Tutto esaurito per gli Aquarata, i personaggi della Corato “pop” conquistano il teatro. Le immagini

La Redazione
Aquarata

Una commistione fra cultura, tradizione, costume e la "nostra lingua", cantata dalle parole di Gerardo Strippoli – autore di molti testi – e dalle musiche di Palumbo e i "suoi" Aquarata

8 commenta

C’erano tutti, ma proprio tutti i personaggi della Corato “pop”, da quelli che hanno solcato in carne e ossa le strade della città – come Vincienz Bum, Sisina o Carmel dll’Abbazije – a quelli leggendari come u Pappuonn oppure u Scazzamrried. E poi i giochi da strada come u tapplecchje o, ancora, i piatti della tradizione come u ragù.

Ieri sera durante il concerto che ha segnato la réunion degli Aquarata, sul palcoscenico del teatro comunale è tornato a pulsare il cuore che le quattro torri cingono nello stemma della città. “Candenne candenne” è appena il caso di dire, dal titolo del primo album poi prestato alla serata. Quel cuore è l’identità profonda di una comunità intera e del suo territorio. Una commistione unica fra cultura, tradizione, costume e lingua, la “nostra lingua”, cantata dalle parole di Gerardo Giuseppe Strippoli – autore di molti testi – e dalle musiche di Luigi Palumbo e i “suoi” Aquarata.

Ad aprire la serata è stato proprio Strippoli, con una citazione di Ignazio Buttitta, poeta vernacolare siciliano, per il quale «un popolo diventa povero e servo quando gli rubano la lingua ereditata dai padri: allora sì, è perso per sempre!». Una dichiarazione d’amore per il dialetto che l’autore coratino e la band guidata dal maestro Palumbo hanno fatto propria, col soffio della musica. Il progetto degli Aquarata, infatti, nasce proprio così, dieci or sono, dall’incontro fra le parole del primo e le note dei secondi, che hanno aggiunto la verve dei loro strumenti a sottolineare le sonorità e la musicalità del nostro dialetto.

Nelle due ore di concerto non sono mancati alcuni inediti come “A mamm”,  “Chessa Terr”, “la Pupe de pezze” o “la Regine de l’Abbazije”, estratti dal prossimo album del gruppo, o pezzi firmati da Palumbo come “Nour”, una ballata in lingua araba che è un inno alla pace, e contro “la stupidità della guerra”, dalla chiara impronta cosmopolita. Un brano che sembra indicare nell’arte l’antidoto alla violenza, lingua universale che invoca l’uguaglianza e il rispetto fra pari.

Quando dall’universo mondo la scaletta ha avuto Corato come fulcro, la performance degli Aquarata ha portato in scena un piacevole déjà vu, almeno per i più anziani. Un afflato vivifico, infatti, ha ridestato nella memoria figure leggendarie come u Papuonn, lo spauracchio che gli adulti usavano agitare per sedare i capricci dei bimbi di un tempo, e u Scazzamrried, una sorta di folletto malandrino che ha turbato molti sonni. Sono tornati alla mente, poi, coratini un tempo noti o per il mestiere esercitato, come Carmel dll’Abbazije, che ha fatto del meretricio la ragione della propria fama, o per il loro essere un po’ sopra le righe come Vincienz Bum e Sisina.

Pure un esemplare di tapplecchje pareva essersi materializzato, quando la band ha cantato di uno dei giochi più diffusi nelle strade o nelle piazzette della città, prima che il telecomando di qualche giocattolo o la realtà virtuale dei videogiochi avesse irrotto nel mondo dei più piccini.

Insieme al calzone, agli strascinati e al ragù di “Mang a Quarat”, inoltre, il microfono di Luigi Palumbo e Paola Caterina ha raccontato della fuitina, la fuga di coppia, cui si ricorreva quando l’amore era osteggiato dalle famiglie di origine dell’amato o dell’amata.

Il concerto, proprio per la sua carica evocativa, ha coinvolto un pubblico caldo e partecipe – e, forse, pure un po’ nostalgico – anche grazie alle sonorità di un folk che strizza l’occhio alla world music.

Insomma, Luigi Palumbo (voce, organetto, tampura, santur), Riccardo Caiati (basso), Aldo Scaringella (batteria e percussioni), Francesco Quatela (chitarra), Paola Caterina (voce), Pietro Catucci (violino), Giuseppe Mazzilli (chitarra) e Giuseppe Di Bisceglie (fisarmonica e tastiera) hanno dato nuovi colori a una città che le ultime generazioni hanno visto ritratta solo in qualche placida fotografia in bianco e nero. E che invece è poesia viva, come le parole di Gerardo Strippoli e la melodia degli Aquarata testimoniano.

avatar

Nessun commento ancora. Scrivi il primo!