Tutelare le donne maltrattate e salvare i loro figli, gli adulti di domani

Giuseppe Gallo
"Donne e bambini vittime di violenza: quali strumenti di tutela

Il comune di Corato ha aderito alla “Settimana dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza” e alla “Giornata internazionale della donna”. Ieri il primo incontro sugli strumenti di tutela, prevenzione e intervento

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Sono passati venticinque anni da quel 20 novembre del 1989, quando l’Assemblea generale delle nazioni unite approvò la Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza. Oggi, però, sono ancora un miliardo i bambini che soffrono qualche forma di violenza. Spaventa il fatto che uno dei principi cardine della carta – il diritto alla vita, alla sopravvivenza e allo sviluppo del bambino – resti ancora un orpello.

Il comune di Corato ha aderito alla “Settimana dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza” e alla “Giornata internazionale della donna” organizzando tre appuntamenti per il ciclo “Via dalla violenza sulle donne e sui bambini”. L’assessore alle pari opportunità Adele Mintrone è certa che il lavoro svolto sinora non può e non deve fermarsi qui: occorre continuare a «fare tante attività di comunicazione e sensibilizzazione creando alleanze con le realtà associative».

Il primo incontro, che ha avuto luogo ieri sera in biblioteca, ha visto susseguirsi innumerevoli interventi di professionisti del campo sociale e giuridico, moderati dalla giornalista Lucia De Mari.

La triste realtà è sempre sotto i nostri occhi, ma spesso si fa finta di non riconoscere un atto di violenza o si gira il capo dall’altra parte. Il sostituto procuratore della Repubblica Luigi Scimè prova ad aprire gli occhi del pubblico: «Sono realtà “della porta accanto”, come i bambini che chiedono soldi per strada e lavano i vetri delle auto». Il potere giudiziario è però limitato da quello legislativo: il problema dei giudici è che «non possono fare ciò che vogliono, ma quello che la legge impone».

Il legislatore, inoltre, è solito mostrare una certa lentezza nel recepire le istanze di una società in costante evoluzione. Ma c’è un dato davvero inquietante che rischia di passare inosservato: «La famiglia è tra i luoghi più criminogeni; in quanto luogo chiuso, al suo interno l’aggressore non si sente osservato».

Il nostro codice penale è stato calibrato sulle esigenze della cultura italiana. La globalizzazione galoppante introduce pertanto nuove falle in una legge difficile da assimilare o comprendere per culture differenti, fino a provocare «uno scontro. La percezione che un est europeo o un nordafricano ha della violenza – prosegue Scimè – è diversa e non ho timore che mi si accusi di razzismo. È ridicolo aver paura di non essere politically correct». Il magistrato condivide col pubblico l’esperienza di una recente irruzione in una fabbrica gestita da cinesi, in cui i bambini erano costretti a vivere in condizioni disumane. I genitori, tuttavia, faticavano a comprendere il motivo che stava per allontanarli dai propri figli. «Noi siamo la valvola finale, punitiva, ci occupiamo di ricucire le ferite ma, se il sistema funziona, noi non dobbiamo intervenire», conclude.

Di recente applicazione è la legge regionale 29/2014, che introduce una serie di misure volte a sostenere e tutelare le donne vittime di violenza, istituendo una task force permanente antiviolenza e sviluppando sinergie tra welfare, salute, comunicazione, istruzione, lavoro e pari opportunità.

Condotte violente sulle donne sono in grado di rovinare per sempre la vita di un bambino, come esemplificato da Mary Falco, psicologa e psicoterapeuta: «Si parla ancora poco di violenza assistita, un concetto introdotto solo l’anno scorso nel codice penale». I figli diventano vittime incolpevoli quando sono costretti ad ascoltare battute allusive o, ancora peggio, a vedere le madri che si allontanano dalle proprie famiglie d’origine. L’affetto dei nonni potrebbe convertirsi in un miraggio. Alcuni minori possono soffrire, a breve termine, dei sintomi di un disturbo post-traumatico da stress: iperattività, disturbi del sonno, cali d’attenzione e squilibri alimentari. Altri, questo è l’aspetto più terribile, socializzano i comportamenti violenti dei carnefici, poiché «non hanno gli strumenti cognitivi per riconoscere una situazione patologica; da adulti tenderanno a condotte antisociali o molto accondiscendenti a causa di un pessimo rapporto con la rabbia».

Dal potenziamento dei centri antiviolenza (Cav) dipende il futuro di questa ardua lotta e, come diretta conseguenza, l’equilibrio psichico di tanti, troppi bambini. Roberta Schiralli, referente del centro Save, sottolinea il ruolo primario svolto dalla convenzione di Istanbul, definita dal Consiglio d’Europa come “il primo strumento internazionale giuridicamente vincolante che crea un quadro giuridico completo per proteggere le donne contro qualsiasi forma di violenza”. L’avvocato penalista non si dice soddisfatta dalla legge 119/2013 – volta al contrasto della violenza di genere – che, «come tutte quelle pubblicate cavalcando l’onda del sentimento, è farraginosa, non si coordina bene col codice penale, non investe in educazione e formazione e non finanzia i Cav».

