«Il sud? Non più l’ultima carrozza di un treno europeo»

La Redazione
La Murgia come non s'era mai vista

Un altro contributo al tema “giovani e sud” che focalizza l’attenzione sugli interlocutori: «dovrebbero essere primariamente i popoli mediterranei, adriatici, ionici»

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Riceviamo e pubblichiamo un’altra risposta al testo di Corrado De Benedittis dedicato a giovani e Sud. Questa volta a scrivere è Gaetano Bucci.

«Un mesetto fa, immediatamente dopo le feste natalizie, Corrado De Benedittis, prendendo spunto dal rientro dei giovani al Nord per motivi di studio e di lavoro, scriveva una appassionatissima lettera alla stampa intitolata: “Arrivederci Corato. Serve un nuovo Sud”.

Raramente è capitato di leggere in rete uno scritto così. Una felice sintesi della condizione di un’intera generazione che contiene considerazioni di attualità socio-politica e precisi riferimenti storici, filosofici ed anche antropologici. Raramente il tema della moderna emigrazione intellettuale giovanile è stato esposto con parole tanto severe e nette nel contenuto quanto delicate ed eleganti nella forma.

Corrado, col cuore in mano, ha svolto una puntuale e razionale analisi del fenomeno della nuova emigrazione ed ha individuato nella politica nazionale e locale il maggior responsabile. Non un partito in particolare è indicato come responsabile ma i vari governi che si sono succeduti in Italia negli ultimi decenni incapaci di “prospettiva meridionale e mediterranea”, cinici nel porre in “offerta speciale e svendere alle multinazionali nordiche” tutte le risorse e le bellezze del sud. “Non basta amministrare – sostiene De Benedittis – occorre governare”.

Alla politica, insomma, è mancata e ancora manca una vera coscienza del Paese come di un corpo solo e di una grande famiglia. Come pure è assente nella politica nazionale una visione prospettica e un progetto strategico in cui il Sud sia centrale e, in fondo, protagonista di se stesso.
Tale situazione la vediamo riflessa anche a livello locale. Si parla troppo di giovani, formazione e lavoro, ma poco o niente in realtà si fa. A Corato manca, per esempio, un assessorato al lavoro, manca un vero collegamento tra istruzione, formazione e mondo del lavoro. Si fa tanta propaganda ma alla fine il destino dei giovani è quello del trolley e di un biglietto per il Nord o per qualche città estera. Ci vuole una “rivoluzione antropologica e culturale” è la conclusione di Corrado.

Le risposte di Fiore e Caputo e l’ “assordante” silenzio degli altri. A questa analisi e al conseguente messaggio si sono accodate un paio di interventi; il primo di Aldo Fiore, consigliere comunale di opposizione, il secondo di Franco Caputo, politico locale di maggioranza e di lungo corso. Il primo non giudica come una “condanna biblica” la partenza dal Sud e – sostiene – con qualche buon intervento di politica territoriale e un po’ meno di clientelismo e nepotismo il problema può essere, se non risolto, perlomeno arginato. Il secondo, invece, respinge l’accusa alla sola politica dell’abbandono del Sud ed individua la causa dell’esodo giovanile nella “difficoltà di riconoscersi in una comunità di valori e di progetti”. Ci vuole – egli dice – più “sentimento di appartenenza e più “responsabilità”.

A ben osservare alla “pro-vocazione” di De Benedittis non hanno risposto quelli che invece avrebbero dovuto e quelli che hanno risposto han detto delle cose giuste, quasi ovvie, ma in fondo dalla posizione sbagliata. Sì, la politica è solo uno specchio della società. Ci sono altri soggetti e “attori” responsabili del mancato sviluppo e della svendita del Sud che devono essere chiamati in causa. Sono i soggetti “pre-politici” della famiglia, delle agenzie educative, degli enti formativi, le agenzie informative e la stampa, oltre ovviamente agli imprenditori e a tutti i dei decisori economici, compreso i sindacati. A questo livello ci sono state enormi responsabilità nel non aver preparato il terreno affinché anche da noi ci fossero quelle produzioni che rendono attrattivo un territorio. A questo livello poco è stato fatto per spingere nella direzione giusta il nostro territorio.

Scarsissima è stata la vocazione all’innovazione, pochissimi gli investimenti in nuove tecnologie, quasi inesistente la “progettazione sistemica”. Finanche il marketing territoriale pubblico, spesso “lobbizzato e lottizzato”, non è riuscito ad aggregare un’offerta economica di valore. Per esempio, nel campo agro-alimentare le importanti aziende territoriali non hanno fatto sistema, né sono riuscite a creare un polo di ricerca e sviluppo coinvolgente e convincente per le centinaia di produttori agricoli nostrani. Pensiamo, tanto per fare qualche esempio, ai comparti dell’olio d’oliva, della viticultura e della produzione dei vini, delle paste e dei prodotti alimentari. Dopo decenni siamo ancora lontani da risultati collettivi di rilievo, anzi nel caso della Puglia negli ultimi anni tutto si è fatto anziché sviluppare modernamente la sua vocazione agricola spingendola a chiudere la filiera produttiva e distributiva.

