A lezione da Vercesi: «Ecco l’Italia che vive nelle redazioni dei giornali»

Quinto

Arrivato in Puglia per presentare il suo libro “Ne ammazza più la penna”, Vercesi è riuscito a spiegare l’alchimia che esiste tra i giornalisti italiani e la Storia della nostra Nazione

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«Quello che gli altri non vedono». Questo cerca un giornalista come Pier Luigi Vercesi, direttore del settimanale del Corriere della sera, Sette. Martedì, in sala verde, l’ha “svelato” agli studenti di Arianna D’Introno – insegnante dell’istituto “Oriani-Tandoi” – grazie ad Angela Pisicchio del Presidio del libro e alla Fidapa di Corato.

Arrivato in Puglia per presentare il suo libro “Ne ammazza più la penna”, Vercesi è riuscito a raccontare l’alchimia che esiste tra i giornalisti italiani e la Storia della nostra Nazione, dai tempi di Napoleone fino agli anni Sessanta del Novecento. Un equilibrio sottile tra detto e non detto, tra censura e denuncia, tra verità e invenzione. Un filo rosso che unisce le tele dei poteri che si sovrappongono e, in molti casi, governa e strangola le sorti del mondo, «ammazza».

Mentre le carriere dei giornalisti «si adeguano alle innovazioni tecnologiche, politiche, culturali, sociali e finanziarie del mondo che cambia – scrive Vercesi – sullo sfondo della vita in redazione scorre la storia d’Italia nei suoi momenti cruciali, colti nella realtà quotidiana».

Fu così anche al tempo di Napoleone: all’indomani della sua partenza per Parigi «le gazzette francesi lo derisero. Cambiarono atteggiamento quando si avvicinò a Lione» riporta Vercesi. Un «imbarazzante crescendo», da «mostro» Napoleone divenne «sua maestà l’imperatore» non prima di essere definito «l’orco», «la tigre», «il tiranno», «l’usurpatore».

Solo recuperando il rapporto concreto tra “il vissuto” e “il raccontato” i giornalisti «sembrano quello che in realtà furono: l’ombra della storia dell’Italia, il suo lato meno noto, ma parte integrante, e a volte determinante, dell’intero» raccomanda Vercesi.

Un esempio su tutti è D’Annunzio: «ha giocato un ruolo fondamentale per l’ingresso dell’Italia in guerra» ricorda Vercesi, poiché era stato in grado di influenzare l’opinione pubblica.

Un potere di cui ebbe ben presto consapevolezza anche Mussolini «caporedattore d’Italia» come lo chiama Vercesi.

«Prima di ogni altra cosa – riflette il direttore di Sette – il duce era stato maestro e giornalista. Per questo capì subito che per creare gli italiani “come li voleva lui” doveva educarli fin da piccoli. Iniziò dando grande valore alla maestra, un ruolo nella costruzione dell’Italia fascista.

E poi i giornali: non cambiò nessun giornalista, fece una operazione più subdola. Dal 1925 individuò gli industriali che avevano appoggiato il fascismo e fece in modo che acquistassero i giornali e scegliessero i direttori che poi avrebbero gestito tutto il resto. Nominò suo genero Ministro della propaganda.

Ogni giorno Mussolini leggeva i giornali, li sottolineava e poi diceva come comportarsi: si occupava anche degli articoli sul Natale o su come andavano “rappresentate” le donne.

Sapeva  che “i titoloni” non sarebbero bastati. Quando mandò i suoi figli “a fare scena” per la conquista dell’Etiopia diede ordine che gli articoli a riguardo fossero tutti in prima pagina su due colonne. Una sarebbe stata poca e tre invece troppe».

E’ solo dopo la seconda guerra mondiale che i giornalisti iniziano a cambiare prospettiva, a «fare inchieste serie».  Anche a costo della vita, come era stato per Gramsci di cui Vercesi riporta la «lettera alla madre». Per lui «non pianse nessuno», aveva dato un grande dolore ai suoi cari per poter «conservare onore e dignità di uomo». Non aveva temuto il carcere, e nemmeno la morte, pur di custodire la libertà del suo pensiero.

«Oggi invece – afferma Vercesi – siamo in democrazia e ognuno può fare il proprio lavoro secondo coscienza. Il giornalista dovrebbe sempre raccontare la verità, le notizie vanno staccate dalle opinioni: ogni nostra azione è politica, ma non deve essere partitica».

A fare la differenza tra gli uomini, e fra i giornalisti, secondo Vercesi è «la capacità di cogliere» e raccontare «l’anima delle cose», dei fatti e delle persone. Un po’ come è stato per la «ragazza delle perle» che Vercesi ha incontrato in Indonesia vent’anni fa, divenuta il simbolo di una inchiesta che – altrimenti – sarebbe stata uguale a tante altre. Un reportage “d’autore”, degno di quell’Italia che ha fatto invidia al mondo, «capace di emergere al di sopra degli altri». Colonne che rendono onore a una grande verità: «il giornalismo non è un mestiere, è una vita che si sceglie. Non per soldi».

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