Quando una donna denuncia, è elevata la possibilità di passare dalla padella alla brace, in particolare se dipende economicamente dal suo aguzzino. Valentina Palmieri è la sociologa del centro Save, che ha messo in marcia il progetto Nike, un’idea per regalare a queste donne l’autonomia di una piccola indennità, il dono più grande che possano ricevere assieme alla libertà.

Attraverso la realizzazione di capi tessili che saranno messi in vendita, le vittime di violenza hanno «l’opportunità di rifiorire», costruendo una rete di relazioni sane con altre donne, basate sul gruppo e la condivisione. «Ora le vediamo chiacchierare sorridenti», racconta la Palmieri.

Non vanno dimenticate nemmeno tutte quelle donne considerate alla stregua di schiave in una tratta di esseri umani, che vengono poi costrette a prostituirsi e «tante volte svolgono queste attività perché non hanno alternative», puntualizza Ilaria Chiapperino, responsabile del progetto Aleida Oasi 2.

Seduto tra le numerose relatrici anche il sindaco Mazzilli, convinto che «la forza, la tenacia, i valori e la resistenza fisica di una donna sono assolutamente superiori a quelli di un uomo». L’esperienza da primo cittadino ha messo Mazzilli faccia a faccia con «casi che non ti aspetteresti mai, di donne che entrano in carceri senza mura per colpa di una violenza economica. Tenere alta l’asticella dell’attenzione verso queste problematiche non è solo la volontà di pulirci la coscienza né di fare il compitino; occorre un sostegno economico al di là di qualsiasi altra misura, un sostegno che solo la Regione, lo Stato e l’Unione europea possono assicurare alle amministrazioni», constata amaramente.

Ciudad Juárez è una città messicana tristemente nota per la scomparsa e l’uccisione di centinaia di donne. Contro questa barbarie l’artista Elina Chauvet ha ideato l’installazione Zapatos rojos. Centinaia di paia di scarpe rosse lasciate nelle piazze di una città, in silenzio, per ricordare ogni donna torturata e lanciare una sfida all’omertà. L’esperienza si è recentemente ripetuta anche ad Andria, precisamente lo scorso 12 aprile, grazie alla caparbietà della consigliera di parità della provincia Bat, Stefania Campanile, che spiega: «Abbiamo raccolto oltre 850 paia di scarpe, dopo di che abbiamo perso il conto. Si sono avvicinati anche tanti uomini e abbiamo tinto di rosso persino le loro scarpe. La violenza di genere è un problema di matrice culturale e miete più vittime della mafia». Il 2013 è stato infatti un annus horribilis. Le statistiche fanno rabbrividire: 179 vittime di femminicidio, praticamente una donna assassinata ogni due giorni.

È concorde la docente Antonella De Benedittis: «La violenza è culturalmente accettata e le leggi sono espressione di una cultura; lo dimostra il fatto che la formula del matrimonio riparatore sia esistita fino al 1981». La sua è una ironia amara: «C’è chi dice che le vittime siano aumentate per colpa nostra». Nella provincia Bat, i casi presi in carico sono saliti a 149, ma «sono solo la punta di un iceberg». Il centro Oasi 2 è in prima linea per far sì che le donne varchino quella soglia, vuotino il sacco e cerchino di cambiare vita. Le denunce non espresse sono una piaga dolorosissima. La De Benedittis si congeda con una riflessione: «Pensiamo al potere non come sostantivo, ma come verbo che implica una relazione di responsabilità e non di dominio» perché, come scriveva Maslow, “potere è capacità/possibilità di favorire/impedire il cambiamento”.

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Commenti

  • sother (utente non verificato)

    Questo tipo di interventi, sempre più pressanti ed allarmanti, ci fa capire che ormai siamo alla sopravvivenza: si rattoppano, a fatica, magagne e strappi ogni giorno più grossi. Grida di allarme dappertutto, braccia alzate o suggerimenti che stanno fuori dalla realtà e dalla fattibilità. E, come nel caso dell’ospedale di Corato da me sottolineato ieri, anche in questa occasione la coscienza, da parte del relatore di turno, della propria impotenza, come se questa constatazione fosse sufficiente a tranquillizzare l’animo. Come è possibile cercare di salvare il salvabile se siamo noi stessi, o almeno quella piccola parte ancora sana della società, a limitarci a sottolineare i mali continuando, inerti, a piangerci addosso? Ma, questa è la cosa più grave, ci sarebbe poi la possibilità di un ritorno alla normalità? Con questi politici? Ma per favore ..!