Vivere la disabilità, la parola d’ordine è “autonomia”

La giornata della disabilità. Da sinistra Cusanno

Gocce nell'Oceano onlus e Unione italiana ciechi e ipovedenti di Corato hanno scelto di vivere la giornata della disabilità proiettando il significativo film "Rosso come il cielo"

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«Sono Felice». «Beato te», risponde Mirco. Bisognerà arrivare alla fine di “Rosso come il cielo” perchè la felicità sia in tutti i bimbi non vedenti. Farà rima con libertà di espressione, autonomia e autodeterminazione.

«Dirlo con un film forse è più semplice» secondo il presidente di Gocce nell’Oceano, Nunzio Calò. Per questo, insieme all’Unione italiana ciechi e ipovedenti di Corato, la onlus ha scelto di vivere “con il cinema” la giornata della disabilità, mercoledì pomeriggio nell’auditorium della scuola Imbriani.

«Noi disabili – ha detto Cusanno, presidente Uici Corato – dobbiamo avere la capacità di essere ciò che siamo per poter riuscire a coinvolgere i normovedenti». Un’esigenza che si coniuga bene con l’obiettivo dell’integrazione sociale perseguito anche dall’assessore Mintrone attraverso «attività comuni che possono mettere insieme le varie diversità».

E’ per questo che mentre all’Imbriani si proiettava il film, il chiostro del palazzo di Città diventava il luogo della creatività per le cooperative “Cohansie”, “Rosiba”, “Solidarietà”, Associazione “Affda” e per gli istituti scolastici “Oriani-Tandoi”, “Tannoia” e Liceo Artistico “Federico II”.

“Rosso come il cielo” è la storia vera di Mirco Mencacci, noto tecnico del suono in ambito cinematografico. Il film racconta la situazione che hanno vissuto i non vedenti prima del 1975, fino all’entrata in vigore della legge 117 e poi della 104. I bimbi ciechi hanno frequentato istituti come il Tassoni di Genova riproposto nel film. Mirco, il protagonista, è arrivato in collegio dopo un incidente domestico avendo con se il bagaglio delle esperienze dei suoi 8 anni da normovedente e la voglia di avere una vita come quella degli altri. Mirco porta “nella scuola speciale” un’aria nuova e si lega – tramite Ettore – anche ai movimenti sociali di Genova di quel periodo.

«Questo film – ha detto prima della proiezione il tiflologo Vincenzo Rotolo, studioso delle condizioni e delle problematiche delle persone con disabilità visiva – è un modo per entrare più concretamente nel mondo della disabilità. Noi ciechi e ipovedenti siamo il 3-4% della popolazione disabile. Rappresentiamo un gruppo minoritario ma con problematiche molto particolari. Possiamo diventare cittadini autonomi che lavorano – non un peso – e questa è una grossa responsabilità per educatori e riabilitatori».

“Rosso come il cielo” tocca le corde del cuore e accende i ricordi. E’ un film che si lascia vedere e “inventare” da tutti. Ognuno a suo modo. Valorizza i cinque sensi posto che, come dice il maestro a Mirco, «non c’è motivo voler usarne uno solo».

«Cos’hai “visto” in questo film?» abbiamo chiesto ad alcuni soci dell’Uici.

«Io l’ho vissuto, mi ci rivedo molto» ci ha risposto con forza Luigi D’Onofrio. «Ho frequentato un collegio come il Tassoni, a Rutigliano. Poi nel 1972 con noi è stato avviato il percorso di inserimento nelle scuole normali, abbiamo fatto da apripista per chi è venuto dopo. Con questo film ho ripercorso tutti i momenti più belli della scuola che mi ha insegnato ad essere autonomo».

«Adesso abbiamo un ricordo positivo del collegio, all’epoca no. Era un po’ come strappare un bambino all’affetto della famiglia» ci racconta Luciana. «Avremmo voluto stare con i nostri genitori – continua – ci mancava il loro affetto. Incontrarli una volta ogni due settimane era troppo poco».

«Tutto era impostato su delle regole – ricorda Luciana – e oggi non posso che essere grata a quella struttura: a noi ragazze hanno insegnato a fare qualsiasi cosa. Un motivo per cui ringraziare anche la mia mamma che – nella sua semplicità – mi ha sempre fatto fare tutto, mi ha trattata come fossi “una che vedeva”».

Nonostante il distacco da casa la teoria dell’Uici sulle scuole speciali è una: «vorremmo che ci fossero ancora, almeno fino alla quinta elementare. In quegli anni ci si forma. Nel film si da rilievo alla manualità e così avveniva anche per noi. Vorremmo dare a chi viene dopo di noi quello che la scuola attuale non riesce più a dare, l’autonomia».

«Per molti versi – ci dice la mamma di una bimba ipovedente – questi collegi sono stati vitali per loro. Io non ce l’avrei mai fatta a lasciare lì mia figlia. Mi rendo conto però del fatto che adesso riserviamo ai nostri figli un’iperprotezione che non insegna loro l’autonomia».

«Possiamo fare tutto – ha detto Luigi – e non dobbiamo farci tarpare le ali da nessuno, nemmeno dalle nostre famiglie. Se ci arrendiamo non andiamo da nessuna parte. Dobbiamo essere da esempio. Ettore nel film – ex alunno del Tassoni, ndr – è stato reattivo come Mirco e pur essendo diventato “solo” centralinista, si è impegnato a insegnargli ciò che sapeva, come muoversi, come trovare la strada di casa».

“Rosso come il cielo” inizia e finisce nelle campagne toscane. Con Mirco e i suoi amici di sempre che giocano ad acchiapparsi con una benda sugli occhi. Una benda sugli occhi che almeno per una volta dovremmo provare tutti. Si conclude la scena e Mirco è il più esperto di tutti, vince. Anche nella vita vera.

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Commenti

  • nunzio.calo (utente non verificato)

    Articolo bellissimo!