“Scarpe rosse”. In piazza Marconi sentieri di donne che non ci sono più

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Scarpe di bimba, di donna e di nonna. Tacchi, zeppe, lacci e lustrini. Tanti i modelli, altrettante le storie, che hanno riempito piazza Marconi nella giornata contro la violenza sulle donne
Erano lì per dire “no” alla violenza sulle donne ma, di fatto, la raccontavano tutta.
Scarpe di bimba, di donna e di nonna. Tacchi, zeppe, lacci e lustrini. Tanti i modelli, altrettante le storie. Passi piccoli, lunghi, sicuri e interdetti. Camminavano in fila e senza fiatare, consapevoli o ignare del loro destino. Le donne. Sicure sui tacchi che conquistano e accendono, ingenue tra fiocchetti e perline, mascoline fra stivali e borchie.
“Sfilavano” in piazza Marconi, quella che ormai è diventata culla dell’arte, salotto buono della nostra città. Ieri l’hanno resa un museo di vita a celo aperto. Una specie di tempio. Silenzio tutt’intorno, quasi rispettoso, per tutte le donne che non ci sono più, uccise da un “fuoco amico” che da amante è diventato “assassino”.
Ogni tre giorni una donna muore per mano del proprio marito, fidanzato, “innamorato”. Il fenomeno del femminicidio è più sviluppato al Nord, seguito dal centro e dal Sud Italia e il più delle volte, si consuma in casa. Nel 70% degli episodi l’autore dell’omicidio è italiano e compagno di vita della vittima. Le statistiche lo dimostrano e i giornali, più o meno bene, lo raccontano.
Tutto questo volevano ricordare le decine di paia di scarpe rosse messe in fila, una dietro l’altra, in cammino verso il teatro comunale. Dietro il velluto scarlatto del sipario attendeva di tornare in scena – dopo il matinée per le scuole – “Un amore rubato”, lo spettacolo scritto e diretto da Giuseppe Francavilla per ridare alle donne il coraggio di raccontare le raccapriccianti storie di ingiustizia subita.
«Ci sono violenze di tutti i tipi» commentano da Collettivamente e Arci, le due associazioni coratine che hanno pensato a portare in città l’idea di Elina Chauvet, l’artista messicana fondatrice dell’installazione “scarpette rosse”.
Segno di femminilità, stile e seduzione, le scarpe sono – forse per eccellenza – il simbolo della donna che sa ritrovare il coraggio di essere se stessa. Rosse, sul bianco della nostra pietra si fanno vistose, quasi prepotenti. Come il sangue, che racconta la vita e la morte. Lasciano traccia di ogni tipo di violenza, da quella psicologica a quella fisica. Perciò i sentieri dei passi da ripercorrere si moltiplicano, e arrivano lì, alla porta del teatro. Per ritrovare il coraggio della parola e del racconto.
«Quando si muore, si muore due volte, la prima fisicamente e la seconda quando si è dimenticati» scriveva Elisa Springer, autrice ebrea sopravvissuta ai campi di Auschwitz. Passano gli anni ma la storia si ripete. Con quelle scarpe vuote troppe donne urlano in silenzio la loro assenza, ingiustificata.
A chi resta, almeno per una volta, spettano l’occasione e il compito di ricordare, pensare, stracciare il panno dell’indifferenza, del silenzio e della vergogna. E combattere, per poter dire: «mai più».
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