Vivere in “rilegge” il cibo, esalta la Cultura e racconta la vita. Le immagini

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Da Totò a Manzoni, da Rodari a Van Gogh, da Proust a Dante, da Verga ad Fabrizi, da Neruda a Verdi, da Caravaggio a "Aggiungi un posto a tavola": la serata letteraria di "Vivere in" nel chiostro del Comune
Il cibo come “alimento per la vita”, come “simbolo” e come “occasione per condividere e ricordare”. Potrebbero sembrare i temi di un convegno in grado di unire biologia, sociologia e psicologia invece sono le tre tappe di un viaggio organizzato, una visita guidata, fra alcune delle pagine più belle della letteratura e dell’arte di tutti i tempi.
Da Totò a Manzoni, da Rodari a Van Gogh, da Proust a Dante, da Verga ad Aldo Fabrizi, da Neruda a Verdi, da Caravaggio a “Aggiungi un posto a tavola”: la sesta serata letteraria organizzata da “Vivere in”, nel chiostro del Palazzo di città.
Sotto un “cielo trapunto di stelle” e con la luna che si prepara ad essere piena – domani, per la seconda volta a luglio, come non accadeva dal 2012 – gli instancabili di Vivere in hanno fatto spazio alla cultura, quella che scavalca i confini dello spazio e del tempo e porta cuore e intelletto ad alta quota.
Declinare il tema del cibo, senza tediare il pubblico con quello che ormai è il tormentone di questo 2015 dedicato all’Expo, è stato possibile grazie ad una ricerca attenta e approfondita, mai banale e curata nei minimi dettagli. Versi mescolati alla prosa, dipinti amalgamati dalla musica, “Miseria e nobiltà” che fa rima con “U ragù” coratino esaltato da Gerardo Strippoli, presidente Pro Loco “Quadratum”. Un “menù” ben servito perché si potesse assimilare un concetto chiave: «il cibo, frutto del lavoro dell’uomo e della natura, ci nutre e ci ristora. Non si vive per mangiare ma si mangia per vivere eppure però a tanti, troppi, manca il necessario».
Un tema che «apre alla possibilità di grandi riflessioni per la nostra città che oggi, ospitando uomini e donne provenienti da ogni dove, è chiamata all’accoglienza che può passare anche attraverso il racconto dei diversi cibi» commenta l’assessore ai servizi sociali e alle pari opportunità, Adele Mintrone.
Un elemento su tutti ci piace riproporre, il pane. «Soprattutto è bono co’ la fame» scriveva Aldo Fabrizi. Come quello «vecchio di otto giorni» a cui si diceva «avvezzo» il Malpelo di Verga in “Vita dei campi”. E’ «il pane del perdono» di fra Cristoforo convertito, così come lo vuole la “poetica del fine” di Manzoni, mangiato «con una specie di voluttà» e poi riposto «nella sporta, per tenerlo, come un ricordo perpetuo». Un po’ come l’eucarestia, che per i cristiani è il “ricordo che rivive” ogni giorno, e si fa «dono di se stessi, fino alla fine», come ricorda don Nicola Giordano, fondatore di Vivere in.
«Ricordare è importante» sottolinea emozionata Pina Masciavè, anima del cenacolo di Corato. Dopo aver ascoltato le poesie in vernacolo di Gerardo Strippoli la conclusione non poteva che far riferimento alle radici, della nostra tradizione come della Cultura di ogni tempo: «più sono solide e ben radicate, più la pianta cresce bene, fa ombra e porta frutto».
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