Far rimanere i giovani al Sud? Fiore: «Via la logica dei favoritismi»

La Redazione
Sciopero generale

Si anima il dibattito sulle opportunità – offerte o no – dalla nostra terra. Aldo Fiore punta ad un sud che prima di tutto sappia fare delle proprie città «degli ambienti più a misura d’uomo»

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La lettera aperta di Corrado De Benedittis che ieri ha fatto breccia nei cuori dei tanti giovani in viaggio verso il nord e di altrettanti parenti rimasti in città, ha riacceso il dibattito sulle opportunità, offerte o no, dalla nostra terra. Oggi a voler dire la sua è un altro nostro concittadino, Aldo Fiore. Rivolgendosi a De Benedittis «come ad un amico», Fiore punta ad un sud che prima di tutto deve fare delle proprie città «degli ambienti più a misura d’uomo». Di seguito la lettera di Fiore.

«Caro Corrado, è con piacere che leggo un tuo scritto anche se non condivido appieno la tua visione un po’ nostalgica dell’orgoglio meridionale quale molla per futuri sviluppi socio-economici.

Che i figli se ne debbano andare non è una condanna biblica, ma la conseguenza di macrofenomeni economici e sociali che hanno ridotto il pianeta ad un villaggio globale in cui offerta e richiesta s’incontrano nei posti più disparati e di ciò bisogna farsene una ragione vivendo questa realtà come una opportunità.

Tu invochi la presenza di orgogliosi amministratori che possano trasformarsi in governanti, imprimendo per ciò stesso un nuovo sviluppo al nostro sud e rendendolo più accogliente per le nuove generazioni. Mi vien fatto di chiedermi dove possa annidarsi questa specie rara e da chi possa essere stata generata.

Se analizziamo a ritroso, per un cospicuo numero di anni, la nostra città ci balza agli occhi che, nel passato ed ancora oggi, si è soliti alzare le spalle di fronte a problemi che non investono un interesse strettamente privato e si aspetta che le soluzioni calino dall’alto.
In questo tiepido attendismo i problemi incancreniscono.

A mio modesto parere un primo passo verso un rinnovamento risiede nel tentativo di fare delle nostre città degli ambienti più a misura d’uomo. Risolvere i problemi di viabilità, trasporti, edilizia scolastica, elettromagnetismo, rifiuti, depurazioni eccetera. Otre a rendere l’ambiente nel quale viviamo più gradevole, potrebbe costituire lo sbocco occupazionale per nuove professionalità.

Mi si dirà: ricettina semplicistica e di non facile applicazione. Forse! Certo bisogna fare pulizia, spazzare via la logica dei favoritismi e sono convinto che essere “puliti” non sia sufficiente. La battaglia dei pochi ma buoni è una donchisciottesca battaglia persa.

Bisogna aggregare e convincere che solo se siamo una comunità possiamo offrire ai giovani l’opportunità di andare per poi tornare. Spetta a noi tutti bonificare quanto è stato inquinato con la nostra indifferenza e preparare quelle condizioni di vivibilità che possano alimentare speranze e fiducia in un futuro responsabile in cui il profitto non sia monopolizzato né demonizzato, ma ridistribuito sotto forma di servizi adeguati. Con simpatia».

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Commenti

  • sother (utente non verificato)

    Siamo al 44% di giovani senza lavoro: tutti questi ragazzi vivono grazie ai genitori. E’ esattamente quel 44% di nascite in più, generate negli anni ’80 e ’90 quando la nostra economia, falsata dall’abuso del debito pubblico ha permesso, col facile denaro circolante, la nascita di famiglie che in una situazione “ortodossa” non si sarebbero mai dovute realizzare. L’euro e la globalizzazione hanno messo a nudo la dura realtà. Che fare? L’unica cosa, secondo me, è il ritorno al passato, agli anni ’50 cioè, quando l’Italia era chiamata “la Cina d’Europa”. Ma pochissime righe non sono sufficienti ad illustrare il concetto. Quegli stessi giovani che stanno ora, senza colpa, pagando, hanno però il demerito di rimanere indifferenti, fidandosi di “persuasive ma fallaci sirene”.

  • sother (utente non verificato)

    Ho dimenticato un fattore importantissimo di decrescita: assieme ai menzionati euro e globalizzazione vi è stata e vi è anche la scuola, la quale ha sfornato pletore di spesso inutili diplomati e laureati (chiaramente ci sono anche “fior” di lauree) a fronte di una richiesta di mercato basata su manovali, operai specializzati, artigiani e badanti. Tutti settori diventati terra di conquista degli stranieri.