Torna a splendere il busto di San Cataldo. Le immagini

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Dopo un accuratissimo lavoro, la statua del Santo patrono è tornata ieri sera a illuminare i coratini con il suo morbido panneggio e l'aspetto autorevole di chi veglia sulla città
Quattro mesi e mezzo di restauro hanno restituito al busto argenteo di san Cataldo quello stesso fulgore che doveva avere nel 1770, quando l’argentiere napoletano Costanzo Mellino forgiò il meraviglioso simulacro.
Dopo un accuratissimo lavoro, la statua del Santo patrono è tornata ieri sera a splendere e a illuminare i coratini con il suo morbido panneggio e l’aspetto autorevole di chi veglia sulla città, come si può vedere nelle foto.
L’opera certosina è stata svolta dal restauratore Valerio Iaccarino, che plaude alla preziosissima collaborazione di alcuni studenti del liceo “Oriani”. «Sono intervenuti proprio come noi direttamente sulla statua dopo un intenso lavoro didattico», spiega l’esperto andriese. «Non è stato un classico intervento di restauro – continua – bensì un’esperienza emozionante che ha permesso a tutti noi di crescere insieme».
“Opera aperta” è il nome giustamente attribuito al cantiere ospitato con gioia dal museo della Città e del territorio, sotto lo sguardo attento di Marilena Torelli e delle sue colleghe. A differenza di un normale cantiere, i lavori erano aperti al pubblico ogni martedì e giovedì pomeriggio, con visite guidate per tutti i curiosi. Quello che ha sorpreso la responsabile del museo è «il religioso silenzio con cui i cittadini contemplavano l’opera».
Il complesso e delicato percorso che ha donato nuova lucentezza al busto è stato frutto di una pulitura delle parti metalliche ossidate, di sostituzione delle viti (reperite addirittura a Napoli presso gli argentieri del tesoro di san Gennaro) e di ricerca dei materiali compatibili.
«La mano era la parte più sporca», illustrano le giovani restauratrici in un breve resoconto. «All’inizio eravamo un po’ incerte e chiamavamo sempre Valerio. Poi abbiamo preso fiducia, lavorando di cesello soprattutto dove Mellino aveva maggiormente espresso il suo virtuosismo scultoreo», concludono.
Lo svelamento del busto ha evidenziato anche un perfetto lavoro di squadra tra istituzioni laiche e religiose, mondo imprenditoriale e cittadinanza intera, i cui esponenti erano tutti presenti sull’altare del Duomo, coordinati dal giornalista Franco Tempesta.
Giovanni Battista Pichierri, Arcivescovo di Trani-Barletta-Bisceglie, conosce bene «il modo in cui i coratini sentono il patrocinio di san Cataldo e lo vedono come santo da imitare. I santi ci richiamano ad ascoltare Gesù; lasciamoci dunque trascinare da lui nella gloria».
Gli fa eco il vicario di zona don Cataldo Bevilacqua, che come di consueto si rivolge ai fedeli senza microfono: «Così come è stata rinnovata l’opera, anche noi dobbiamo rinnovare la nostra devozione a san Cataldo. Una devozione limitata non fa bene a nessuno». Poi un ringraziamento particolare alla Deputazione maggiore di san Cataldo, presieduta da Aldo Scaringella, «che custodisce questo tesoro».
Accanto a loro il sindaco Massimo Mazzilli, che nel suo intervento fa leva sui concetti di “passione” e «buona volontà dei diversi attori, che permettono di realizzare queste opere a beneficio della collettività, in modo che la stessa riponga maggiore fiducia nelle forze vive che sono all’interno del tessuto sociale. Sono felice perché così la città potrà ammirare al meglio il valore del credo e delle tradizioni religiose».
La gratitudine di tutti è per il pastificio Granoro e per Marina Mastromauro, che non vuole sentir parlare di mecenatismo, ma è «felice di aver restituito a Corato questa splendida statua e che l’esperienza sia stata vissuta con gioia dai ragazzi, i quali hanno potuto applicare dal vivo e con molta sensibilità il frutto dei loro studi».
Tra i tanti volti raggianti per l’occasione c’è anche quello di Angela Adduci, dirigente dell’”Oriani-Tandoi”, che loda la «sinergia autentica tra i diversi attori e la generosità della famiglia Mastromauro», sempre sensibile all’arte e alla filantropia.
Emozionatissima la docente Chiara Capozza, che con dedizione e caparbietà non ha mai smesso di credere nel progetto, nemmeno per un istante. La docente cita Cesare Brandi, noto storico dell’arte: «Un’opera d’arte vive tre volte: quando viene creata; nel momento tra creazione e fruizione; infine nella folgorazione, cioè quello che sta accadendo ora per un’opera che è tornata viva nella coscienza dei devoti e dei cittadini».
Che si sia ferventi religiosi o atei convinti, la portata dell’evento è fuori discussione per il suo doppio valore artistico e fideistico, che ha restituito a Corato un inestimabile patrimonio.
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