Banca in via Sant’Elìa: «Come sarebbe andata in una città “normale”?»

La Redazione
La banca aperta nella palazzina di via Sant'Elìa

Riceviamo e pubblichiamo la nota di Alfonso Leone – cittadino che fa politica attiva nel movimento "Uncantireincomune" – in merito alla vicenda della banca recentemente aperta nella palazzina di via Sant'Elìa

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Riceviamo e pubblichiamo la nota di Alfonso Leone – cittadino che fa politica attiva nel movimento “Uncantireincomune” – in merito alla vicenda della banca recentemente aperta nella palazzina di via Sant’Elìa. La questione, com’è noto, è finita al centro di un vivace dibattito politico, oltre che oggetto di un procedimento del Comune e di un esposto in Procura.

«In una città “normale”, come avrebbe dovuto svolgersi  la vicenda che ha portato una banca nella palazzina di via Sant’Elia, quella di proprietà Francesco Cannillo già fittata dal nostro Comune? Proprio quella in cui c’era il Comando della Polizia Municipale. Per un istante chiudiamo gli occhi e sogniamo. Sogniamo un paese “normale”.

Il sig. Cannillo, sciolto il contratto di fitto con il Comune, e non trovando altri enti pubblici disposti a riprendere in fitto gli stessi  locali, avrebbe dovuto chiedere la variazione di destinazione d’uso della palazzina agli organi competenti del Comune. Già, solo così la benedetta palazzina da immobile destinato (per l’appunto) a uffici di enti pubblici (come previsto quando fu edificata) avrebbe potuto diventare sede di attività commerciali.

Gli uffici competenti e l’Amministrazione Comunale, nel suo massimo organismo che è il Consiglio Comunale, avrebbero sicuramente svolto un’istruttoria non molto difficile, appena sufficiente a trovare una soluzione  che consentisse al sig. Cannillo di non far ridurre uno stabile, in buone condizioni, in un rudere. Insomma, questa via avrebbe consentito al Cannillo di dare un senso economico all’investimento fatto, e alla città di non ritrovarsi un rudere per la strada. In ossequio al principio di legalità. Che non è poco.

La variazione della destinazione d’uso, per il nostro come per tutti i comuni, sarebbe stata fonte di entrate; insomma di denaro che, in un momento come questo, avrebbero fatto  comodo alla comunità per risolvere qualcuno degli annosi problemi che si trascinano da tempo. E’ ipotizzabile che l’Amministrazione avrebbe potuto chiedere al sig. Cannillo centomila euro (pochi?) oppure duecentomila (forse anche di più?), visto che il “permesso a costruire”  venne rilasciato a titolo gratuito. Così il pagamento degli oneri di urbanizzazione non versati all’epoca, in virtù della destinazione d’uso, certo un po’ stretta, avrebbe potuto affrancare questa palazzina dal vincolo cui è sottoposta.

Nella città dei sogni, i cittadini sarebbero stati abbastanza soddisfatti, anche per la trasparenza ( e l’uguaglianza) con la quale l’operazione si sarebbe svolta. La città avrebbe potuto ritrovare il “senso di comunità” fiaccato da un procedimento affatto trasparente.
Invece, apriamo gli occhi ed ecco quello che è successo.

La banca di credito cooperativo di Santeramo ha inaugurato, lo scorso 25 ottobre, l’apertura di uno sportello nella nostra città, senza che i competenti organi del nostro Comune ne avessero autorizzato la diversa destinazione d’uso.

Allora, com’è possibile che i lavori di adeguamento dell’edificio alle esigenze di una banca siano proseguiti, nonostante il dirigente dell’ufficio urbanistico avesse espresso parere negativo all’insediamento della banca?

La vicenda è stata oggetto di discussione nei preliminare dell’ultimo Consiglio comunale.

La situazione, ad oggi, sta in questi termini:

1. La banca, che potrebbe essere fonte di posti di lavoro per i coratini, rischia di chiudere il suo sportello a seguito dei provvedimenti che il dirigente dell’ufficio tecnico potrebbe porre in atto;

2. la banca, il sig. Cannillo, il dirigente dell’ufficio tecnico, il sindaco e la giunta rischiano un processo penale anche a seguito della denuncia presentata da alcuni consiglieri comunali;

3. le casse del nostro comune, anziché riempirsi, potrebbero svuotarsi, perché inopinatamente  la giunta ha nominato un avvocato che si dovrà  occupare della vicenda, dietro una parcella, naturalmente;

4. gli amministratori del nostro comune sono costretti a esser visti divisi fra gli amici del sig. Cannillo e della banca, da un lato, e i nemici degli stessi, dall’altro;

5. i coratini sono sempre meno una comunità, la coesione e la convivenza civile subiscono infatti l’ennesima ferita.

Allora, qualche domanda sembra lecita. Chi vuole e lavora per creare queste situazioni? E chi divide i coratini fra amici e nemici di qualcuno, per tenere sotto scacco gli uni e gli altri?

La vicenda probabilmente sfocerà in un contenzioso fra il nostro Comune ed il proprietario dei locali. Il “cimitero degli elefanti” – quale è il contenzioso del nostro comune – si arricchisce di un’altra pratica.

Penso sia arrivato il momento della pensione per chi ancora fa politica creando situazioni di questo tipo. Sono le stesse persone della vecchia politica che pongono a noi tutti  domande le cui risposte sono finalizzate ad ottenere un consenso elettorale fine a se stesso.  Inoltre, nello stesso tempo allontanano i cittadini da una partecipazione attiva alla vita della città.

Lo schema di azione, che dovrebbe andare in pensione, si può descrivere con qualche simpatica domandina, ciascuna dotata di risposta implicita:

• C’è t’ serv? (risposta sottintesa: qualsiasi cosa ti serve ci sono io pronto a soddisfarti);
• C’ t’ la fasc fa? (risposta sottintesa: non ti dannare l’anima, stai calmo, non ne vale la pena, non hai da guadagnare nulla, tanto ci penso io);
• Ce ve facen? (risposta sottintesa: stattene a casa tua, tanto è inutile, non produrrà risultati positivi la tua azione, stai perdendo tempo);
• Ce t’ n’ frec a tic, tand pag u comun! (risposta sottintesa: non occupartene, tanto tu non hai da rimetterci niente; comunque vada non sei tu a pagare; c’e’ chi paga, paga il comune).

In politica, come in tutte le attività, è necessario dare spazio ai giovani  con altre sensibilità, che possono cambiare la società, farla crescere, pensare e vivere al passo coi tempi. Occorre capire le nuove esigenze di partecipazione e condivisione, così come auspico avvenga nella nostra città. Perché il paese “normale” dei sogni diventi realtà».

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Commenti

  • sother (utente non verificato)

    “Lasciare lo spazio ai giovani”: ecco il coltello che gira nella piaga: Come si possono conquistare il posto, i giovani? Dimostrando di essere più bravi dei vecchi. L’hanno fatto, finora?