Lotta al racket, “si può fare” denunciando senza nascondersi

Giuseppe Gallo
Angela Castellano

Presentate le attività per la tutela delle vittime poste in atto dalla Federazione associazioni antiracket e antiusura italiane, rappresentata dal coordinatore regionale Renato De Scisciolo

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Impossibile chiudere gli occhi, tapparsi le orecchie, cucirsi la bocca e far finta di nulla dopo aver ascoltato la testimonianza di Angela Castellano, presidente dell’Associazione antiracket di Bitonto.

Angela è una donna che conosce il senso della dignità e porta avanti caparbiamente la sua battaglia. Accanto a lei Renato De Scisciolo, coordinatore regionale della Federazione associazioni antiracket e antiusura italiane (Fai) e la presidente di Uncantiereincomune, Mariangela Mosca, nelle vesti di moderatrice.

Dentro la sede del movimento politico-culturale che ieri sera ha ospitato l’incontro – nell’ambito del ciclo di incontri sulla legalità dal titolo “Si può fare?” – si sono assiepati diversi cittadini, desiderosi di ascoltare dalla viva voce di una vittima e di un esperto tutta la barbarie che si cela dietro un mondo ancora troppo sconosciuto, un inutile tabù, un veleno dagli effetti devastanti da estirpare al più presto.

La strenua lotta della Fai, la sua costanza nel far scattare campanelli d’allarme sta già portando i primi risultati, dopo le difficoltà a trovare terreno fertile in Puglia, causa omertà non solo delle vittime, ma persino di alcuni rappresentanti delle forze dell’ordine. «Ci è voluto un anno per aprire una sede dell’associazione a Foggia», spiega De Scisciolo. L’aumento delle denunce per usura ed estorsione, tuttavia, non è da ritenersi a priori un dato negativo, poiché rappresenta un atto di forza delle vittime e grida al mondo la voglia di tornare ad essere persone libere, oltre ad una ritrovata fiducia nelle istituzioni e nelle associazioni. Star vicino agli imprenditori dopo intimidazioni e attentati in puro stile mafioso, offrire loro protezione e aiutarli a denunciare grazie al tatto di un pool di psicologi e avvocati sono le prerogative della federazione.

I cardini su cui si fondano tali azioni si incarnano nei principi di due leggi: la 108/96, che disciplina penalmente la nuova fattispecie del reato di usura, eroga mutui senza interessi in favore delle vittime e istituisce un fondo per la prevenzione del fenomeno; la 44/99, invece, che si rivolge a chi ha subito richieste estorsive costituendo un fondo di solidarietà per il risarcimento di danni a cose e persone, oltre a sospendere il pagamento di mutui e adempimenti fiscali.

Angela gestiva un bar assieme all’ex marito, un uomo dipendente dal gioco d’azzardo. Il suo incubo ebbe inizio quando un gruppo di loschi figuri cominciò a volteggiare come avvoltoi attorno alla sua attività commerciale. Poi la discesa nel baratro: l’installazione di un videopoker, i primi ammanchi, una serie di violenze domestiche ad opera dell’uomo che aveva sposato – suo primo carnefice sopraffatto dal vizio – e addirittura la proposta indecente di un criminale per saldare un debito che non accennava ad estinguersi.

Attingere a piene mani dal pozzo infinito della forza d’animo poteva non bastare. La donna si sentiva sola e accerchiata dagli usurai dopo la denuncia che le aveva tolto anche il sonno e la voglia di vivere, sentiva di aver perso il supporto della prima associazione a cui si era rivolta. Forse dei colpi di pistola alle gambe l’avrebbero zittita, forse tutte le volte che è stata investita di proposito da un’automobile e sbattuta violentemente contro un muretto sul ciglio della strada le avrebbero fatto ritirare la denuncia. Non è stato abbastanza. Angela è andata avanti per riprendersi la sua libertà.

Il primo soccorso ricevuto dalla federazione? Il sostegno morale, dopo aver perso praticamente tutto, compresi gli allacciamenti alla luce e al gas. Quella di Angela è una lezione di coraggio, un appello a non aver paura perché «oggi le forze dell’ordine collaborano e gli aiuti ci sono; il lavoro è dignità e nessuno può togliercelo».

Adesso vive serenamente assieme ai suoi figli: «Bisogna denunciare» – ripete più volte con fermezza – perché «nascondersi non fa bene», non fa altro che perpetuare un meccanismo perverso che solo la determinazione può sconfiggere.

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