La scuola ha anch’essa grandi responsabilità. Essa è rimasta imprigionata in un cambiamento di facciata. L’autonomia è stata più una dismissione del sistema che la miccia per incendiare l’incontro con i bisogni del territorio. Nella scuola per la gran parte il cambiamento è stato solo un mutamento di metodo di “mungitura di risorse pubbliche”, che nel frattempo diventavano sempre più scarse.

La scuola ha avuto meno soldi, ma sempre più risorse sono state sprecate in fiumi di progetti inconsistenti, disarticolati e senza effettive ricadute, né formative né produttive. Non lo si vuole ammettere e non lo si dice ma i fondi europei Por e Pon, che in realtà sono quattrini italiani, non sono serviti a creare possibilità di sviluppo futuro. Essi sono stati viceversa risorse per pochi, spesso proprio per chi non ne aveva bisogno. Soldi italiani che per metà si sono persi nelle trafile burocratiche europee e per l’altra metà si sono dispersi in mille rivoli, spesso sotto forma di “clientelismo mimetizzato”. Un solo dato. Dopo tante risorse per informatizzare le scuole solo due sono le pugliesi che raggiungono gli standard europei. Un vero scandalo.

Su questo si dovrebbe riflettere molto di più. È ormai ben evidente come la direzione intrapresa è fallimentare. I maggiori poteri ai dirigenti scolastici e l’inserimento dei privati nei processi educativi produrrà ulteriori differenze e ingiustizie, e non farà crescere il né i livelli generali di preparazione dei giovani né tantomeno il Sud. Insomma, la cura sarà peggio della malattia.

La famiglia, poi, è l’attore protagonista “latitante”, il grande assente del processo di cambiamento. Soprattutto la famiglia del ceto medio ha pensato che il futuro delle nuove generazioni fosse al Nord o all’estero. Idea giusta alla sola ed unica condizione che poi i giovani tornassero preparati e motivati a dare il loro contributo da protagonisti al riscatto e al rilancio del Sud. Ma questo non è accaduto. Anzi è stato esattamente il contrario. Pochi sono tornati. E, quando sono tornati, hanno visto svilite le loro aspettative e deprezzata la loro esperienza. Il nepotismo e il clientelismo oggi lavora sottotraccia e sbarra ogni possibilità. La storia del “valore al merito”, di fatto, è stata finora una bella frottola da vendere sui media o in campagna elettorale.

Un nuovo “sguardo” per il sud. Il Sud “non può essere pensato da altri” scriveva già qualche lustro fa Franco Cassano ne “Il pensiero meridiano”. L’ipotesi mediterranea dello sviluppo europeo è morta e sepolta da tempo. Dopo il conflitto balcanico, le guerre in Medioriente, in primis quella tra Israele e i palestinesi, e lo scontro di civiltà su base economico-religiosa le speranze che altri in Europa possano in qualche maniera pensare il futuro “dal Meridione” sono completamente morte.

L’Europa che abbiamo è atlantica, anglosassone, franco-tedesca. Basta vedere quel che è accaduto in questi ultimi giorni nella mediazione sulla crisi Ucraina in cui Hollande e Merkel hanno fatto ombra a tutta l’Unione. Per l’Italia e altri paesi mediterranei il ruolo è quello di fare da “pittoresca cornice” al quadro. La crisi greca e la risposta rivoluzionaria di Syriza lo stanno dimostrando. Anche Renzi, che ha suonato la trombetta della crescita, è stato subito zittito dalla grancassa della Merkel e dei suoi sodali.

Dov’è allora l’Europa dei popoli? Dove la giustizia e la solidarietà? Da soli si muore in questa sfida globale, ma insieme ci si salva davvero? O forse semplicemente non si sopravvive, accettando nuove e mascherate forme di dominio sovranazionale e di perdita di vera indipendenza?
E allora quale soluzione? Forse l’unica soluzione sarebbe quella di accettare la sfida geopolitica del Mediterraneo; una sfida che passa attraverso l’incontro di culture che da troppo tempo si ignorano e si tengono separate.

Bisogna ripensare il Sud non alla luce delle vecchie categorie nazionali e continentali, ma in una nuova ottica di corrispondenze tra popoli, nazioni e stati che condividono non più la continuità della terra ma quella del mare.

In questa ipotesi i nostri interlocutori dovrebbero essere primariamente i popoli mediterranei, adriatici, ionici. In questa prospettiva l’Italia avrebbe un ruolo propulsore. Non più l’ultima carrozza di un treno europeo in continuo pericolo di deragliamento, ma tra le prime di quello mediterraneo ancora tutto da mettere in moto.

Un’utopia, forse. Di fatto una delle poche possibilità che ci rimangono. Se non l’unica».

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