Giornalismo e legalità, Federica Angeli: «L’ingiustizia si batte annientando il silenzio»

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Ieri a Corato Federica Angeli, la giornalista di Repubblica che da oltre un anno vive sotto scorta per aver scelto di vivere l'«orgoglio di intingere la punta nell'inchiostro della verità»
«Non sono “Saviano in gonnella”, non voglio diventare un personaggio, voglio rimanere persona il più a lungo possibile. Moglie, madre e cronista».
Ha messo subito le carte in tavola Federica Angeli, la giornalista di Repubblica che da oltre un anno vive sotto scorta per aver scelto di vivere l’«orgoglio di intingere la punta nell’inchiostro della verità». Prima un’inchiesta su un clan molto spietato, la famiglia Spada. Poi la sua testimonianza a proposito della rissa consumata ad Ostia, sotto casa sua, fra tre esponenti di spicco di due clan: Mauro Di Francesco, Andrea Esposito e Ottavio Spada. Rissa per il magistrato, tentato omicidio secondo la Angeli «altrimenti – insinua lei stessa – perchè assegnarmi la scorta?».
Il suo racconto è arrivato a Corato ieri sera, per la “Festa del Cantiere”.
«Stavamo dormendo quando abbiamo sentito gli spari. Mi sono affacciata e ho visto tutto. Dalla strada hanno “consigliato” a tutti di rientrare in casa perchè “non c’era nulla da vedere”. Tante finestre si sono richiuse. Io ho chiesto a mio marito di passarmi il cellulare, volevo riprendere tutto. Ho memorizzato la targa dell’auto e riconosciuto i volti». Una scena tipo del giornalista che sceglie sempre e comunque di raccontare i fatti.
Da quel momento la libertà di Federica Angeli è “solo” di pensiero. Non le è più consentito stendere i panni sul balcone, uscire per un gelato con i suoi tre figli, scegliere un ristorante all’ultimo minuto, andare al cinema da sola o guidare l’auto.
«Adesso abbiamo quattro autisti. Io e mio marito abbiamo raccontato questo ai nostri figli, come fosse “La vita è bella” – ha raccontato la Angeli – ma il più grande ha capito e adesso inizia a notare quando sorrido solo con le labbra e non con gli occhi».
La Angeli con la sua scelta del giornalismo di denuncia ha condizionato non solo la sua vita, ma anche quella della sua famiglia. La motivazione che la spinge a combattere è una: «Lo faccio per i miei figli, perché domani possano vivere senza aver paura di incontrare mafiosi per strada».
La mafia, come l’ingiustizia in generale, si combatte annientando il silenzio.
«I criminali si nutrono del silenzio – denuncia la Angeli – non vogliono più sangue e martiri. Puntano alla delegittimazione, a minare l’equilibrio di pensiero. Essere fuori dal sistema marcio e non dover dire grazie a nessuno per il lavoro che faccio mi rende inattaccabile. Non sono ricattabile e questo mi rende forte. Tutti i miei colleghi, anche nelle realtà locali, colpo su colpo possono affermare il loro valore, dire le cose come stanno e far crollare i tentativi di delegittimazione».
Stuzzicata da una domanda del pubblico, la Angeli ha trovato l’aggancio per parlare della commissione antimafia e di Corato.
«Sono stata 10-15 giorni fa in commissione antimafia, avevo preso tutti i nomi delle persone che non mi piacevano. Quando sono entrata in commissione ho avvicinato il vicepresidente, Fava, e ho detto: “Se ci sono queste persone io non parlo”. Mi sembrava una farsa parlare a persone colluse che per troppo tempo, due mandati da sindaco per esempio, in cui hanno fatto di un territorio quello che volevano.
Se ci fossero state queste persone io avrei rinunciato alla mia audizione. Perché o ci crediamo nella lotta o facciamo finta di crederci. Parlare ad una persona che magari il giorno dopo avrebbe annuito per poi tornare a Corato – per fare un esempio – e continuare con i suoi comportamenti, mi sarebbe sembrata una cosa dalla falsità estrema. Grazie a Dio mi hanno detto che questo personaggio “non presenzia mai alle sedute dell’antimafia” e quindi ho potuto fare la mia audizione».
Commenti
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Ammirevole ed insieme da increduli il comportamento della giornalista: il credere che il coraggio di pochi possa servire a cambiare qualcosa o a creare adepti, è purtroppo illusorio. Si è talmente incancrenita la situazione italiana che, partendo da zero, occorrerebbero almeno tre generazioni per trasformare il nostro in un Paese normale. Infatti sarebbe opportuno iniziare con provvedimenti lentamente incisivi e non sconvolgenti, che susciterebbero reazioni non piacevoli da parte di chi sguazza nel pantano. Una cura lenta e continua, con dosi sempre più massicce di medicinali, potrebbe servire. Ma occorre necessariamente iniziare dall’alto. Lì si può colpire duramente già dall’inizio, per dare l’esempio. Ma nell’immaginario collettivo sembra che quel mondo sia intoccabile. Ed allora teniamoci eroi e mafiosi. Tutti insieme, in un bel calderone. Salvatore Di Gennaro







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