Alla luce del buio, l’esperienza magica della cena con i non vedenti

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La "spacciano" per un modo attraverso cui comprendere come un non vedente vive la “normalità”. In realtà è un'opportunità per entrare in contatto con se stessi e rendersi conto di aver compreso ancora troppo poco della vita
Forchetta a sinistra, coltello a destra. Bicchiere a “ore 12”. Lo schienale della sedia. I piedi ancorati alle gambe del tavolo. Tutt’intorno il buio. Che più passa il tempo e più si fa nero.
Il bisogno di capire dove ci si trova e chi si ha accanto. Aprire e chiudere gli occhi e accorgersi che non cambia nulla. E poi la fame e la sete. La necessità dell’acqua e l’incapacità, presunta, di versarla nel bicchiere senza bagnare se stessi, il tavolo o altre persone. Naturale o frizzante? Come per ogni bibita o alimento è necessario ingerirla per capire di cosa si tratta.
La cena al buio è così. Mercoledì circa una trentina di persone lo hanno sperimentato, al ristorante “Le Stagioni di Puglia”, grazie alla sezione coratina dell’Unione italiana ciechi.
La “spacciano” per un modo attraverso cui comprendere come un non vedente vive la “normalità”. In realtà è molto di più.
E’ un’opportunità per entrare in contatto con se stessi e rendersi conto di aver compreso ancora troppo poco della vita. E’ pensare di essere seduti ad un tavolo curvo e sentirsi dire da uno dei camerieri non vedenti «sei tu che hai messo la sedia storta». Rendersi conto che ha ragione.
E’ capire che sapere e decidere sempre tutto prima forse non è il massimo. Come per il menù: nella cena al buio è una sorpresa, qualcun’altro ha scelto per noi. Arrivati al dolce si è in grado di elencare non solo le pietanze, anche gli ingredienti.
La capacità di rischiare. Da quando qualcuno ci invita a partecipare fino all’ultima forchettata portata alla bocca senza sporcarsi. Nel momento in cui la luce rimane alle nostre spalle e, dando la mano ad un non vedente, camminiamo con lui lasciando che ci accompagni nel suo mondo. Quando si dice fare “un salto nel buio”. Viverlo, immergersi completamente. Come si fa nel mare. Nel vento. Nella luce del sole.
La fiducia. In se stessi e negli altri. In chi, senza averlo scelto, ha già imparato a muoversi in uno sconosciuto mondo tinto di nero. Agile, sicuro, senza timore. Incredibilmente sorridente. Padrone della sua vita, dell’identità che si è costruito, del riscatto da conquistare ogni giorno. Uno come Luigi D’Onofrio, guida sorprendente tanto nella cena al buio di ieri quanto nella riscoperta dei sensi, dal primo al sesto.
L’attenzione. Quella che hanno avuto i cinque camerieri non vedenti, gli unici in grado di muoversi tranquillamente in tutta la sala avvolta dal buio. Peppino Cusanno, Luigi D’Onofrio, Mimmo Gallo, Michele Maldera e Domenico Marella. Gli unici in grado di servire a tavola gli adulti e aiutarli a tornare bambini. Sì, perché quando non si riesce a capire se il piatto è vuoto o come tagliare la carne, l’unica cosa che resta è chiedere a aiuto a chi sa come fare. Alla mano di un papà che guida quella del suo bimbo, delicata e sicura.
I colori. Quelli che i ciechi non vedono più o non hanno mai visto. «Come descrivereste a uno di noi il marrone» chiede Luigi. «Direi che è come la terra» prova a rispondere qualcuno. «Giusto – replica Luigi – e per l’azzurro invece, noi sceglieremmo il vento».
Bianco, come la cena al buio. Un abbaglio che folgora, sfonda la barriera del pregiudizio e della compassione viziata di presunzione. La stessa di chi pensa di aver visto tutto.
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