Violenza su donne e bambini, Comune e Regione passano alle azioni concrete di prevenzione

Da sinistra Rutigliano

Ferrara, psicologo del consultorio familiare: «il disagio che abbiamo in città è notevole, variegato e complesso. Al momento non siamo in grado di soddisfare tutti i bisogni che ci sono»

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Passare dal ricordo fatto di “Scarpe rosse” e teatro alle azioni di prevenzione e assistenza concreta. Si è conclusa con questo obiettivo la settimana pensata dall’assessorato ai servizi sociali – pari opportunità del Comune di Corato per sensibilizzare il paese e gli operatori al tema della violenza su donne e bambini.

Dopo il primo appuntamento in biblioteca,  ieri mattina la sala verde del palazzo di Città ha ospitato un incontro dal titolo “Azioni di prevenzione e contrasto alla violenza di genere”. Annunciato dal Comune come un «tavolo tecnico per gli operatori del settore socio – sanitario e le forze dell’ordine», ha visto in realtà solo la presenza di assistenti sociali, psicologi, pediatri e avvocati.

A fare gli onori di casa l’assessore di competenza, Adele Mintrone: «vi porto i saluti anche dell’assessore Mangione e del consigliere che presiede il Piano sociale di zona, Franco Caputo. Non sono qui oggi a causa di un altro impegno ma hanno condiviso con me l’idea e l’organizzazione di questa settimana».

Chiara la volontà dell’amministrazione cittadina. «Vogliamo aprire anche a Corato – ha detto la Mintrone – un Cav, un Centro anti violenza. Faremo presto un altro tavolo tecnico per sostenere le varie realtà che operano sul territorio nel fare rete e provvederemo ad attivare i protocolli utili a gestire queste emergenze sociali».

Le oltre due ore di interventi hanno avuto come base di partenza la nuova legge regionale antiviolenza del 25 giugno 2014: “Norme sulla prevenzione e il contrasto della violenza di genere, il sostegno alle vittime, la promozione della libertà e della autodeterminazione delle donne”. Già l’articolato nome delle legge lascia intenderne gli obiettivi: consolidare e potenziare la rete dei servizi territoriali per favorire percorsi di uscita dalla violenza. 

A fornire maggiori dettagli – e soprattutto a mettersi in ascolto delle realtà dell’ambito di zona – è stata Giulia Sannolla (funzionaria assessorato al welfare della Regione Puglia).

Il testo di legge si compone di venti articoli. Nella prima parte si declinano principi, definizioni, finalità e obiettivi. Nella seconda si analizza il sistema delle responsabilità regionali e delle autonomie locali. La terza ed ultima sezione struttura il sistema di governance che prevede una taskforce permanente che ha il compito di predisporre strumenti operativi ed integrati per l’attuazione della norma. Ruolo cardine viene affidato dalla legge al corretto e costante monitoraggio del fenomeno, con una sezione dedicata dell’Osservatorio regionale delle politiche sociali, nonché al lavoro di prevenzione da realizzare in collaborazione con le istituzioni scolastiche e con il supporto degli operatori della comunicazione.

«Con questa legge – spiega la Sannolla – abbiamo voluto consolidare e potenziare la rete dei servizi territoriali che, spesso, hanno assicurato interventi urgenti e indifferibili contando esclusivamente sull’impegno volontario delle operatrici dei centri antiviolenza, dei consultori o di altre associazioni no profit».

«Assistenza economica e alloggiativa, inserimento lavorativo, creazione di un fondo per il sostegno, anche economico, delle vittime: sono questi – precisa la Sannolla – i problemi che occorre in primis affrontare quando ci si trova dinanzi ad una situazione di violenza. La donna che trova il coraggio di denunciare deve poi sentirsi accolta e protetta dalle istituzioni, di ogni genere. Altrimenti non ci tornerà più».

A sottolineare la necessità di risposte concrete e professionalmente preparate è stata anche Giuseppina Rutigliano (direttrice Asl Ba dell’ambito territoriale di Corato, Ruvo e Terlizzi): «Oltre a carte, protocolli e belle parole servono buone persone. Dobbiamo puntare a raggiungere chi non conosce nemmeno la possibilità di “sfruttare” i nostri servizi».

Parlando di buone pratiche concrete, una testimonianza interessante è stata resa dalla pediatra Lucia Peccarisi, attiva sostenitrice del progetto Giada, uno «strumento che ha preparato pediatri e operatori del settore a capire come riconoscere sintomi o situazioni a rischio violenza.

Abbiamo messo a punto una check list dei fattori di rischio sociali e  genitoriali (disoccupazione, alcoolismo o tossicodipendenza, età troppo giovane o famiglia monoparentale, per citarne solo alcuni) ma anche sottolineato i fattori di rischio del bambino (nati prematuri e/o con  malformazioni, malattia cronica e/o molto grave, temperamento difficile, carente sorveglianza del bambino, disturbi del sonno e/o alimentazione). Per finire abbiamo elencato indicatori di possibili maltrattamenti già avvenuti».

Quest’ultima lista è molto articolata e va dagli indicatori fisici (contusioni recenti, incuria, ustioni, vecchie cicatrici, segni di lesione o infezione in zona genitale, rettale o orale, fratture, malattie veneree, gravidanza o morsi) a quelli comportamentali (per esempio il timore eccessivo degli estranei, eccessiva accondiscendenza all’esame fisico o fastidio per il contatto e così via fino ad arrivare alle fughe da casa o ai tentativi di suicidio).

I pediatri, così come gli insegnanti delle scuole, possono diventare un “serbatoio” prezioso di raccolta dati. Delle «sentinelle buone», come le ha definite la Sannolla. «Noi – ha ammesso la Peccarisi – dobbiamo fare tesoro degli incontri periodici che abbiamo con i bambini. Solo chi non vuole vedere le violenze non le vede».

Una fotografia della situazione locale, sebbene in maniera breve per ragioni di tempo, l’ha fornita lo psicologo Ferrara del consultorio familiare: «il disagio che abbiamo in città è notevole, variegato e complesso. Al momento non siamo in grado di soddisfare tutti i bisogni che ci sono».

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