Da Corato a Hong Kong con Claudia Di Tria: «Una sfida continua tra frenesia e relax»

© Claudia Di Tria
Claudia Di Tria: «trovare templi religiosi fra i grattacieli e osservare quanto queste due realtà, antica e moderna, siano perfettamente integrate, credo sia la cosa più bella di questo posto»
Il nostro viaggio con i ragazzi di Intercultura si conclude lì dove è iniziato, a Hong Kong. Dopo Anna, Sofia, Annarita e Marco, oggi raggiungiamo Claudia Di Tria, una studentessa coratina del liceo scientifico di Ruvo.
«Apro gli occhi e trovo grattacieli, li chiudo e trovo templi. La città opposta alla tranquillità, traffico e silenzio. Credo sia il modo migliore per descrivere Hong Kong. Frenesia contro relax». E’ questa l’immagine con cui Claudia – fin da quando l’abbiamo ascoltata la prima volta a settembre – descrive la sua città di “adozione”.
Se c’è un tratto comune che unisce i ragazzi di Intercultura, questo è sicuramente il desiderio di farsi permeare più che possono dalla realtà in cui si trovato. «Vivo qui da due mesi ormai – ci ha detto Claudia – respiro questa cultura, mi immergo ogni giorno di più al suo interno. Questo posto mi affascina e mi coinvolge. Trovare templi religiosi fra i grattacieli e osservare quanto queste due realtà, antica e moderna, siano perfettamente integrate, credo sia la cosa più bella di questo posto».
Le religioni praticate ad Hong Kong sono tre, taoista, buddista e cristiana, ma Claudia non sta vivendo nessuna delle tre. «La mia famiglia – essendo cinese tradizionale – è atea», ennesima occasione per sottolineare quanto, anche in ambito religioso, sia la famiglia a creare la coscienza e l’esperienza nei ragazzi.
Quando a Claudia abbiamo chiesto quanto sia difficile mantenere la propria identità, la sua risposta ha sintetizzato al meglio ciò che i ragazzi stanno vivendo: «è difficile perdere l’identità di italiana velocemente e mangiare qualcosa di italiano ogni tanto mi fa anche piacere».
Colpa o merito dell’età, di fatto i ragazzi partiti per confrontarsi con realtà così diverse dalla nostra stanno dimostrando di avere come unico obiettivo quello di sentirsi sempre più parte del posto in cui si trovano ora. Più che “difficile mantenere”, Claudia dice “difficile perdere”, una sfumatura nella risposta che forse racconta proprio l’esperienza di “spogliazione” che i ragazzi stanno vivendo.
«Tutto quello che ogni giorno vedo non è “strano” è semplicemente “altro, diverso”, non significa peggiore o migliore, significa semplicemente un’altra cultura». “Altro” per Claudia è mangiare ogni giorno con le bacchette, camminare scalza in casa, indossare l’uniforme scolastica e la mattina cantare l’inno nel cortile della scuola. Claudia ha imparato a preparare i ravioli cinesi con la sua nuova nonnina e anche a guastare la Moon Cake, «un tortino dal sapore stranissimo preparato in occasione del Mid Autumn Festival, una festa molto particolare da trascorrere in famiglia e con gli amici mentre la città che si riempie di lanterne colorate».
«Adesso ho anche un nome cinese: 顯 雅 che si legge Hin Ya», ci racconta entusiasta Claudia. Imparare la lingua è forse la sfida più ardua. Le lingue parlate sono tre inglese (perchè Hong Kong è una regione amministrativa speciale della Cina, ex colonia britannica), cantonese e mandarino.
«Il cantonese e il mandarino – ci spiega Claudia – sono le due tipologie di cinese, completamente differenti fra loro nella pronuncia, ma con molti ideogrammi uguali che si leggono in maniera diversa». E ancora più difficile la scrittura: «con gli ideogrammi si inizia dall’alto al basso con il tratto che va da sinistra a destra. Se la parola è composta da due parti – interna ed esterna – la prima ad essere scritta è quella esterna, poi quella interna e infine si procede con la chiusura (la parte più in basso). Io sto cercando di imparare qualche parola, ma è davvero molto difficile ricordarle e scrivere nel giusto ordine e con una corretta calligrafia».
Come ogni donna, Claudia non poteva farci mancare un riferimento ai vestiti e agli spettacoli. «Ho avuto la possibilità di indossare un abito tipico quando sono andata a vedere uno spettacolo di Drama cinese, cantonese in particolare. L’opera trae origine dalla cultura cantonese della Cina meridionale, unisce musica, canto, arti marziali, acrobazie e recitazione. Credo sia molto simile ad un musical, ma è molto tradizionale».
Per concludere, un pensiero al suo ritorno in Italia. «Quando tornerò potrò vedere tutto con occhi diversi da due differenti prospettive: quella occidentale e quella asiatica. Per questo devo ringraziare anche la mia famiglia italiana per la forza che mi trasmette credendo in questa esperienza quanto ci credo io».
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