rapporti a volte sinceri, altre volte burrascosi con la stampa che, con attenzione quasi patologica, stazionava 24 ore su 24 dinanzi all’ingresso di casa.

Pressioni non solo sulla famiglia ma anche sulla Procura, che si potrebbe essere sentita «obbligata ad assicurare al più presto il colpevole alla giustizia», ha rimarcato Sollecito, ammettendo di aver «imparato a sfruttare a mio vantaggio la presenza ossessiva della stampa che spesso raccontava i fatti distorcendo la realtà».

Sollecito è stato intervistato da Antonio Procacci – già caporedattore di RaiNews24, conduttore delle trasmissioni Indago e Il graffio, collaboratore del gruppo Norba e Telesveva – che lo ha definito come «il vero grande eroe di questa storia per il coraggio fuori dal comune».

Sin dalle prime battute del processo, Telenorba ha scelto una strategia innocentista, senza necessariamente attribuire sembianze quasi diaboliche alla giovane coppia di presunti assassini.

Guardando le carte del processo «ci rendemmo subito conto che gli inquirenti dovevano aver preso un abbaglio forse a causa del forte clamore e della pressione mediatica dettata da un’opinione pubblica che chiedeva di “assicurare il mostro alla giustizia”», ha incalzato Procacci, aggiungendo che «in effetti accade che gli inquirenti si convincono di una tesi e cercano, durante le indagini, solo gli elementi che possano avvalorare quella tesi, eludendo tuto il resto».

Per la vicinanza e il sostegno alla famiglia Sollecito, Telenorba ha commesso il grave errore di mostrare il cadavere di Meredith mentre si discuteva del tristemente noto gancetto del reggiseno della studentessa, uno dei nodi cruciali del processo. La sede centrale della tv fu perquisita e tutti gli operatori messi sotto intercettazione.

La svolta innocentista, anche sulle altre reti tv, è arrivata con l’intervista che Enrico Mentana, allora conduttore di Matrix, concesse a Francesco Sollecito su Canale5 per parlare di alcuni errori di valutazione commessi nell’attribuire a Sollecito la proprietà di una scarpa in realtà appartenente a Guedé, l’unico colpevole dell’omicidio Karcher.

Per amore del figlio, Francesco Sollecito ha collaborato direttamente con l’avvocato Giulia Buongiorno nella redazione delle 600 pagine del ricorso, trasportate in ben tre trolley. «Ho sempre seguito tutto della vita di mio figlio dedicandogli tutto il mio tempo libero; lo conoscevo e lo conosco e tanto mi è bastato per saperlo innocente», ha concluso.

Il sindaco Mazzilli, nel suo intervento, ha invece paragonato ad un “tritacarne” la verità mediatica. I giudici, spesso perché non ne hanno nemmeno gli strumenti, non possono essere considerati macchine infallibili. Anche loro sono esseri umani.

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