Donne migranti vittime di tratta. E’ 8 marzo anche per loro?

La Redazione
Festa della donna

Antonella De Benedittis dall'Oasi 2: «Vi raccontiamo scampoli di vita, biografie distanti anni luce da quel che appare a chi passa sulla strada in cerca “dell’offerta migliore al prezzo più basso”»

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«L’8 marzo è anche per le donne migranti vittime di tratta?». Parte da questa domanda Antonella De Benedittis, responsabile centro studi Telos di Oasi 2. Un quesito che interroga la società e trova spunti di riflessione nelle storie che la De Benedittis sottopone all’attenzione di tutti.

«Gabriela (nome di fantasia), ci vede arrivare – racconta la De Benedittis – e fa capolino timorosa dalla stretta finestra della roulotte.
Quando ci riconosce si tranquillizza e ci sorride: ha voglia di scambiare due chiacchiere in attesa del prossimo cliente. Racconta di essere stata vittima di due rapine nell’ultimo periodo e di avere perciò molta paura, specie quando si fa buio, perché lei spesso, resta fino a sera.

Gabriela ha 43 anni, è colombiana ma come tutte le donne colombiane che lavorano “nelle casette” o nelle roulotte (se ne contano oltre 20) lungo la strada provinciale 231 che collega Bari a Foggia, nella zona compresa tra Corato e Bitonto, ha un permesso di soggiorno spagnolo, perché vive in una città della Spagna da oltre 18 anni con i suoi due figli, un maschio ed una femmina che frequentano regolarmente l’università. Lei, trascorre in Italia 15 giorni ogni due o tre mesi alternandosi con altre donne colombiane (ne abbiamo contattate 54 nel 2014) in un turn over continuo, e poi torna in Spagna dalla sua famiglia che ignora la sua attività. Bari non le piace, non frequenta nessuno in città, conta i giorni che la separano dal rientro a casa, dalla sua quotidianità.

Oltre a Gabriela incontriamo Natalia. Lei ha messo abbastanza soldi da parte per lasciare questo lavoro e tornare dalla sua bambina di sette anni che vive a Medellin con la nonna.

Ma anche Isabel, che ci accoglie e ci fa visitare la sua “Casetta” prima di partire definitivamente per Barcellona dove ad attenderla c’è il nipotino di 5 anni affidatole dai servizi sociali perché la mamma, tossicodipendente , non può prendersi cura di lui.

Ogni volta, da ognuna di loro, recuperiamo scampoli di vita che cuciamo insieme nel tentativo di comporre biografie distanti anni luce da quel che appare, tutti i giorni, a chi è di passaggio sulla strada, a chi percorre lentamente le complanari in cerca “dell’offerta migliore al prezzo più basso”, a chi come noi, operatori sociali, cerca, in punta di piedi, di offrire loro una sponda.

Sin dal 1996 l’unità di strada dell’Oasi 2 incontra donne migranti vittime di tratta, ai bordi delle statali o nelle roulotte o in case improvvisate: un fenomeno complesso che attraversa territori contigui che vanno dalla vera e propria riduzione in schiavitù, allo sfruttamento grave, alla servitù. Donne che talvolta si preferisce non vedere, o considerare nemiche “della morale pubblica” (in netto contrasto con l’etica privata), donne confuse con chi le sfrutta e/o considerate solo in ordine al loro stato di regolarità o irregolarità amministrativa, donne vittime di violenza anche quando sono considerate solo vittime ignorandone le loro biografie complesse.

Per le operatrici e gli operatori di Oasi 2, lavorare con le donne migranti vittime di tratta, significa decidere di stare su molteplici confini, in compagnia di chi è segnato, fra l’altro, da quella che è stata definita “la doppia assenza”: un migrante è infatti per sempre assente dal suo Paese, e mai veramente presente nel Paese in cui, per scelta o per sorte, si trova a vivere.

Le donne migranti, tutte, vittime di tratta o badanti – come se tra queste due figure non ci fossero altre opportunità – sono sul confine tra l’essere immigrate e l’essere emigrate, sul confine tra i fattori di espulsione del Paese da cui partono e i fattori di attrazione del Paese che le accolgono, sul confine tra esperienze di esclusione e pratiche di inclusione, tra riconoscimento e disconoscimento, tra l’essere considerati persone e l’essere pensati come forza lavoro o ancora solo come corpi oggetto, tra l’essere soggetto e l’essere non soggetto.

E donne sono quelle donne che muoiono affogate nel nostro mare mentre maldestramente procede la difesa della “fortezza Europa”, difesa che crea esclusione e morte: le carrette del mare continuano ad arrivare sulle nostre coste o, prima, ad affondare nel nostro “mar rosso”; sbarcano in tanti, persone senza nome, senza volto, clandestini ancor prima di arrivare sul suolo europeo; sbarcano neonati forse partoriti in mare, bambini alla ricerca di un futuro altro.

Ed è proprio dallo “sguardo non guardato” di questi bambini e delle loro madri, donne, che si deve partire per ragionare con consapevolezza, su migrazioni, inclusione sociale, integrazione e oggi diritti delle donne».

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