Rifondazione in piazza per dire “no” alle trivelle nell’Adriatico

La Redazione
Come sarebbe il paesaggio del faro di Otranto con le trivelle

«Organizziamo questa assemblea perché crediamo che tutti debbano sapere che è in corso un attacco alla nostra Costituzione, alla nostra democrazia, ai nostri territori» dicono

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Oggi alle 16.30 il circolo locale di Rifondazione comunista organizza un’assemblea “No Triv” con un’estemporanea d’arte di artisti emergenti in piazza dei Bambini.

«Organizziamo questa assemblea – scrivono da Rifondazione – perché crediamo che tutti debbano sapere che è in corso un attacco alla nostra Costituzione, alla nostra democrazia, ai nostri territori. Le riforme costituzionali, unitamente alla riforma della legge elettorale, spingono verso una deriva autoritaria dove i cittadini avranno sempre meno peso decisionale.

Si può non essere contrari ad una ipotesi di revisione della Costituzione, ma non si può accettare questa revisione, che compromette la democrazia, minandola negli organi di rappresentanza territoriale, e che favorisce la blindatura della casta partitica in Parlamento.
Il bicameralismo e l’assetto delle competenze legislative dello Stato e delle Regioni che fanno parte del disegno di legge di revisione costituzionale in discussione in questo periodo, sono in stretto connessione tra di loro.

Se la riforma vedrà la luce, lo Stato potrà ergersi a decisore unico delle sorti dell’ordinamento locale, dei beni culturali e paesaggistici, del turismo, dell’energia, delle infrastrutture strategiche e di altre materie ancora.

La ratio sottesa alla proposta è quella di impedire che le Regioni possano in futuro legiferare su tali materie, partecipare ai procedimenti amministrativi, sostenere proposte alternative, opporsi alla realizzazione di numerosi progetti (come le grandi opere inutili e le infrastrutture strategiche), che le collettività locali e regionali contestano da tempo, per le evidenti implicazioni che hanno sui beni comuni e, in primo luogo, sulle risorse naturali.

È sufficiente pensare alla materia energetica: miriade di progetti petroliferi che il Governo ha in serbo di realizzare in Basilicata, in Abruzzo, in Sicilia, in Puglia o in Campania: in questi e in altri casi lo Stato farà sicuramente da sé.

I progetti energetici potrebbero non richiedere più l’assenso della Regione. Si evince dal sito del Ministero dell’Ambiente che la Global Petroleum Limited ha avanzato ben quattro istanze per ricerche di giacimenti di idrocarburi nel mar Adriatico. L’area interessata, complessivamente di oltre 700 km2, è quella compresa tra i territori di Molfetta e Brindisi.

Vogliamo evidenziare che le analisi esplorative utilizzate dalla multinazionale del petrolio per cercare eventuali giacimenti petroliferi sono estremamente impattanti sull’ambiente. Le ricerche di idrocarburi utilizzano molto volentieri la tecnica detta “Air-gun” (consistente nello “sparare” a grande velocità aria compressa sul fondale provocando vere e proprie esplosioni) che risulta dannosa per molte specie marine.

Non si esclude che l’enorme pressione delle onde sonore generate possa avere effetti destabilizzanti sul delicato equilibrio marino. Uno studio della dottoressa D’Orsogna prova la pericolosità delle tecniche air – gun e del fatto che le stesse possano contribuire sia alla perdita dell’orientamento con conseguente spiaggiamento delle balene sia arrecando ingenti danni, derivanti dalle ispezioni sismiche attuate con la suddetta procedura, a zifi, delfini e capodogli, presenti in gran numero nelle acque delle zona interessata dalle quattro richieste.

Ci chiediamo che effetto possa produrre, per esempio, nelle acque al largo di Molfetta e Giovinazzo, sature di ordigni bellici affondati lì dopo la bonifica del porto di Bari, dopo il bombardamento del 2 dicembre 1943, e delle bombe inesplose della guerra del Kosovo rilasciate nella stessa area.

Ci lasciano esterrefatti le parole del Ministro all’Ambiente Gianluca Galletti che sostiene “l’opportunità offerta dal petrolio” e accoglie a braccia aperte le trivellazioni nel nostro mare. Eppure basterebbe scorgere cosa è avvenuto e avviene in altre regioni a noi vicine a causa del petrolio per capire che sarebbe molto meglio farne a meno.

Basta spostarsi di qualche chilometro, in Basilicata. Quando in Lucania, venti anni fa, si scoprì il petrolio, tutti i politici locali e nazionali accolsero la novità urlando che la popolazione si sarebbe arricchita e sarebbe piovuto lavoro per tutti. Dopo vent’anni ci troviamo di fronte allo stupro di un territorio ricco di storia e natura, dovendo evidenziare che gli unici ad essersi arricchiti sono stati i petrolieri. Infatti, secondo l’Istat la Basilicata è la regione più povera d’Italia. La popolazione sta diminuendo a vista d’occhio: sono oltre 3mila all’anno i giovani che lasciano la regione per emigrare altrove.

I dati della Cgil denunciano un tasso di disoccupazione costantemente in crescita: “Nella sola Val d’Agri (dove è più intensa l’attività dei petrolieri) ci sono 8 mila persone tra disoccupati e inoccupati”.

Ma la vera beffa riguarda le royalties (in Italia pari appena al 4% del profitto globale delle multinazionali per le estrazioni in mare e del 10% per quelle sulla terraferma). A fronte dei 141 milioni di euro che hanno portato al Pil regionale, le stesse hanno determinato l’uscita della Basilicata dai fondi UE per l’obiettivo 1, perdendo così finanziamenti europei per circa 320 milioni di euro.

Ma non basta! Ci sono anche l’inquinamento ed i danni permanenti causati al territorio. La Basilicata ha una percentuale di morti per tumore più alta della media nazionale (dati dell’Associazione italiana registro tumori) e le aziende agricole si sono dimezzate nell’arco di 10 anni (dati Confederazione Italiana Agricoltori).

Secondo i dati della Commissione Bicamerale sul ciclo dei rifiuti le attività di estrazione hanno prodotto oltre 400 siti contaminati.
Cosa si vuole ottenere con i referendum: noi non vogliamo né nuove ricerche né nuove estrazioni di idrocarburi entro le acque territoriali.

A seguito di un eventuale esito positivo del referendum, il Parlamento o il Governo non potrebbero, infatti, né reintrodurre la norma che consente ai procedimenti in corso di concludersi né rimuovere il limite, applicabile ovunque, della ricerca e dell’estrazione entro le dodici miglia marine: l’obiettivo del quesito proposto è esattamente quello di far sì che il divieto di estrarre idrocarburi entro le acque territoriali sia assoluto (abrogazione referendaria dell’art. 35 del decreto sviluppo).

I referendum interessano inoltre alcune disposizioni dell’art. 38 dello Sblocca Italia. Non si tratta di una proposta finalizzata ad un’abrogazione totale di tale articolo, in quanto, alla luce dell’orientamento seguito dalla Corte costituzionale, ciò non sarebbe ammissibile.

I quesiti referendari proposti investono principalmente la “questione democratica”, ossia la partecipazione delle Regioni alle decisioni assunte dallo Stato sia in fase di pianificazione delle attività sia in ordine ai singoli progetti di ricerca ed estrazione degli idrocarburi. Esse interessano tutte le Regioni ed anche gli Enti locali; in quest’ultimo caso, in relazione al rilascio dell’intesa da parte della Conferenza unificata sul “piano delle aree”, che dovrà stabilire dove si potranno effettuare la ricerca e l’estrazione nel nostro Paese».

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