A Gaza come in Italia, nelle periferie esistenziali con don Nandino

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Don Nandino Capovilla è il responsabile nazionale del collettivo giovani di Pax Christi. Reduce dalla striscia di Gaza, racconta il suo viaggio tra gli esclusi
Sovvertire l’assistenzialismo così come lo si intende oggi è la rivoluzione che Papa Francesco sta introducendo nel mondo della Chiesa cattolica.
E c’è chi, come don Nandino Capovilla, responsabile nazionale del collettivo giovani di Pax Christi, si impegna giorno dopo giorno al fianco dei bisognosi, non solo per offrire loro un pasto, ma soprattutto per trattarli come esseri umani e non Esclusi – così è intitolato il libro scritto dal religioso – né scarti sociali, residuato di una società ipertrofica.
Don Nandino è un profondo conoscitore delle periferie esistenziali, tanto nostrane come estere. In un breve incontro avutosi ieri pomeriggio al Centro aperto “Diamoci una mano”, ha condiviso con l’uditorio le sue esperienze di vita “periferica”, mostrando che è lo stare insieme a rovesciare la logica paternalistica del volontariato in favore di una visione paritaria delle relazioni tra esseri umani.
Dalla realtà dei sobborghi di Venezia a quella della striscia di Gaza, da cui è tornato la scorsa settimana, la necessità è sempre la stessa: stare vicino agli esclusi affinché non si sentano più tali e possano donare a noi le loro storie e la loro sensibilità davanti a un pezzo di pane col salame e un buon bicchiere di vino rosso.
«Sono persone e vanno amate proprio in quanto tali, come un viaggiatore sconosciuto che ci racconta in treno la storia della sua vita mentre noi ci chiediamo il perché», è l’esempio del religioso. Quando c’è ascolto, è più facile parlare tra sconosciuti.
«Il nostro governo si dimostra ancora una volta non all’altezza di un semplice gesto di riconoscimento per questo popolo», dice in un videomessaggio assieme al neopresidente italiano del movimento cattolico pacifista, il pugliese monsignor Giovanni Ricchiuti.
Le riprese provengono direttamente dalle macerie di Gaza, dove i due sono giunti lo scorso 3 marzo per sostenere il progetto di ricostruzione di una scuola abbattuta dai bulldozer israeliani e in seguito bombardata da un F16 per non lasciare alcuna traccia nemmeno delle attigue cisterne. L’edificio era stato eretto grazie ai fondi della cooperazione italiana. «Una mozione in Parlamento a Roma per richiedere ad Israele l’indennizzo per danni di guerra, non è stata neppure messa in discussione. Si sembra che i nostri politici parlino solo perché hanno la bocca», tuona don Nandino.
Laddove vive «la maggior concentrazione umana del mondo, un fazzoletto di terra di 8x15km, ogni due anni c’è una nuova guerra, sempre “necessaria” per qualche motivo».
Quando si pensa ad una persona “eccentrica” vengono in mente immagini di stravaganza e originalità. Tuttavia, nella sua accezione etimologica, il termine indica un decentramento, qualcosa di lontano dal centro, una proprietà che dovrebbe essere comune ad ogni umano.
Helmuth Plessner, sociologo tedesco, asserì che l’uomo si distingue dalle altre specie animali per la sua apertura al mondo, al di fuori dei limiti corporei.
Papa Bergoglio ha avuto parole dure nei confronti dell’esclusione, attraverso la quale si negherebbe “alla radice l’appartenenza alla famiglia umana”. “Scollocarsi” è il neologismo che ha usato come sinonimo di ec-centricità, la chiave per aprirsi a storie come quella di Rosario, costretto a vivere in strada da una serie di sciagure. O come quella di un ex direttore d’orchestra, anche lui homeless, che stupisce tutti appena imbraccia una chitarra. Poi c’è Avdija, ex soldato macedone che fa riflettere in modo non banale sugli orrori della guerra.
Sono storie e persone che hanno la forza di donare speranza, perché «la speranza è sapere di non aver perso la nostra umanità», conclude don Nandino al termine di un incontro che ha messo alla prova tante coscienze.
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